In difesa di Facebook

Ovvero: Salvare le persone dai social, per salvare i social dalle persone.

In difesa di Facebook? Io?! Sono davvero l’avvocato del diavolo, lo so. Il mio odio per Facebook è così noto al pubblico da essere occasionalmente fonte di ironia. Ne confronti di Facebook ho in atto una vera e propria faida personale: non sono mai stata iscritta, lo uso il meno che posso e solo “per lavoro”, lo odio, disincentivo al suo utilizzo anche i gatti che passano per strada. Non sono mancate le occasioni in cui l’ho definito (fra le altre cose) “il social network dei cretini” e “la rovina del Mondo Occidentale”.

Se avessi un minimo di coerenza personale, ora che tutti lo criticano, minacciano di cancellarlo (ma solo a parole) e tuonano contro il suo fondatore io dovrei essere la prima a saltare sul carrozzone e brandire un forcone. Invece cosa mi metto a scrivere? Un apologo.

Un apologo a un sistema che non ho e che non voglio usare.

Lo so, lo so… faccio ridere.

Però ecco, vostro onore, posso spiegare: ho barattato la coerenza con la curiosità e mi alleno (non sempre con successo) all’empatia, come unica attività sportiva della mia vita. Quindi in questo momento, in cui tutti (FINALMENTE) prendono atto di quanto sia bacato un sistema per me è inevitabile fermarmi e cominciare a farmi delle domande del tutto opposte. Scrivere in difesa di Facebook non è solo un esercizio di stile: è un modo per chiedermi “che cosa posso fare, io, per farlo funzionare meglio?”

Che cosa non mi piace di Facebook?

In realtà il problema per me è davvero molto semplice: non mi piace il suo algoritmo. E ci tengo a sottolineare subito che non è che non mi piace l’algoritmo di Facebook: non mi piace NESSUN algoritmo.

Si, è perché non sono brava in matematica. Ma non solo per quello: è perché l’algoritmo di Facebook filtra le mie scelte e usurpa il mio consenso. In parole povere: qualcuno decide per me cosa vedo, come lo vedo, quanto lo vedo e in che ordine lo vedo.

A me, che qualcuno decida senza il mio consenso, proprio non va bene: vivo gli algoritmi come una forma di violenza.

Esempio. Se io seguo qualcuno/qualcosa è perché io ho deciso che mi interessa. Poi arriva Facebook, con il suo maledetto algoritmo ed ecco che decide che quel qualcuno/qualcosa no, non mi interessa. A me, in realtà interessano i gattini che il mio amico Pippo condivide a tutte le ore.

Questo perché a tutti gli altri della mia timeline i gattini di Pippo piacciono. O forse perché Pippo ha pagato Facebook per promuovere i suoi gattini. O perché mia mamma ha usato il computer una volta per cercare “gattini”. Le ragioni non sono note, ma ecco che io seguo certe cose/persone e non le vedo mai e in compenso ne vedo certe altre che Facebook (non lui, il suo algoritmo) ha deciso al posto mio.

Sostituite ai gattini di Pippo l’ennesimo bebè urlante, la pubblicità delle spugnette in silicone, il test cretino di turno usato da Cambridge Analytica per profilare gli utenti (erhm) o la fake news della troll farm russa, ed ecco che il problema si ingigantisce.

“Ma se il problema è solo quello è facile: basta togliere l’algoritmo!”

Purtroppo non è così semplice. L’algoritmo è quello che permette a Facebook di guadagnare (tanto). È quello che fa si che ci siano i contenuti sponsorizzati, le pubblicità etc: le aziende pagano per aggirare l’algoritmo e manipolarlo a proprio vantaggio.

Quello che spesso gli utenti dimenticano è che Facebook non è un servizio pubblico: non è li per i comodi loro. Anzi, è vero il contrario: sono gli utenti a essere lì per i comodi di Facebook. Considerato che non paghi per usarlo, non puoi aspettarti nulla da lui… anzi forse devi incominciare a farti qualche domanda.

