La gratitudine serve a poco

Ogni giorno leggo inviti (religiosi e non) alla “gratitudine”: bisogna ringraziare Dio, la mamma, gli amici, chi ci ama… Ringraziare ci rende migliori, ci aiuta a relativizzare, ci fa capire che possiamo sempre essere felici, eccetera. Vero.

Ma questo modo di pensare finisce per ritorcersi contro di noi, perché ci spinge a concentrarci sempre su quello che ci viene dato, dalle persone e dalle situazioni, e non su quello che possiamo e dobbiamo dare noi: il punto non siamo più noi, ma quello che gli altri fanno per noi.

Ed ecco che in ottica sentimentale il vero amore è sempre e solo qualcuno che ci protegge e ci coccola e ci cura (guai, guai a metterci in discussione!) e in ambito lavorativo perseguiamo strenuamente gli impieghi-cuccia, quelli in cui appallottolarci ed essere felici. E ci troviamo radicati nella nostra comfort zone, quella cuccia di benessere che ci rende felici e di cui siamo grati, certo… ma che non ci porta da nessuna parte!

Tutto diventa molto limitativo ed egocentrico, ed i nostri rapporti umani diventano puri esercizi di egoismo: apprezziamo le persone e le situazioni SOLO per quello che ci danno! Continua a leggere La gratitudine serve a poco

Quando la passione diventa colpa

Che cos’è una passione?

Qualcosa che ci gratifica e ci rende felici non in virtù del risultato ma in virtù del processo. Qualcosa che ci piace FARE indipendentemente da cosa ci permetta di OTTENERE.

(Si, ci sono analogie con il sesso. Un caso? Io non credo!)

Una passione diventa una colpa quanto tutto questo viene meno e non facciamo più quella cosa per il semplice e gratuito gusto di farla, ma per senso del dovere. La facciamo per realizzare uno scopo, per ottenere un risultato, per abitudine. La facciamo perché dobbiamo e non perché vogliamo: quindi non ci piace più e nel nostro cervello non la associamo più ad un piacere, ma ad un fastidio.

Per esempio a me piaceva un sacco disegnare. Continua a leggere Quando la passione diventa colpa

I mezzi, le strategie e gli obbiettivi

Tendiamo a confondere i mezzi con le strategie, le strategie con gli obbiettivi.

Alcuni esempi.

I social network sono un mezzo, non una strategia.
Decidere di utilizzare i social network in un certo modo nel proprio lancio di prodotto può essere una strategia, ma non è un obbiettivo.

Il flat design è un mezzo, non una strategia.
Decidere di utilizzare il flat design per un sito che parla di tecnologie e giovani può essere una strategia, ma non è un obbiettivo.

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Monologo del Poeta

Poeta: individuo sufficientemente egoista e idiota da ignorare i problemi reali, in quanto banali e gretti, per poi inventarne di nuovi, più adatti alla stesura di sonetti.

Che palle la banale squallida fragile felicità. Che palle mia moglie, la mia bella casa, i miei libri e i miei orpelli, che palle averci la salute, che palle il bel tempo e la primavera, che palle. Che triti concetti da squallido borghesotto seduto sul sofà, che noia.

E che palle anche le trite infelicità collettive e quotidiane, i problemi veri, che palle i bambini in Africa che muoiono di fame, che palle i genitori anziani da curare, che palle la disoccupazione, che palle che non arrivo a fine mese, che palle tutti questi problemi così borghesi, così comuni. Continua a leggere Monologo del Poeta

Sono fatto così. Oggi.

L’auto-consapevolezza: mito irraggiungibile per un’intera generazione cresciuta con la culla dallo psicanalista, traguardo di orde di insicuri cronici eternamente insoddisfatti di sé stessi. Un precario equilibrio, una moneta con due facce.

Da un lato la semplice finzione che tutti noi portiamo avanti ogni giorno, la maschera che indossiamo appena svegli la mattina. E non è questione di insicurezza, di paura o di bisogno di essere accettati, ma semplicemente di comodità: fingerci quello che non siamo è più facile. 

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Il mio problema coi libri

Il mio problema coi libri è che penso risolvano i problemi. Quindi, quando ho un problema, cerco il libro adatto. 

Non stiamo parlando semplicemente di auto-aiuto (à la Smettere di fumare è facile se sai come farlo): parlo proprio di una specifica modalità di risoluzione dei problemi.

Non so come fare una cosa di lavoro? Cerco dei libri sul quell’argomento, me li studio, provo a documentarmi.

Sono triste per qualche questione sentimentale? Cerco libri analoghi alla mia situazione, e provo a capire come vanno a finire.

