Smettere di scrivere, iniziare a pensare

Una volta ho scritto un libro. (Fino a qui niente di nuovo: credo lo abbia fatto praticamente chiunque.)

Ci ho messo quasi due anni a scriverlo, nei ritagli di tempo e di lavoro, di notte, di giorno, quando potevo e quando non volevo. Due anni per finirlo.

Quando l’ho finito, ho incominciato a lavorare sul serio.
Perché scriverlo, in quei due anni di fatica, non è stato nulla rispetto alla difficoltà di mettere le mani in quell’oceano di spazzatura per pescare fuori il poco che si potesse davvero salvare. Non era semplicemente questione di tagliare, ma di ri-editare completamente tutto alla luce di una semplice verità: buona parte di quello che avevo scritto non poteva interessare a nessuno.

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Emozionante annuncio di collaborazioni ormai già in corso

DISCLAIMER: Quando segue dovrebbe essere di natura prettamente satirica. Se non sembra tale è sicuramente colpa mia e della mia mancanza di stile e non della mancanza di ironia di chi legge. Portate molta pazienza.

 

Si fa sempre un gran parlare di moda, ma da sempre il mondo pare dividersi in due categorie: chi la moda la capisce (quindi soltanto le fashion blogger, perchè tutti gli altri in realtà fingono di capire e basta) e tutto il resto del mondo.

Ma è giunto il momento di dire “BASTA!” a tutto questo.

Per salvare l’umanità dalla sua stessa disperazione, ho deciso di tenere una rubrica di moda per il Lolington postLo scopo di questa rubrica è spiegare in maniera chiara e diretta il mondo della moda a quelle categorie di persone che per loro propria conformazione psico-fisica non riescono a comprenderlo. Prima che voi mi tacciate di bieco sessismo dico subito che non mi rivolgo solo ai maschi: il mio desiderio è educare le masse ed al loro interno metto anche la folla oceanica di donne che osano curarsi poco del proprio abbigliamento (una tragica categoria di infelici ben più popolosa di quanto si possa credere)!

 

Per assolvere a questo ingrato compito sarebbe ovviamente servita una splendida fashion blogger bionda, di coscia lunga, nata coi tacchi sotto ai talloni e dotata di occhi azzurri full optional.

Ma, ahimè, nessuna era disponibile: sappiamo tutti che le fashion blogger, per definizione, non finiscono mai… ma la triste verità è che nessuna voleva collaborare con il Lolington Post! Nessuna voleva portare alle masse la luce sublime e glitterata del sapere! Nessuna voleva impegnarsi per educare il volgo alla Verità!

Ma soprattutto: nessuna lavorava senza una sponsorship Luis Vuitton.

Quindi nella mia magnanimità ho scelto di prendere sulle mie esili spalle codesto ingrato compito. Finalmente anche il Lolington Post ha la propria fescion blogger, che per adattarsi alla redazione non è né bionda né figa.

 

Ma perchè mai dovreste interessarvi di moda, dite voi?

In realtà esiste un’unica categoria di individui al mondo che può permettersi il lusso di ignorare il mondo della moda: le fashion blogger strafighe. Vi pare un controsenso? Rifletteteci: perché una ragazza bellissima dovrebbe curarsi della moda?! Se è strutturalmente bellissima, lo sarà qualsiasi cosa indossi! 

Per una vera figa DOC i vestiti sono solo un inutile orpello, dal quale si deve il più possibile liberare per rendere palese al mondo la propria naturale fighezza.

Facile fare le fashion blogger, quando si è bionde e fighe: ti metti addosso la proverbiale “prima cosa che trovi nell’armadio” (che in questo caso è grande come il loft newyorkese di una supermodella) ed esci sprezzante, senza un filo di trucco addosso.

 

Se seguire la moda è opzionale per le belle fighe, diventa necessario le comuni mortali: perché solo usando al massimo tutti i più moderni ritrovati offerti dal mondo della moda si può sperare di sopravvivere (per “sopravvivere” qui intendo “rimorchiare”, ovviamente).

E più la donna è cozza, più deve necessariamente curare il proprio abbigliamento: per questo io sono una fescion blogger. La cozza DOC (e non ne sto parlando per sentito dire!) si veste con morbosa cura per i dettagli, abbina i calzini all’intimo (che essendo lei cozza nessuno a parte lei ed il di lei medico curante vedrà mai) e la borsa alle scarpe, segue ogni più tecnologico ritrovato di bellezza, è abbonata a Vogue e vive su Pinterest.

 

Ma seguire il mondo della moda femminile non è più opzionale nemmeno per i maschi: conoscere l’abbigliamento e i trend potrebbe tornarvi molto utile. 

