Buon Natale?

Se sarà buono o meno, starà a voi deciderlo…

Ma io ve lo auguro: un buon Natale, un buon anno nuovo, un buon resto della vostra esistenza!

BuonaNatale_pempipot

(ma se volete un buon Natale, non lasciate decidere agli altri…)

Elenco di cose che NON voglio per Natale

Caro Babbo Natale,

siccome sono una bambina viziata, quest’anno non sprecherò tempo a dirti cosa voglio, ma ti indicherò soltanto cosa NON mi devi portare.
Perché vorrei che per una volta questo Natale non aggiungesse nulla, ma andasse a levare gli eccessi. Sai, un Natale contro il consumismo, un Natale minimale, un Natale da autentico Robin Hood che dà ai poveri e toglie ai ricchi. Perché io sono una bambina viziata dalle troppe ricchezze, sai, e di tutto il sovrappiù questo Natale mi voglio liberare.
Quindi ecco, caro Babbo Natale, portami via tutte queste cose… ché me ne hai date troppe in tutti i Natali passati e ti ringrazio, ma quest’anno te le rendo.

Portami via un po’ di idee: ne ho tante che non so più dove metterle, ne ho tante da riempirci libri e caricarci cammelli, ne ho tante da caricarci aerei e bombardarci chi di idee non ne ha mai. E siccome non ne realizzo nessuna, le mie idee sono inutili! Quindi eccole, caro Babbino: dalle a chi di idee non ne ha nessuna, che se le goda e che le metta al mondo e le faccia felici!

Portami via un po’ di desideri, che ne ho cassetti e armadi e stanze intere e sono tutti perfetti come vestiti troppo eleganti che non si sa mai quando indossare. Non ho più occasione, sai Babbino, di desiderare tanto sontuosamente… gli anni passano per tutti! Conserverò i miei desideri più intimi e affezionati, quelli che indosso tutti i giorni e senza cui mi sento nuda, quelli che mi accompagnano da sempre e di cui non importa se sono un poco logori.

Portami via queste speranze scomode che sono solo una scusante per sedermi qui ed aspettare tutto quello che si è perso lungo la strada e da solo sono saprà mai raggiungermi. Portale via, dalle ai bisognosi, sgomberami il campo perché possa andare a cercare da sola ciò che voglio, senza sperare più che arrivi qualcuno a bussare con un mazzo di tulipani e una promessa.

Portati via l’orgoglio, che me ne faccio ormai di questo orpello inutile? Eccovi qui tutti i miei errori, tette cadenti e smagliature, sono qui per essere visti e sbeffeggiati, sono miei ed io li amo tutti come figli. Portati via questo telone goffo che li copriva, caro Babbino, e lasciali brillare con tutta la loro luce deforme.

Portati via tutto questo interesse morboso per le cose e le persone, questa mia infantile e stupida curiosità: le cose da capire sono troppe e il tempo troppo poco. Dovrò anche imparare a accontentarmi, prima o poi: possibile che io non sia mai sazia?

Ma soprattutto, caro e dolce Babbino mio, portati via questo mio malsano e ingenuo attaccamento. Rendimi meno collosa, Babbo, puoi? Che a me le cose e le persone restano attaccate addosso come pellucchi con il velcro, come maglioni nelle spine. Sono uno zuccherino insalivato, sopra cui va a cadere la sporcizia e sono stanca di essere sporca: rendimi liscia e dura come quelle caramelle cattive che nessuno vuol mai mangiare!
Liberami! Che possa anche io padroneggiare la sublime e sacra arte del fottersene di tutto e che di ogni cosa al mondo possa far spallucce e dire “non importa”!

Da grande voglio essere un Buddha di bronzo, grasso e impenetrabile, seduto sorridente ed idiota fuori dalla vita stessa. E forse allora nessuno potrà più umiliarmi ed infangarmi, corrodermi ed affrontarmi, deridermi ed amarmi, scuotermi e affogarmi.

Non chiedo nulla, caro Babbo Natale, solo di portare via tutto.
E di lasciarmi poco, quel tanto che basta ad essere felice, ché con tutto questo attorno non riesco proprio più.

 

La nuova vita del content-marketing

Durante tutto il 2013 mi sono trovata a seguire con interesse, per alcuni clienti e direttamente per me, il mondo del content-marketing. Con questo nome si indicano tutte quelle attività di promozione indiretta, che mirano a creare interesse preso il proprio target veicolando dei contenuti a lui utili. 