In ogni transizione commerciale dove la merce è gratis, la merce sei tu. E su Facebook la merce sono gli utenti.

Fermiamoci a pensare un attimo alle implicazioni di questa affermazione, perché è fondamentale per capire buona parte delle attuali tematiche. Se io accetto di usare un servizio che non pago, automaticamente dò il mio consenso a essere usato da lui: da qui in poi sono tutte sfumature. Se questo vi sembra brutto la soluzione è solo una: smettere di usare quel servizio. Questa è la ragione per cui personalmente non ho mai avuto Facebook… e se non sembra una cosa in difesa di Facebook forse dobbiamo iniziare a vederla in un altro modo.

Ma è davvero così sbagliato, Facebook?

Siamo tutti arrabbiati perché Facebook invade la nostra privacy… ma forse abbiamo dimenticato che cosa Facebook ci dà in cambio.

Siamo tutti li a tuonare contro il tempo che ci fa perdere e le dinamiche interpersonali malate che crea… ma forse ci siamo dimenticati del fatto che siamo noi a fissare lo schermo.

“Quindi i social sono buoni o cattivi?”

Ci sono state due cose che hanno cominciato a farmi pensare. La prima è stata un’intervista al cosiddetto “inventore” del tasto Mi piace, Justin Rosenstein.  Rosenstein è anche in co-founder di Asana, un software di “gestione del lavoro” estremamente in voga. L’intervista, alla luce dei fatti recenti, era finalizzata a far venire fuori tutto il marcio dei social… ma le risposte di Rosenstein non sono quelle che ci si aspetterebbe. In particolare quando gli viene chiesto in modo diretto se i social siano “buoni o cattivi” la sua risposta è forse scontata: nel complesso, dice Rosenstein, i social sono buoni. Molto buoni. Hanno fatto bene al mondo. Ma ce lo dimentichiamo perché ora siamo tutti concentrati a parlare di quanto siano una merda: perché va di moda dire che siano una merda.

Il lato buono della visibilità.

La risposta di Rosenstein l’avrei trovata banale se non fosse stato per un semplice collegamento mentale. Proprio quel giorno uno degli artisti che seguo su Instagram ha pubblicato nelle sue storie una foto del padre, davanti a un dipinto. Ha commentato: “Per mio padre era impensabile dipingere da professionista. Gli artisti professionisti erano pochissimi. Eppure ora molti io e molti dei miei amici riusciamo a vivere promuovendo la nostra arte”.

Qui si potrebbe aprire una lunga parentesi su cosa si intende per arte: no, questi ragazzi non scolpiscono teste della medusa in malachite da vendere ai milionari russi… magari vendono adesivi su society6. Però hanno una cosa in comune con Damien Hirst: con quello che fanno ci pagano le spese. Questo perché attraverso i vari canali online riescono a promuoversi abbastanza da trovare un pubblico…

E non sono solo gli artisti, a poter vivere meglio grazie ai social. Con un po’ di impegno e una spesa non eccessiva ogni piccola impresa può farsi conoscere al proprio target.

E non sono solo le imprese, a farsi conoscere. Non è un caso se il movimento #MeeToo si chiama come un hashtag.

Siamo così abituati a vivere la visibilità come una forma di egocentrismo da dimenticarci che ci sono dei lati molto positivi nell’essere visibili: ci sono storie che altrimenti nessuno avrebbe raccontato.  YouTube non è solo un posto di video cretini (o addirittura offensivi), ma anche una piattaforma dove promuovere il dialogo dentro e fuori la comunità LGBT, dove trovare tutti i TED che siano mai stati fatti o dove raccontare un po’ meglio come funziona la scienza, quella vera.

Ribaltiamo punto di vista, ricominciamo a stupirci.