Per esempio, per simulare una raffinata sensibilità: le donne adorano gli uomini sensibili! Dal tenero nerd un po’ timido, al maschio “cresciuto con 3 sorelle” fino al finto gay, gli uomini rimorchiamo alla grande quando simulano conoscenza e interesse per i vestiti che lei si è tanto attentamente messa addosso: “Che bel cappotto!” funziona molto meglio di “Che begli occhi!” (anche se il top rimane: “Aoooro la tua borsa!”)

E se non vi interessa rimorchiare (in quanto già soddisfatti e/o gay) almeno avrete qualcosa di cui parlare.

Ma soprattutto: conoscere bene la moda vi aiuterà a non farvi fregare dalle apparenze e rimorchiare solo merce di prima qualità! Perché non volete cadere anche voi nella sindrome “Credevo fosse amore, invece era un push-up!”, vero?

 

In ogni caso, questa rubrica è qui per voi: per aiutarvi a districarvi nel fescion-labirinto e ad emergerne vincitori, carichi di saggezza e di rigoglio intellettuale!

Buona lettura.

 

 

La cultura del vomito pubblico

Che ogni esperienza umana abbia il suo valore intrinseco è una lezione che in letteratura è arrivata con il Verismo. Però ci sono alcune cose da puntualizzare.

Innanzitutto Verga, Zola e compagnia avevano degli indiscussi meriti letterari. Inoltre raramente scrivevano di vicende autobiografiche: erano sempre racconti verosimili, si, ma opportunamente romanzati ad uso e consumo del lettore (e spesso infarciti da elementi di buonismo, o da dure lezioni morali). E quando Praga poetava “canto una misera canzone,/ ma canto il vero!” era pur sempre una canzone!

Poi la cosa ha preso piede ed hanno inventato Splinder, poi Blogger, poi WordPress… ed eccoci qui, tutti novelli Verga a raccontare pubblicamente le nostre drammatiche vicende VERE! Che hanno automaticamente valore perché per prima cosa sono VERE, e poi sono NOSTRE! E quale individuo al mondo, quindi, non dovrebbe essere interessato ad ascoltarle?!

Anni fa leggevo qualche blog su Splinder. Erano tutti tenuti da adolescenti lesbiche, cocainomani, anoressiche, provenienti da famiglie con vari stati di disagio (dal “banale” divorzio, ai più turpi maltrattamenti). Pareva una gara a quello che stava messo peggio: perché chiaramente a nessuno interessa leggere di una persona sana, felice, psicologicamente serena e senza particolari traumi esistenziali. Il vero artista deve essere così: infelice, depresso, drogato, circondato dal disagio.

Con questo non intendo minimamente minimizzare le difficoltà, le infelicità o i problemi altrui, anzi. Quello su cui mi interrogo è la loro pubblica esibizione, ed il loro elevarli a materia utile da condividere con il pubblico. Perché?

È semplice necessità di condivisione (di cui ho già parlato altrove), o è qualcosa di più?
In questa pubblica esibizione dei propri panni sporchi non c’è anche una forma sottile ed auto-compiaciuta di arroganza?
Qualche secolo di storia dell’arte non è ancora bastato a farci capire la differenza (non piccola) fra una spiccata sensibilità artistica e un becero esibizionismo?

La maggior parte dei blog è lontana dalla letteratura: non sono “canzoni”, non hanno lezioni morali e raramente è presente un minimo di rielaborazione ad uso e consumo del lettore.
In pratica la differenza tra uno scrittore professionista ed il blogger medio è la stessa che c’è tra una pole dancer professionista e la vostra amica quella sera che ha bevuto troppo: magari voi ne siete segretamente innamorati e vi pare bellissima e sensuale, ma se qualcuno la vedesse potrebbe al massimo riderci su.

Eppure a chi scrive non importa nulla: non vogliono fare letteratura, non vogliono intrattenere, non voglio fornire alcun tipo di contenuto, alcuna idea, alcuno spunto.
Forse vogliono solo vomitare, pubblicamente, le loro sensazioni: per condividerle, per liberarsene, per avere una forma di solidarietà espressa in “commentini”, per parlare in maniera indiretta a chi non hanno il coraggio di interpellare direttamente.
Eppure, per quanto sia grande il loro malessere, una volta che è venuto fuori quello è solo vomito: non ha altro valore, se non al massimo una forma un po’ morbosa di identificazione da parte del lettore (“Una volta ho vomitato così anche io, mi ricordo!”).