Sono incazzata per qualche specifico argomento? Trovo libelli di denuncia con i quali incazzarmi ancora di più, o provare a placare la mia furia.

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L’attesa non dovrebbe esistere

Attesa = spazio di tempo in cui ci sentiamo legittimati a non fare niente perché stiamo aspettando che qualcun altro faccia qualcosa.

Altrimenti detto: l’attesa è quel magico luogo in cui fissiamo il telefono per ore, aggiorniamo le mail ogni 4 secondi, tamburelliamo con il piede, fumiamo una sigaretta dietro l’altra, imprechiamo contro il collega che non ci manda il report su cui dobbiamo lavorare. E non facciamo assolutamente niente.

Nelle nostre vite moderne ed iper produttive l’attesa è l’unico spazio non-multitasking: attendiamo e basta, possiamo al massimo fissare il telefonino senza neanche vedere cosa sta scritto sul monitor, o perdere tempo tra mail, Facebook e attività correlate.

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Smettere di scrivere, iniziare a pensare

Una volta ho scritto un libro. (Fino a qui niente di nuovo: credo lo abbia fatto praticamente chiunque.)

Ci ho messo quasi due anni a scriverlo, nei ritagli di tempo e di lavoro, di notte, di giorno, quando potevo e quando non volevo. Due anni per finirlo.

Quando l’ho finito, ho incominciato a lavorare sul serio.
Perché scriverlo, in quei due anni di fatica, non è stato nulla rispetto alla difficoltà di mettere le mani in quell’oceano di spazzatura per pescare fuori il poco che si potesse davvero salvare. Non era semplicemente questione di tagliare, ma di ri-editare completamente tutto alla luce di una semplice verità: buona parte di quello che avevo scritto non poteva interessare a nessuno.

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Le tre lezioni della pixel art

Prendete Van Gogh. O Leonardo. O un altro grande, indiscusso genio artistico. O qualsiasi portentoso grafico con il suo splendido Photoshop.

Toglietegli i pennalli, toglietegli i colori, i grandi spazi, le tele, le mille possibilità tecniche.

Lasciategli solo una manciata di cubetti e di colori, un primitivo set di Lego.

Ditegli di creare con quelli, e solo con quelli, e avrete più o meno un’idea di cosa sia la pixel art.

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Il target è morto, per fortuna i clienti stanno bene!

Fra le molte cose che non ho mai capito nel Magico Mondo del Marketing (MMM) c’è la tendenza a puntualizzare sempre e con precisione allucinata il target di un prodotto: “Questo è per maschi adulti 25-38 che amano fare sport e detestano il colore verde. Segno zodiacale: Bilancia.”

Ogni volta che qualcuno ha fatto questa puntualizzazione a proposito di un prodotto, inevitabilmente mi sono trovata a pensare: “Quindi se io voglio tantissimo questa cosa e NON sono un maschio adulto 25-38 che ama fare sport e detesta il colore verde, voi questo prodotto non me lo volete vendere?!”

Con questo non sto dicendo di lanciare ogni prodotto nel mucchio, urlando alla folla: “Chi lo vuole se lo pigli!”, certo… ma siamo proprio sicuri che certe puntualizzazioni siano utili?

Chi forma DAVVERO il target di un prodotto?
Semplicemente, chi quel prodotto lo vuole fortemente.

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La privacy è morta, lunga vita alla responsabilità!

Quindi ora dobbiamo tutti usare Telegram, perché Whatsapp è il MALE, perché è stato comprato da Facebook e Facebook non rispetta la nostra privacy.
Non vorremmo mica che Facebook diventi proprietario delle nostre fotine porche da adescamento on-line, dei nostri pettegolezzi malvagi con la collega, delle nostre faccine sceme mandate al fidanzatino, vero?

La nostra privacy è sacra!
E per preservarla cosa facciamo?
Cambiamo social network e migriamo su Telegram!

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Che cosa legge veramente la gente

Ci sono miliardi di blog personali, su internet. Ci sono raccolte di recensioni, content marketing più o meno sponsorizzato dalle aziende, social network densi di contenuti, siti densi di opinioni personalissime e definizioni super oggettive.

E per questa mi affermazione non dispongo di dati scientifici e nessuna Università dell’Oklahoma ha fornito studi in merito, eppure potete stare sicuri che è verissima e per averne conferma vi basterà un singolo secondo di autocritica.

La gente presta attenzione solo a quello che vuole sentirsi dire.

Altrimenti detto: di tutto questo ben di Dio di informazioni, contenuti, idee, recensioni, opinioni, problemi, dubbi, esternazioni, parole, leggiamo solo quello che parla di noi, quello che conferma le nostre teorie, quello che avvalora le nostre ipotesi?