Magari per voi non è così, siete esperti di mindfulness e ogni giorno riuscite a ricordarvi di quanto sia positivo il mondo… ma personalmente (e so di non essere l’unica) ho molta più facilità a concentrarmi sugli aspetti negativi delle cose. Quindi Facebook è questa macchina mostruosa che fomenta l’ignoranza etc. Ma fermiamoci a pensare: sono arrabbiata con un algoritmo. No, seriamente: è possibile avercela con un algoritmo? Non so nemmeno cosa sia, un algoritmo. Eppure ce l’ho con lui. Ce l’ho con lui al punto da dimenticarmi che quello specifico algoritmo è solo un pezzo di qualcosa di più grande…

Ci sono tanti aspetti specifici di Facebook, come sistema, e dei social, come nuova dinamica di interazione, che non mi piacciono per nulla. Ma in difesa di Facebook ci sono anche tantissime cose positive, che forse facciamo male a dare per scontate. Una su tutte: non è obbligatorio esserci. Sono libera di scegliere non solo cosa seguire e come farlo, ma anche se partecipare o meno alla conversazione.

Invece di insistere sulla negatività quello che mi sforzo costantemente di fare, qui nel blog e non solo, è spostare l’attenzione sulla responsabilità: siamo noi a scegliere e dobbiamo farlo responsabilmente, rendendoci conto di quali siano le dinamiche dietro alle nostre scelte.

In difesa di Facebook si può dire che è solo un mezzo. Usarlo bene o male è in larga misura responsabilità degli utenti.

Questo ovviamente non toglie che Facebook, da molti punti di vista sia indifendibile: il suo comportamento è stato un’ulteriore violazione di quel consenso che già stava in parte usurpando. Se scrivo in difesa di Facebook non è perché penso sia senza colpa: ANZI. Continuo a non esserci, continuo a pensare di non stare perdendo nulla. Ma non sono tanto cieca da non capire che ci sono modi intelligenti e utili per usarlo: può diventare un canale per conoscere temi importanti, seguire cose interessanti e supportare attività commerciali che ci stanno a cuore e che, senza di lui, non avremmo mai trovato.

Forse semplicemente dovremmo prenderci la responsabilità dello spazio che occupiamo. Online, come altrove. 

Se è digital non serve altro!

Ovvero: Distinguere fra contenitore digital e contenuto umano.

Questa settimana a Milano c’è la digital week e ci sono un sacco di incontri interessanti sul digital, in cui si parla di digital sui canali digital. Scorrendo il programma mi sono trovata a pensare che ci sono una MAREA di temi e di eventi che meritano sul serio attenzione e dialogo… ma che il “digital” fine a sè stesso non è fra questi.

La parola “digital” viene usata troppe volte… e non solo nel programma della “digital week”, dove era anche scontato trovarla, ma più in generale nella comunicazione attorno alla comunicazione (meta-comunicazione? sega mentale? ai posteri l’ardua sentenza!) e, come spesso accade per le parole che si usano troppo, finisce per non voler dire assolutamente nulla.

Cosa vuole dire, in fondo “digital”?

È una parola che va ad assumere connotazione quasi mitologica, eternamente positiva, lo splendido elfo verso cui dobbiamo tutti ambire, l’eterna assoluta meta del nostro progresso… ma forse ci dimentichiamo che quando parliamo di digitale, parliamo solo di un canale, non di un contenuto. Ed è ormai noto cosa succede quando il mezzo diventa più importante del fine, no? Si finisce per andare incontro a grossi, grassi problemi. Che sono infatti qui per essere visti: la discussione è ferma.

Mentre i giornali si riempiono della parola “digital”, non riusciamo a far progredire il dibattito.

La tecnologia va avanti da sola, mentre noi ci mettiamo al suo servizio (caro vecchio Marshall, aveva predetto tutto!). Troppi usano i social in modo disperatamente ignorante, quando non addirittura orrendamente maleducato o aggressivo. Tutti lamentano la perdita della loro privacy, senza però sviluppare consapevolezza e responsabilità. Le aziende invece di essere produttive dedicano decine di ore di riunioni dedicate agli strumenti da usare “per migliorare la produttività”. Lo stato lotta per portare tutto “sul digital”… ma tutto cosa?