Se si sta veramente così tanto male, non è meglio fermarsi un attimo a riflettere, prima di sedersi al computer e di riversare tutto il nostro dolore e tutta la nostra acredine li dove tutti possono leggerlo?
Il Verismo serviva a far emergere la Verità: a mettere in luce le cose per come stavano, ad analizzare. Questo invece è solo un placebo: vomitare fa stare subito meglio. Ma le ragioni del nostro imbarazzo rimangono li, non scalfite, non viste, non indagate, annidate in qualche punto fra lo stomaco e la gola. Magari non abbiamo nulla da nascondere e nemmeno nulla di cui vergognarci, ma è pur sempre vomito e non andrebbe nemmeno esibito: andrebbe curato con pazienza, usando le medicine del silenzio e della riflessione.

Un’ennesima forma di esibizionismo: una delle malattie di questa epoca. Perché il vomito di certi blog è lo stesso della stampa scandalistica, dove le personali vicende ed i privati errori di personaggi pubblici grandi e piccini sono esibiti come trofei. Ed è lo stesso vomito di certe vicende pubbliche, dove le private colpe di privati cittadini diventano l’unico metro di valutazione del loro operato.

Invece di riflettere e di elaborare, condividiamo. Buttiamo fuori le nostre difficoltà, per condividerle con un pizzico di arroganza e per dimenticarle più facilmente, togliendocele dallo stomaco.

 

DISCLAIMER:
Ho provato a tenere qualche blog personale anche io, lo ammetto (questo è solo l’ultimo di una serie infinita). Ho smesso per mancanza di spunti: di cosa avrei mai dovuto parlare, con la mia mediocre esistenza fatta di mediocri casini, senza alcun reale problema? Ero priva di idee: “Mamma, perché non sono una lesbica repressa in lotta contro il mondo?! Perché non mi sono MAI drogata!? Che cosa avete sbagliato con me? Potreste almeno divorziare, per favore?! Potreste picchiarmi!?”

Di tanto in tanto l’occhio mi cade su qualche blog. Alcuni sono sublimi, veicolano pensieri oggettivamente fuori dal comune e in certi casi anche magistralmente ben scritti. I più però sono soltanto molto personali.

Dopo un po’ ho smesso di leggerli: mi facevano sentire a disagio con la mia stessa “normalità”.

 

 

Tra Oscar Wilde e Caro Diario: i blog

I blog di internet sono tutti pericolosamente sospesi tra due estremi, egualmente pericolosi: da un lato il monologo tardo-adolescenziale sopra il proprio personale e squisito sentire, dall’altro il breviario pretenzioso di chi pretende di spiegare qualcosa al prossimo suo.

La massima di Oscar Wilde resta valida: amiamo parlare di noi, perché siamo l’unico argomento di cui sappiamo qualcosa. In fondo, pretendere di spiegare al mondo attraverso un blog qualcosa che non siamo noi è pura e semplice arroganza. La vera sfida è essere remotamente interessanti per il proprio prossimo, perché il delitto capitale di questo millennio è far perdere tempo.

Qui sopra quindi non troverete deliri tardo-adolescenziali ma nemmeno dati oggettivi e certi, fatti incontrovertibili, prassi comportamentali. Questo sarà soltanto il mio privato punto di vista su un mondo, quello della comunicazione digitale, in cui mi trovo ad abitare da una decina di anni. Un mondo in cui vivo a volte mio malgrado, da reclusa fuori da Facebook, un mondo decisamente buffo e che spesso fa molto ridere, anche e soprattutto grazie ai propri meccanismi prevedibili ed umanissimi.

Un mondo di cui faccio assolutamente parte io per prima: tutto quello che criticherò qua sopra, lo criticherò guardandomi allo specchio.

Il punto di partenza della mia riflessione è che non ci sia alcuna differenza tra la comunicazione tradizionale e quella sul web: internet, i social network e i rapporti “virtuali” non hanno cambiato proprio nulla. La tecnologia ha innovato solo i mezzi, ma non i modi e sicuramente non gli animi: il nostro umano modo di sentire prosegue con minime alterazioni da parecchi secoli e non è certo stato l’avvento di internet a cambiare qualcosa.

Parliamo allo stesso modo, scriviamo le stesse parole e poco importa se sia un muro di Pompei, un foglio di papiro, un twit o un ologramma: il senso che vogliamo tirarci fuori dal cuore mentre comunichiamo è sempre lo stesso. Siamo ancora tutti alla ricerca di qualcosa da dire e di qualcuno di veramente interessato ad ascoltarlo, detto alla nostra maniera.

Il web è solo una meravigliosa cassa di risonanza, infinitamente più facile e comoda dello Speaker’s Corner di Hyde Park, ma in realtà siamo ancora tutti qui con il nostro banchetto a distribuire opinioni, aranciata amara, abbracci gratis.

E questo blog è solo il mio privato banchetto, dove veicolo la mia non richiesta opinione sulle cose e le persone intorno a me. Pensieri, parola, ma soprattutto omissioni: perché sono la prima peccatrice che ogni giorno mille volte compie codesti peccati.