Per un’etica dello scrivere

Come puoi considerarti un professionista, se non pensi mai all’etica del tuo lavoro?

Precisiamo: la domanda non ha alcun risvolto morale, sto guardando le cose in modo un po’ diverso… Forse il quesito retorico del giorno sarebbe più chiaro se lo formulassi così:

Come puoi considerarti un professionista, se il tuo punto di vista sul tuo lavoro è talmente superficiale da non farti neanche prendere in considerazione il senso di quello che fai?

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L’Italia nella morsa dei social

Internet è fra noi da vent’anni. I social network, nella moltitudine dei loro esempi, da quasi dieci. Eppure in Italia ancora si urla al miracolo, ancora si parla di rivoluzione digitale, ancora si riempiono i giornali, cartacei e non, di discussioni: “Twitter e la violenza”, “I social ed il Festival di Sanremo”, “Facebook omofobo”, “Grillo e la democrazia coi blog”.

 

Perché il problema non è la violenza verbale, non è lo schifo della tv italiana, non è l’omofobia, non sono i partiti politici: il problema è che tutto questo accade sui “social” (un’entità quasi mitologica a cui tutti si collegano ogni mattina ma che in Italia ha ancora un alone tutto magico).

Nel frattempo, agenzie di comunicazioni che si proclamano “esperte” e dovrebbero essere popolate di “professionisti” parlano ai propri clienti di fumosi concetti quali “pensiamo a qualcosa da fare coi social”. E i clienti, da bravi coglioni, le stanno pure a sentire.

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Breve ode alle ossessioni

Che cosa bella, le ossessioni. Quei pensieri fissi, quei tarli che ti si mettono in testa e non riesci a pensare ad altro e passi la giornata a lavorare con quella cosa seduta li in mezzo al cervello che reclama ogni minuti di attenzione che cerchi di mettere altrove.

Non è stupendo, non avere altro a cui pensare? E allora perché diamo alla parola ossessione un significato negativo?

Viviamo alla ricerca di una concentrazione inesistente e quando finalmente l’abbiamo, senza bisogno di fare alcuno sforzo, ci lamentiamo! Perché?

Perché spesso, quasi sempre, le nostre ossessioni sono inutili: ci fissiamo in maniera ossessiva solo e soltanto sulle cose su cui NON possiamo fare nulla. E l’ossessione in questione diventa qualcosa di puramente astratto: un pensiero che nasce e muore fra le pareti del nostro cranio, senza riuscire a uscire fuori, senza trovare modo di esprimersi. Continua a leggere Breve ode alle ossessioni

La gratitudine serve a poco

Ogni giorno leggo inviti (religiosi e non) alla “gratitudine”: bisogna ringraziare Dio, la mamma, gli amici, chi ci ama… Ringraziare ci rende migliori, ci aiuta a relativizzare, ci fa capire che possiamo sempre essere felici, eccetera. Vero.

Ma questo modo di pensare finisce per ritorcersi contro di noi, perché ci spinge a concentrarci sempre su quello che ci viene dato, dalle persone e dalle situazioni, e non su quello che possiamo e dobbiamo dare noi: il punto non siamo più noi, ma quello che gli altri fanno per noi.

Ed ecco che in ottica sentimentale il vero amore è sempre e solo qualcuno che ci protegge e ci coccola e ci cura (guai, guai a metterci in discussione!) e in ambito lavorativo perseguiamo strenuamente gli impieghi-cuccia, quelli in cui appallottolarci ed essere felici. E ci troviamo radicati nella nostra comfort zone, quella cuccia di benessere che ci rende felici e di cui siamo grati, certo… ma che non ci porta da nessuna parte!

Tutto diventa molto limitativo ed egocentrico, ed i nostri rapporti umani diventano puri esercizi di egoismo: apprezziamo le persone e le situazioni SOLO per quello che ci danno! Continua a leggere La gratitudine serve a poco

Quando la passione diventa colpa

Che cos’è una passione?

Qualcosa che ci gratifica e ci rende felici non in virtù del risultato ma in virtù del processo. Qualcosa che ci piace FARE indipendentemente da cosa ci permetta di OTTENERE.