La superficialità cresce e anche la parola più significativa diventa una pure e semplice buzzword: una su tutte, la parola “innovazione”, ormai usata con una leggerezza da far accapponare la pelle. Le aziende salgono sul carrozzone del giorno (ieri i social, oggi i bot, domani chissà) e non cambia assolutamente nulla: perché il contenuto è sempre lo stesso e il problema sta li.

Cronaca di vita vera: ieri parlavo con il bot di un operatore telefonico, offensivamente inutile proprio come i social del medesimo operatore e appena leggermente più disponibile del suo call center. Che senso ha, per questa azienda, avere dei canali social, o un bot, allora? Sono tutte cose digital, certo… ma le fanno egualmente male. E non è un problema di tecnologia: è un problema di sostanza. Si parla di fare assistenza multi-canale (“no, multi-canale è vecchio, ora si deve dire omni-canale per dare enfasi al concetto olistico!”) ma quel che manca non sono i canali: è l’assistenza!!!

Questo accade perché si continua a dare enfasi al contenitore e mai del contenuto… e il contenitore diventa sempre più vuoto e più inutile.

Smettiamo di parlare del mezzo e ricominciamo a discutere le idee. Ricominciamo a chiederci cosa vogliamo comunicare, non “su quale canale digital” sia meglio farlo.

Smettiamo di passare ore a guardare ai nuovi social (Ah, ma a proposito: Vero, lo avete provato?), alle nuove app per posta produttività, mindfulness, focus. Ricominciamo a chiederci a cosa ci servono tutte queste cose… ammesso e non concesso ci servano davvero.

Smettiamo di parlare di digital, social e web come se queste tecnologie fossero fine a sé stesse: non lo sono, sono nostre serve, al servizio delle nostre idee.

Ricominciamo a parlare di idee.

Scrivere etico, scrivere utile

Ovvero: “L’arte di non parlare a sproposito”

Noto che in questi giorni, a seguito dei risultati elettorali, stanno fioccando i commenti politici, sociali, antropologici. Dal barista al senatore, tutti hanno qualcosa da dire sull’attuale stato della nazione, delle persone, del mondo; tutti vogliono far sapere al mondo il loro punto di vista sul mondo.

Se possono comunicarlo attraverso una bella e comoda piattaforma social, meglio ancora: c’è più pubblico e basta usare gli appositi #tag. Ma i vecchietti ai giardini che non hanno i #tag comunicano lo stesso e i contenuti non sono poi molto diversi.

Alla fine, sommersi dal rumore dell’altrui punto di vista, viene spontaneo chiedersi: “Ma siamo sicuri che tutti sti commenti siano utili?”. No, non lo siamo.

Ma se commentare è inutile, allora che cosa resta da fare?

Credo che nei momenti difficili sia inevitabile porsi questa domanda.  Cosa possiamo fare? In che modo possiamo contribuire a far andare meglio le cose? Come possiamo aiutare chi ci sta intorno?

Sono domande importanti e le risposte sono sempre personali… ma forse…

Forse?

Forse se ci impegnassimo a capire a fondo gli argomenti che ci stanno a cuore, a studiarli, comprenderli e spiegarli al nostro prossimo, il mondo sarebbe un posto migliore.

Forse se provassimo a parlare solo delle cose di cui abbiamo una (anche vaga) cognizione di causa, ci sarebbe meno rumore di sottofondo in giro.

Forse se ci prendessimo il tempo di spiegare un punto di vista informato e contestualizzato sugli argomenti che conosciamo, le persone sarebbero più consapevoli.

Tempo fa ho scritto sullo scrivere eticamente: ora aggiungo un nuovo pezzo di riflessione. Scrivere in modo etico vuole dire tante cose.

Vuole dire scrivere la verità… o la miglior approssimazione possibile, evitando di presentare fonti dubbie o idee non verificate.

Vuole dire evitare di andare dietro ai trend/hashtag/algoritmi per avere un click in più.

Vuole dire non alimentare rumore inutile e non far perdere tempo a chi legge con contenuti ridondanti e superflui.

(Ovvio, o no?)

Scrivere utile.