Perché?
Perché vogliamo sentirci gratificati.
Perché vogliamo sentirci intelligenti.
Perché vogliamo annuire e dire “Si, proprio così, proprio come dico sempre io!”

Perché siamo una razza egoista e dominata dal desiderio di conferme più che di confronti.

Amen.
(E lunga vita alla curiosità!)

 

 

Un carnet di buoni propositi intonsi

Il problema dei buoni propositi è che ci piacciono solo finché sono nuovi, immacolati, intonsi. E i buoni propositi, per definizione, sono soggetti ad una costante usura.

A noi piacciono solo il primo giorno dell’anno: quando cominciamo un nuovo diario, installiamo una nuova app di produttività, stabiliamo nuove regole per il nostro casellario email, appiccichiamo al frigo la nostra nuova dieta.

Per un po’ va tutto bene: siamo produttivi e taglienti, magri e scalcianti, scriviamo creiamo meditiamo dimagriamo produciamo tutti i giorni. Ed ecco che i nuovi propositi ci piacciono, sono ancora senza macchia, sono fiammeggianti.

Poi incominciano le prime ammaccature: una pizza con la provola di troppo, un giorno in cui “oggi salto yoga, chè proprio non c’ho voglia”, un paio d’ore in cui l’app di produttività proprio ce la dimentichiamo. Basta un nulla, basta una macchiolina: ed ecco il che i buoni propositi sono sporchi e brutti e imperfetti e non ci piacciono più. E finiscono nel dimenticatoio.
I buoni propositi non sopravvivono al primo tentennamento.

Forse sarebbe tutto più facile, dimagrire, stare in forma, produttivi taglianti scalcianti meditativi e vincenti, se accettassimo la banale realtà: non lo siamo. Siamo solo umani. Siamo pieni di difetti e di limiti e i nostri buoni propositi cadranno in frantumi miliardi di volte e se vogliamo sperare di andare da qualche parte dovremmo chinarci e raccoglierli non una ma mille miliardi di volte.

I buoni propositi non sono quelli nuovi e vincenti,
sono quelli che sopravvivono a tutti i fallimenti.

Chi non ha una vita avvelena anche te: digli di smettere!

Viviamo in un mondo dove la democrazia è ormai rotolata nella buia valle del qualunquismo e dove tutti devono poter dire-fare-essere tutto, perché altrimenti i loro diritti vengono lesi. E tutti siamo liberi di vivere come vogliamo.

C’è un’unica eccezione a questo sento comandamento: non si dovrebbe lasciare nessuno libero di NON-vivere.

Ora non voglio entrare nei meandri filosofici ed esistenziali di cosa sia o non sia la vita, ma procedo con darne una definizione tanto banale quanto generica, basata esclusivamente sul buon senso: una vita prevede un lavoro, una famiglia, degli affetti, degli amici, degli hobby. Vogliamo essere ancora più generici? Una vita è fatta da TANTE cose diverse, a cui ciascuno decide di dare una diversa importanza.

Una non-vita prevede solo UNA di queste cose.

Una non-vita è una monomania: solo il lavoro, solo il marito, solo la tipa, solo un hobby specifico.

Questo genera degli zombie: creature senza cervello, affamate dei cervelli altrui, che vivono un’esistenza idiota. Hanno un solo neurone, un’unica idea. Vivono per lavorare, per andare in palestra, per allattare il pupo, per correre dietro al coniuge. Si riconoscono perché, al di fuori di questa singola e sola cosa, non hanno nulla da dire, non sembrano avere sentimenti, non sanno come occupare il proprio tempo.

 

Queste persone sono ottuse, egoiste, limitate: non si può lavorare, con chi lavora così; non si può amare, chi ama così.

Queste persone fanno del male anche a te. 

Perché non sono persone: sono zombie che ci vogliono contagiare con la loro stessa malattia!

 

Siamo in guerra, amici. Dobbiamo combattere quotidianamente contro un’invasione di zombie ed essere contagiati dalla loro stessa non-vita è questione di un attimo.

Basta credere, anche solo una volta, anche solo per un secondo, che non ci sia altro: che la vita si riduca a QUELLO, a quel lavoro, a quell’amore, a quella ragazza, a quella specifica piccola vile e banale quotidianità. Basta dimenticare tutto il resto e pensare che tutto si riduca a NOI.

Ed ecco, che diventiamo a nostra volta zombie.

 

Non lasciate che gli zombie vi mangino il cervello: combatteteli a colpi di curiosità, di altruismo, di interesse, di empatia. Ricordatevi di tutte le cose che amate ogni giorno, anche solo per un minuto.