(Si, ci sono analogie con il sesso. Un caso? Io non credo!)

Una passione diventa una colpa quanto tutto questo viene meno e non facciamo più quella cosa per il semplice e gratuito gusto di farla, ma per senso del dovere. La facciamo per realizzare uno scopo, per ottenere un risultato, per abitudine. La facciamo perché dobbiamo e non perché vogliamo: quindi non ci piace più e nel nostro cervello non la associamo più ad un piacere, ma ad un fastidio.

Per esempio a me piaceva un sacco disegnare. Continua a leggere Quando la passione diventa colpa

I mezzi, le strategie e gli obbiettivi

Tendiamo a confondere i mezzi con le strategie, le strategie con gli obbiettivi.

Alcuni esempi.

I social network sono un mezzo, non una strategia.
Decidere di utilizzare i social network in un certo modo nel proprio lancio di prodotto può essere una strategia, ma non è un obbiettivo.

Il flat design è un mezzo, non una strategia.
Decidere di utilizzare il flat design per un sito che parla di tecnologie e giovani può essere una strategia, ma non è un obbiettivo.

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Monologo del Poeta

Poeta: individuo sufficientemente egoista e idiota da ignorare i problemi reali, in quanto banali e gretti, per poi inventarne di nuovi, più adatti alla stesura di sonetti.

Che palle la banale squallida fragile felicità. Che palle mia moglie, la mia bella casa, i miei libri e i miei orpelli, che palle averci la salute, che palle il bel tempo e la primavera, che palle. Che triti concetti da squallido borghesotto seduto sul sofà, che noia.

E che palle anche le trite infelicità collettive e quotidiane, i problemi veri, che palle i bambini in Africa che muoiono di fame, che palle i genitori anziani da curare, che palle la disoccupazione, che palle che non arrivo a fine mese, che palle tutti questi problemi così borghesi, così comuni. Continua a leggere Monologo del Poeta

Sono fatto così. Oggi.

L’auto-consapevolezza: mito irraggiungibile per un’intera generazione cresciuta con la culla dallo psicanalista, traguardo di orde di insicuri cronici eternamente insoddisfatti di sé stessi. Un precario equilibrio, una moneta con due facce.

Da un lato la semplice finzione che tutti noi portiamo avanti ogni giorno, la maschera che indossiamo appena svegli la mattina. E non è questione di insicurezza, di paura o di bisogno di essere accettati, ma semplicemente di comodità: fingerci quello che non siamo è più facile. 

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Il mio problema coi libri

Il mio problema coi libri è che penso risolvano i problemi. Quindi, quando ho un problema, cerco il libro adatto. 

Non stiamo parlando semplicemente di auto-aiuto (à la Smettere di fumare è facile se sai come farlo): parlo proprio di una specifica modalità di risoluzione dei problemi.

Non so come fare una cosa di lavoro? Cerco dei libri sul quell’argomento, me li studio, provo a documentarmi.

Sono triste per qualche questione sentimentale? Cerco libri analoghi alla mia situazione, e provo a capire come vanno a finire.

Sono incazzata per qualche specifico argomento? Trovo libelli di denuncia con i quali incazzarmi ancora di più, o provare a placare la mia furia.

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L’attesa non dovrebbe esistere

Attesa = spazio di tempo in cui ci sentiamo legittimati a non fare niente perché stiamo aspettando che qualcun altro faccia qualcosa.

Altrimenti detto: l’attesa è quel magico luogo in cui fissiamo il telefono per ore, aggiorniamo le mail ogni 4 secondi, tamburelliamo con il piede, fumiamo una sigaretta dietro l’altra, imprechiamo contro il collega che non ci manda il report su cui dobbiamo lavorare. E non facciamo assolutamente niente.

Nelle nostre vite moderne ed iper produttive l’attesa è l’unico spazio non-multitasking: attendiamo e basta, possiamo al massimo fissare il telefonino senza neanche vedere cosa sta scritto sul monitor, o perdere tempo tra mail, Facebook e attività correlate.