A questo punto però non è superfluo ricordare che scrivere in maniera etica vuole dire anche scrivere in maniera utile. Vuole anche scrivere al servizio degli altri e non di sé stessi. Non per sfogare davanti a una platea inerme il proprio malumore. Non per riversare su altri un punto di vista gratuito.

Proviamo a metterci un po’ più al servizio di chi è intorno a noi. Invece che tuonare e polemizzare, proviamo a veicolare qualche idea, qualche informazione, qualche spunto. Proviamo a rendere le persone leggermente meno ignoranti, invece che insultarle considerandole tali. Proviamo ad arricchire il mondo con un punto di vista che forse non sarà unico (il mio di certo non lo è), ma che almeno prova a essere informato e consapevole.

Sarà sempre meglio che parlare del tempo. O della politica.

Ascesa e caduta di Vero

Ovvero: “Forse c’è ancora speranza”

Lo dico subito: la speranza, se c’è, di sicuro non è Vero.

Vero, per quanti siano riusciti a rimanerne allo scuro, è un ennesimo social network simil-Instagram, prepotentemente asceso agli onori di cronaca in breve tempo nelle settimane passate.

L’ascesa è stata di breve durata, ma le modalità con cui è avvenuta mi sono parsi come deboli segni di speranza sociale in un mondo che ahime ne pare privo. Forse è il mio eterno ottimismo, forse ci leggo quel che ci voglio leggere… ,a venitemi dietro e proverò a spiegarvi il mio modo di vedere le cose.

Ho scoperto Vero bruscamente, perché la quasi totalità delle persone che seguo su Instagram si sono svegliate una mattina all’urlo di: “Molliamo tutto e andiamo là!”.

Per capire meglio le ragioni del fenomeno occorre chiarire un po’ meglio il contesto: il 98% delle persone che seguo su Instagram sono artisti e creativi che guadagnano utilizzando i social come forma di promozione della loro arte.

Queste sono persone che nel corso degli anni si sono impegnate un sacco per creare una community di fan interessati al loro lavoro; è gente che spende tempo ed energie per dialogare con loro, per interagire, per comunicare: creano contest, rispondono, taggano etc. Per loro Instagram e Facebook non sono posti dove mettere foto di gatti: sono uno strumento per lavorare. Immaginate quindi come si sentono questi poverini quando scoprono che, dopo tutta ‘sta fatica, solo il 10% dei fan vede quello che postano… perché interviene il “magico” algoritmo di Facebook, che promuove quello che vuole. Queste persone sono comprensibilmente arrabbiatissime con questo sistema, che per loro è diventato un po’ un anatema: ovvio che siano pronte a saltare subito su un nuovo carrozzone!

E Vero pareva un carrozzone molto promettente: in modo assolutamente trasparente offriva un social privo di algoritmi e di pubblicità. Il tutto in cambio di un piccolo abbonamento mensile… che però sarebbe arrivata in un secondo momento, perché come funziona con le droghe “la prima dose è sempre gratis”. Insomma, sulla carta sembrava il social network perfetto.

Inutile dire che la cosa è durata molto poco.

Innanzitutto Vero non ha funzionato. Attualmente il sistema è un po’ più stabile, ma i primi giorni i server sono più o meno crollati sotto il peso delle iscrizioni e non era praticamente possibile usarlo in nessun modo, aggiungere le persone, caricare le immagini.

Qui c’è da fare una prima considerazione. Tu, rampante imprenditore che vuoi fare un “social” devi metterti nell’ottica che quando dici “social” la gente pensa e si aspetta una qualità di utilizzo simile ai social tipo Facebook e Instagram. Non importa se tu stai incominciando, se non sai come funziona e non sai quanta gente arriverà: hai una sola possibilità per tirare le persone a bordo e non puoi sprecarla sottoponendole ad un’esperienza lenta, buggata e scadente.

Oltretutto se tu, rampante imprenditore che vuoi fare un “social”, stai creando l’ennesimo clone di qualcosa che tutti hanno già e usano già, devi stare doppiamente attento: perché la gente dovrebbe usare il tuo social, che per di più non funziona, quando ne ha già uno che funziona benissimo?

