Beata ignoranza

Un tempo si parlava di “beata ignoranza”; la dimensione mentale di chi non ha (ancora) conoscenza di informazioni dolorose. Questa idea è più o meno sempre esistita, per dipingere una situazione di innocenza esistenziale: quella dei bambini, per esempio. E se è vero che in quel contesto la parola “ignoranza” passa dalla sua originale connotazione negativa a una dimensione diversa, è anche vero che recentemente siamo riusciti a fare di meglio. Attualmente questa parola è passata attraverso una serie di ulteriori sfumature concettuali, che l’hanno portata a diventare anche più che positiva: è diventata un vero e proprio valore. Ricostruisco il processo in modo schematico.

Ignorante = chi non sa = il grezzo, quello senza orpelli = quello senza orpelli inutili, quindi genuino, onesto = chi non ha bisogno di infiocchettare nulla a parole, perché domina in modo assoluto a fatti. (Se il processo mentale vi sembra inquietante al limite del distopico… beh, non è un caso.)

Ignorante = semplicemente superiore

In sintesi estrema: ignoranza = genuina potenza senza sovrastruttura. Esemplifichiamo: una moto “ignorante” è una moto con una cilindrata mostruosa e poca elettronica; lo “svapo ignorante” è fatto con mezzi analogici e tanta potenza; una competizione sportiva “ignorante” è una fatta da atleti fisicamente superiori che dominano il campo anche senza strategia. Se la parola è usata in contesti un po’ truzzi… beh, anche questo forse non è un caso: siamo molto lontani dalla beata ignoranza.

Quindi eccomi li, con il mio bravo bicchiere di vino in mano, immersa nella mia ennesima conversazione amareggiata sul degrado dei tempi moderni che celebrano l’ignoranza. Una conversazione che ormai porto avanti con scadenza bisettimanale, in una gran pluralità di contesti (incluso questo blog).

(Piccola considerazione estemporanea: se, come me, vi trovate a fare troppo spesso conversazioni del genere, forse è giunto per noi il tempo di girare pagina. Ma in senso letterale: quella di un libro, perché forse stiamo leggendo troppo poco e dicendo troppo spesso le stesse cose. Ma non è un consiglio, intendiamoci…)

A questo punto vorrei dire che “per puro caso mi sono imbattuta in…”, per fare una figura da vera intellettuale… ma mentirei, perché non è stato un caso, se mi sono imbattuta nel Discorso sulle scienze e sulle arti di Jean-Jacques Rousseau. Non è un pensatore per cui ho mai avuto stima o simpatia quando l’ho frequentato, fra liceo e università. In realtà mi sono trovata a rileggerlo chiedendomi proprio “Dopo tutti questi anni magari hai cambiato idea”. No. Mi sta ancora antipatico, ora come allora.

Scusa, Jean-Jacques, fra noi non potrà mai funzionare.

Perché alla fine è lui, il primo, vero, genuino teorico della beata ignoranza. E per sintetizzare in poche righe le non molte pagine del Discorso sulle scienze e sulle arti, il concetto è questo: l’arte, la scienza e il sapere sono stati la rovina del genere umano. Hanno distratto l’uomo dalle oneste occupazioni (=zappare la terra), lo hanno portato in una dimensione di superflua astrazione, privandolo del suo naturale buon senso. L’intelletto ha indebolito non solo il corpo, ma anche la tempra morale delle persone, che hanno ora “l’apparenza di tutte le virtù, senza possiederne nessun”. L’affettazione, l’educazione, la cultura… PUAH! Tutte ridicole finzioni, prive di corrispettivo in natura: “un uomo buono è un atleta che prova diletto nel combattere nudo”.

Rousseau ce l’ha con tutte le scienze, incluse quelle apparentemente più innocue: “la geometria (nasce) dall’avarizia, la fisica dalla vana curiosità, e tutto il resto, inclusa la morale, dall’orgoglio”. Tutto il sapere è in ogni caso originato dal troppo tempo libero. Ma è l’educazione, in particolar modo, a finire vilipesa come una forma di superflua ipocrisia che ha “corrotto” l’animo naturalmente innocente dell’uomo. Che forse di suo sarebbe un bifolco amabile pronto a prendere il vicino (sia esso migrante o stazionario) a padellata sui denti per pura antipatia, ma (ahinoi!) non può più farlo per colpa dell’ipocrita meccanismo sociale che glielo vieta.

La conoscenza è sempre corrotta, l’ignoranza sempre onesta.

Il Discorso sulle scienze e sulle arti è stato pubblicato nel 1750. Lascio alla calcolatrice il conteggio degli anni trascorsi. Non serve invece nessuno strumento per capire come la celebrazione dell’ignoranza non sia una novità recente e abbia sempre seguito lo stesso percorso mentale. La conoscenza diventa un mezzo di doppiezza, finzione, arroganza, corruzione. Il sapere è uno strumento di prevaricazione intellettuale sull’innocenza. Al contrario, l’ignoranza è genuina, trasparente, onesta. Scienze e arti servono solo ai disonesti! Beata ignoranza, maledetta conoscenza.

Vi ricorda qualcosa, tutto questo?

Beh, se un noto movimento politico italiano di chiara matrice populista ha chiamato “Rousseau” il proprio sistema operativo… nemmeno questo è un caso.

(NB: Le citazioni sono tutte tradotte da me, in modo del tutto letterale e senza pretese.)