Non dimenticatevi di vivere.

 

 

Il focus e la sottile linea fra operai e sognatori

A volte ho l’impressione che il mondo si divida in due grandi categorie, in eterno conflitto fra di loro. Da un lato ci sono i sognatori, che vedono chiaramente il castello fra le nuvole, meta finale del loro percorso, ma non sanno come arrivarci e non sono disposti a scendere a compromessi (“Ho detto che devono essere nuvole, non mi accontenterò mai dello zucchero filato!”). Dall’altro ci sono gli operai, che si dimenticano perfino che esista un castello e fanno le loro piccole cose quotidiane, perdendosi completamente lungo la strada, perché non riescono in alcun modo a capire la direzione (“Mattoni. Devo pensare ai mattoni e niente altro!”).

E non solo il mondo, a dividersi in questi due gruppi… anche il nostro cervello ha lo stesso problema: siamo sempre sospesi fra sogni troppo bellissimi e realtà troppo bruttissime e raramente riusciamo a colmare il fosso che separa le due cose. 

Eppure sognatori ed operai hanno qualcosa in comune: entrambi mancano di un focus definito: non hanno minimamente chiare le priorità.

Per focus non intendo la “semplice” concentrazione: non sto parlando del mettersi a lavorare a testa bassa, isolati da tutto e da tutti, assorbiti dal proprio compitino quotidiano. Il focus di cui parlo io è esattamente l’opposto.

Avere focus vuole dire avere una chiara e netta immagine mentale del risultato che ci prefiggiamo e della strada per raggiungerlo. 

Non vuole dire immaginarlo, in termini astratti e vaporosi (“Sogno di essere bella come Kate Moss!”), non vuole dire dimenticarlo per trovarsi travolta dalla quotidianità (“Dieta, palestra, poi lavoro per pagare il chirurgo estetico, poi altra dieta, domani corsa, dopodomani palestra… ma per cosa? Non mi ricordo… a si: Kate Moss!”). Mantenere il proprio focus vuole dire vivere in bilico sul confine che divide il sogno dalla realtà: usare la concentrazione per creare e non per isolarsi dal risultato, usare i sogni per avere una prospettiva ampia senza isolarsi dal mondo.

Avere focus vuole dire lavorare sodo, con semplicità, nella vita di tutti i giorni… ma senza lavorare fino al punto di perdere di vista lo scopo per cui si sta lavorando; vuole dire essere operai e sognatori, poeti ed ingegneri, INSIEME.

Il focus è quella corda sottile e tagliente come un rasoio, tesa fra l’abisso del fallimento ed il cielo azzurro che ospita i nostri castelli in aria: è il progetto.

Purtroppo avere un focus chiaro sul proprio futuro non è per niente facile: la ricetta per ottenerlo è complicata e miscelarlo bene è il lavoro di una vita intera. Ci vuole una giusta combinazione di razionalità (per capire cosa si può concretamente fare) e immaginazione (per vederlo nella propria testa e capire se ci piacerebbe). E poi ci vogliono, in dosi massicce, altre due doti rare: l’onestà personale per capire cosa vogliamo davvero (andando oltre le storielle che ci raccontiamo la sera, per prendere sonno) e il coraggio, per andarci a prendere tutti i nostri desideri (senza paura di sporcarci le mani).

Ma soprattutto bisogna imparare a rinunciare a tutto: tutto quello che non è una priorità va eliminato. Siamo sospesi sull’abisso: per noi deve esistere solo la corda su sui camminare. La nostra priorità è una e una soltanto, il nostro focus è chiaro, limpido, davanti a noi. Dobbiamo avere chiaro che non possiamo avere tutto e le rinunce saranno strazianti: è il prezzo che si paga per ogni scelta e per ogni risultato.

 

Il dramma di questo decennio è un’evidente mancanza di chiare priorità:  lo si vede, purtroppo, in ogni sfera della vita politica, sociale e personale. Lo si vede nel marketing, sempre più confuso e approssimativo. Lo si vede nel modo di lavorare convulso e ottuso.

A furia di fare multitasking nel presente, finiamo per farlo anche nel futuro vogliamo tutto, non rinunciamo a nulla, otteniamo molto poco. 

Non siamo capaci di scegliere. Non siamo capaci di rinunciare.

Eppure per realizzare davvero i nostri sogni non ci sono altri modi: ogni creazione richiede un sacrificio… e se non impariamo ad avere un focus preciso e concreto su quello che vogliamo ottenere, rischiamo di sacrificare la cosa sbagliata. E di perderla per sempre.