Queste considerazioni le faccio perché negli ultimi due anni ho perso il conto degli startuppari che “voglio fare un social”… e quindi una piccola parola di cautela forse val la pena di spenderla.

Ma in realtà Vero non è che sia naufragato per queste ragioni.

I veri problemi sono incominciati dopo… e sono la ragione per cui tutto sommato ho ancora un barlume di speranza. Perché si: la gente è saltata sul carrozzone in fretta, è vero… Ma una volta a bordo non ha rinunciato a farsi delle domande. E le risposte fornite da Vero… non sono state soddisfacenti.

In primo luogo qualcuno ha smembrato il contratto. In un susseguirsi di ipotesi e smentite è venuto fuori che le clausole di Vero sono più o meno quelle di ogni altro social e richiedono, fra le altre cose, una rinuncia parziale al diritto d’autore del materiale pubblicato, che il social stesso può usare con una certa qual “libertà”, se così si può dire.

In secondo luogo è emersa una quasi totale assenza di assistenza cliente: nessuna risposta, nessuna informazione a chi la chiedeva, nessuna guida. In una fase iniziale questo è impensabile: prima di “firmare” le persone vogliono informazioni e se non ne trovano perdono velocemente interesse. Ciliegina sulla torta: a quanto pare è pressoché impossibile disinscriversi.

In terzo luogo è emerso che la “dirigenza” di Vero era tutto tranne che l’ameno team di simpatici startupper che ci si poteva immaginare: dagli sviluppatori russi fino ai manager di dubbia etica, nel team c’erano più o meno tutti quelli che ci si poteva immaginare.

Insomma, Vero non era poi questa gran figata. Nulla che non ci si potesse facilmente aspettare: il mondo delle startup è lontano dall’essere quella magica isola felice di uffici incantevoli e sorrisi a 32 denti. Eppure in tutto questo casino di social e inscrizioni io ho ricevuto un debole segno di speranza.

La mia speranza, ovviamente, non viene dai social: la mia speranza sono le persone.

Mi fa sperare il fatto che si, sono tutti saliti su un nuovo carrozzone… ma poi si sono anche fermati a pensare.

Mi fa sperare il fatto che qualcuno si sia preso la briga di leggere i contratti con l’utenza, di investigare, di provare a capire in modo non acritico che cosa ci fosse dietro.

Mi fa sperare il fatto che ci siano persone che hanno ancora l’onestà di dire che i meccanismi dietro a Facebook e Instagram sono ingiusti e sbagliati e non è che sia per forza obbligatorio “prenderli per buoni”.

E mi fa sperare il fatto che Facebook e Instragram sono ancora li… ma qualcuno ha lanciato loro un messaggio.

Più di tutto mi fa sperare questa scoperta: le persone non sono tutte acritiche e non sono tutte contente di usare un social che manipola i loro feed e le informazioni che fornisce loro per il proprio esclusivo interesse. Tante persone sono stanche di Facebook e vogliono un social network migliore: più trasparente, più onesto, più creativo.

Quel social network ideale non è chiaramente Vero… Vero credo sia senza speranza, ma nel frattempo io ho una speranza in più nel genere umano.

Per un’etica dello scrivere

Come puoi considerarti un professionista, se non pensi mai all’etica del tuo lavoro?

Precisiamo: la domanda non ha alcun risvolto morale, sto guardando le cose in modo un po’ diverso… Forse il quesito retorico del giorno sarebbe più chiaro se lo formulassi così:

Come puoi considerarti un professionista, se il tuo punto di vista sul tuo lavoro è talmente superficiale da non farti neanche prendere in considerazione il senso di quello che fai?

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L’Italia nella morsa dei social

Internet è fra noi da vent’anni. I social network, nella moltitudine dei loro esempi, da quasi dieci. Eppure in Italia ancora si urla al miracolo, ancora si parla di rivoluzione digitale, ancora si riempiono i giornali, cartacei e non, di discussioni: “Twitter e la violenza”, “I social ed il Festival di Sanremo”, “Facebook omofobo”, “Grillo e la democrazia coi blog”.