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Smettere di scrivere, iniziare a pensare

Una volta ho scritto un libro. (Fino a qui niente di nuovo: credo lo abbia fatto praticamente chiunque.)

Ci ho messo quasi due anni a scriverlo, nei ritagli di tempo e di lavoro, di notte, di giorno, quando potevo e quando non volevo. Due anni per finirlo.

Quando l’ho finito, ho incominciato a lavorare sul serio.
Perché scriverlo, in quei due anni di fatica, non è stato nulla rispetto alla difficoltà di mettere le mani in quell’oceano di spazzatura per pescare fuori il poco che si potesse davvero salvare. Non era semplicemente questione di tagliare, ma di ri-editare completamente tutto alla luce di una semplice verità: buona parte di quello che avevo scritto non poteva interessare a nessuno.

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Le tre lezioni della pixel art

Prendete Van Gogh. O Leonardo. O un altro grande, indiscusso genio artistico. O qualsiasi portentoso grafico con il suo splendido Photoshop.

Toglietegli i pennalli, toglietegli i colori, i grandi spazi, le tele, le mille possibilità tecniche.

Lasciategli solo una manciata di cubetti e di colori, un primitivo set di Lego.

Ditegli di creare con quelli, e solo con quelli, e avrete più o meno un’idea di cosa sia la pixel art.

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Il target è morto, per fortuna i clienti stanno bene!

Fra le molte cose che non ho mai capito nel Magico Mondo del Marketing (MMM) c’è la tendenza a puntualizzare sempre e con precisione allucinata il target di un prodotto: “Questo è per maschi adulti 25-38 che amano fare sport e detestano il colore verde. Segno zodiacale: Bilancia.”

Ogni volta che qualcuno ha fatto questa puntualizzazione a proposito di un prodotto, inevitabilmente mi sono trovata a pensare: “Quindi se io voglio tantissimo questa cosa e NON sono un maschio adulto 25-38 che ama fare sport e detesta il colore verde, voi questo prodotto non me lo volete vendere?!”

Con questo non sto dicendo di lanciare ogni prodotto nel mucchio, urlando alla folla: “Chi lo vuole se lo pigli!”, certo… ma siamo proprio sicuri che certe puntualizzazioni siano utili?

Chi forma DAVVERO il target di un prodotto?
Semplicemente, chi quel prodotto lo vuole fortemente.

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La privacy è morta, lunga vita alla responsabilità!

Quindi ora dobbiamo tutti usare Telegram, perché Whatsapp è il MALE, perché è stato comprato da Facebook e Facebook non rispetta la nostra privacy.
Non vorremmo mica che Facebook diventi proprietario delle nostre fotine porche da adescamento on-line, dei nostri pettegolezzi malvagi con la collega, delle nostre faccine sceme mandate al fidanzatino, vero?

La nostra privacy è sacra!
E per preservarla cosa facciamo?
Cambiamo social network e migriamo su Telegram!

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Che cosa legge veramente la gente

Ci sono miliardi di blog personali, su internet. Ci sono raccolte di recensioni, content marketing più o meno sponsorizzato dalle aziende, social network densi di contenuti, siti densi di opinioni personalissime e definizioni super oggettive.

E per questa mi affermazione non dispongo di dati scientifici e nessuna Università dell’Oklahoma ha fornito studi in merito, eppure potete stare sicuri che è verissima e per averne conferma vi basterà un singolo secondo di autocritica.

La gente presta attenzione solo a quello che vuole sentirsi dire.

Altrimenti detto: di tutto questo ben di Dio di informazioni, contenuti, idee, recensioni, opinioni, problemi, dubbi, esternazioni, parole, leggiamo solo quello che parla di noi, quello che conferma le nostre teorie, quello che avvalora le nostre ipotesi?

Perché?
Perché vogliamo sentirci gratificati.
Perché vogliamo sentirci intelligenti.
Perché vogliamo annuire e dire “Si, proprio così, proprio come dico sempre io!”

Perché siamo una razza egoista e dominata dal desiderio di conferme più che di confronti.

Amen.
(E lunga vita alla curiosità!)