 

Perché il problema non è la violenza verbale, non è lo schifo della tv italiana, non è l’omofobia, non sono i partiti politici: il problema è che tutto questo accade sui “social” (un’entità quasi mitologica a cui tutti si collegano ogni mattina ma che in Italia ha ancora un alone tutto magico).

Nel frattempo, agenzie di comunicazioni che si proclamano “esperte” e dovrebbero essere popolate di “professionisti” parlano ai propri clienti di fumosi concetti quali “pensiamo a qualcosa da fare coi social”. E i clienti, da bravi coglioni, le stanno pure a sentire.

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Breve ode alle ossessioni

Che cosa bella, le ossessioni. Quei pensieri fissi, quei tarli che ti si mettono in testa e non riesci a pensare ad altro e passi la giornata a lavorare con quella cosa seduta li in mezzo al cervello che reclama ogni minuti di attenzione che cerchi di mettere altrove.

Non è stupendo, non avere altro a cui pensare? E allora perché diamo alla parola ossessione un significato negativo?

Viviamo alla ricerca di una concentrazione inesistente e quando finalmente l’abbiamo, senza bisogno di fare alcuno sforzo, ci lamentiamo! Perché?

Perché spesso, quasi sempre, le nostre ossessioni sono inutili: ci fissiamo in maniera ossessiva solo e soltanto sulle cose su cui NON possiamo fare nulla. E l’ossessione in questione diventa qualcosa di puramente astratto: un pensiero che nasce e muore fra le pareti del nostro cranio, senza riuscire a uscire fuori, senza trovare modo di esprimersi. Continua a leggere Breve ode alle ossessioni

La gratitudine serve a poco

Ogni giorno leggo inviti (religiosi e non) alla “gratitudine”: bisogna ringraziare Dio, la mamma, gli amici, chi ci ama… Ringraziare ci rende migliori, ci aiuta a relativizzare, ci fa capire che possiamo sempre essere felici, eccetera. Vero.

Ma questo modo di pensare finisce per ritorcersi contro di noi, perché ci spinge a concentrarci sempre su quello che ci viene dato, dalle persone e dalle situazioni, e non su quello che possiamo e dobbiamo dare noi: il punto non siamo più noi, ma quello che gli altri fanno per noi.

Ed ecco che in ottica sentimentale il vero amore è sempre e solo qualcuno che ci protegge e ci coccola e ci cura (guai, guai a metterci in discussione!) e in ambito lavorativo perseguiamo strenuamente gli impieghi-cuccia, quelli in cui appallottolarci ed essere felici. E ci troviamo radicati nella nostra comfort zone, quella cuccia di benessere che ci rende felici e di cui siamo grati, certo… ma che non ci porta da nessuna parte!

Tutto diventa molto limitativo ed egocentrico, ed i nostri rapporti umani diventano puri esercizi di egoismo: apprezziamo le persone e le situazioni SOLO per quello che ci danno! Continua a leggere La gratitudine serve a poco

Quando la passione diventa colpa

Che cos’è una passione?

Qualcosa che ci gratifica e ci rende felici non in virtù del risultato ma in virtù del processo. Qualcosa che ci piace FARE indipendentemente da cosa ci permetta di OTTENERE.

(Si, ci sono analogie con il sesso. Un caso? Io non credo!)

Una passione diventa una colpa quanto tutto questo viene meno e non facciamo più quella cosa per il semplice e gratuito gusto di farla, ma per senso del dovere. La facciamo per realizzare uno scopo, per ottenere un risultato, per abitudine. La facciamo perché dobbiamo e non perché vogliamo: quindi non ci piace più e nel nostro cervello non la associamo più ad un piacere, ma ad un fastidio.

Per esempio a me piaceva un sacco disegnare. Continua a leggere Quando la passione diventa colpa

I mezzi, le strategie e gli obbiettivi

Tendiamo a confondere i mezzi con le strategie, le strategie con gli obbiettivi.

Alcuni esempi.

I social network sono un mezzo, non una strategia.
Decidere di utilizzare i social network in un certo modo nel proprio lancio di prodotto può essere una strategia, ma non è un obbiettivo.

Il flat design è un mezzo, non una strategia.
Decidere di utilizzare il flat design per un sito che parla di tecnologie e giovani può essere una strategia, ma non è un obbiettivo.

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Monologo del Poeta

Poeta: individuo sufficientemente egoista e idiota da ignorare i problemi reali, in quanto banali e gretti, per poi inventarne di nuovi, più adatti alla stesura di sonetti.

Che palle la banale squallida fragile felicità. Che palle mia moglie, la mia bella casa, i miei libri e i miei orpelli, che palle averci la salute, che palle il bel tempo e la primavera, che palle. Che triti concetti da squallido borghesotto seduto sul sofà, che noia.

E che palle anche le trite infelicità collettive e quotidiane, i problemi veri, che palle i bambini in Africa che muoiono di fame, che palle i genitori anziani da curare, che palle la disoccupazione, che palle che non arrivo a fine mese, che palle tutti questi problemi così borghesi, così comuni. Continua a leggere Monologo del Poeta

Sono fatto così. Oggi.

L’auto-consapevolezza: mito irraggiungibile per un’intera generazione cresciuta con la culla dallo psicanalista, traguardo di orde di insicuri cronici eternamente insoddisfatti di sé stessi. Un precario equilibrio, una moneta con due facce.

Da un lato la semplice finzione che tutti noi portiamo avanti ogni giorno, la maschera che indossiamo appena svegli la mattina. E non è questione di insicurezza, di paura o di bisogno di essere accettati, ma semplicemente di comodità: fingerci quello che non siamo è più facile. 

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Il mio problema coi libri

Il mio problema coi libri è che penso risolvano i problemi. Quindi, quando ho un problema, cerco il libro adatto. 

Non stiamo parlando semplicemente di auto-aiuto (à la Smettere di fumare è facile se sai come farlo): parlo proprio di una specifica modalità di risoluzione dei problemi.

Non so come fare una cosa di lavoro? Cerco dei libri sul quell’argomento, me li studio, provo a documentarmi.

Sono triste per qualche questione sentimentale? Cerco libri analoghi alla mia situazione, e provo a capire come vanno a finire.

Sono incazzata per qualche specifico argomento? Trovo libelli di denuncia con i quali incazzarmi ancora di più, o provare a placare la mia furia.

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L’attesa non dovrebbe esistere

Attesa = spazio di tempo in cui ci sentiamo legittimati a non fare niente perché stiamo aspettando che qualcun altro faccia qualcosa.

Altrimenti detto: l’attesa è quel magico luogo in cui fissiamo il telefono per ore, aggiorniamo le mail ogni 4 secondi, tamburelliamo con il piede, fumiamo una sigaretta dietro l’altra, imprechiamo contro il collega che non ci manda il report su cui dobbiamo lavorare. E non facciamo assolutamente niente.

Nelle nostre vite moderne ed iper produttive l’attesa è l’unico spazio non-multitasking: attendiamo e basta, possiamo al massimo fissare il telefonino senza neanche vedere cosa sta scritto sul monitor, o perdere tempo tra mail, Facebook e attività correlate.

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Smettere di scrivere, iniziare a pensare

Una volta ho scritto un libro. (Fino a qui niente di nuovo: credo lo abbia fatto praticamente chiunque.)

Ci ho messo quasi due anni a scriverlo, nei ritagli di tempo e di lavoro, di notte, di giorno, quando potevo e quando non volevo. Due anni per finirlo.

Quando l’ho finito, ho incominciato a lavorare sul serio.
Perché scriverlo, in quei due anni di fatica, non è stato nulla rispetto alla difficoltà di mettere le mani in quell’oceano di spazzatura per pescare fuori il poco che si potesse davvero salvare. Non era semplicemente questione di tagliare, ma di ri-editare completamente tutto alla luce di una semplice verità: buona parte di quello che avevo scritto non poteva interessare a nessuno.

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