Altrimenti detto: se io ho un business di salvaslip “Asciugoni”, decido di creare un blog dove parlo dello spinoso tema dell’incontinenza (una nota marca di insegna che dopo i 30 anni è in agguato per noi tutte!) dove fornisco alle mie lettrici mille utili indicazioni sul tema. Ovviamente sponsorizzate, ma in maniera piuttosto discreta. Il messaggio non è “Comprai salvaslip Asciugoni!” ma “Leggi qui e scopri come i salvaslip (Asciugoni) possono risolvere i tuoi problemi”. Il senso del content-marketing è tutto in quel mettere relativamente tra parentesi il brand per fornire al target interessato delle informazioni di natura universale: una forma più discreta e al tempo stesso più efficace per promuoversi, rendendosi utili.

 

Attualmente il content-marketing è tutto un esercizio a dire qualcosa di significativo relativamente al proprio prodotto, alla propria esperienza, alle proprie conoscenze. Eppure trovare dei contenuti nuovi e interessanti diventa ogni giorno più difficile mentre il panorama si fa sempre più carico: ogni settore è stato letteralmente invaso di blog, incontri, ebook, tumblr e chi più ne ha più ne metta. Non è un caso se all’estero il content-marketing stia già passando di moda: tutto quello che si poteva dire è ormai stato detto e parlare di “contenuti innovativi” risulta a dir poco ironico. Il content-marketing è già morto (pure lui?!) e per promuoversi bisogna trovare qualcosa di nuovo (ancora!).

 

Poi ieri trovo questo incantevole sito, sopra il quale mi soffermo. Riassunto dell’iniziativa: due celebri e celebrati designer newyorkesi decidono di stare insieme per 40 giorni e documentano il loro esperimento attraverso un sito web, corredando il tutto con deliziosi esperimenti di grafica e tipografia prodotti da loro e da altri. Hanno fatto anche il negozio online per acquistare i poster con le frasi!

La mia reazione iniziale è stata di puro disgusto: percepivo questo come una forma volgare e fastidiosa per buttare la propria vita sulla pubblica piazza del web, in cambio solo di pubblicità e contatti. Che squallore. Dove finisce il personal brand dove inizia la caricatura di se stessi?

 

Eppure leggendo mi sono trovata a pensare che non solo il sito era esteticamente bello e ben realizzato, non solo le immagini erano gradevoli… era anche interessante da leggere! Perché giorno per giorno ci si trovava ovviamente a intrigarsi per le vicende personalissime di questi due personaggi reali, per la loro forte introspezione, per il loro modo di reagire alla situazione e di mettersi in gioco. La vicenda era ben calibrata, senza mai diventare né celebrativa né ostentatamente volgare: risultava appassionante come un buona storia. Sicuramente i fatti sono stati rielaborati in qualche modo, ma non importa quanto ci sia di vero finché la storia rimane realistica: quello che conta è catturare l’attenzione.

 

Ma non solo. Leggere il sito era estremamente UTILE! Perché nei due personaggi e nelle loro diversissime esigenze e finalità ci si riconosce facilmente: a partire dalla loro vita personale e dalle loro situazioni è facile trarre conclusioni di portata più ampia e universale, che diventano spunti interessanti per chiunque. Cosa succede quando la voglia di essere amati ci spinge ad annullarci? O quando il desiderio di libertà ci rende soltanto degli egoisti? Come reagiamo di fronte agli impegni, alle difficoltà, ai problemi di salute e al contatto con gli altri?

Il sito in questione non ha alcuna pretesa e non fornisce nessuna risposta: racconta soltanto l’esperienza personale di due individui. Il tono e il modo della comunicazioni erano profondamente umili: nessuna auto-celebrazione, soltanto molta personalità.

 

Fermandomi a riflettere su questo sito, come su tutti gli altri, è facile isolare un paio di caratteristiche universali per un’efficace promozione presso il pubblico: bisogna risultare interessanti, utili e MODESTI. Non si dovrebbe parlare di sé e del proprio lavoro in termini celebrativi e auto-referenziali, ma creare una storia ed un personaggio interessanti e in cui identificarsi e fornire informazioni utili a chiunque legga. Il tema della promozione non è vendere quanto creare interesse. E per farlo devo creare contenuti che interessino.

 

Già vi sento congratularvi tutti in coro con me all’urlo di “Complimenti, hai appena scoperto le regole basilari del content marketing! Ecco una bambolina in fuffa transgenica per il disturbo!”… ma io sto dicendo una cosa un po’ diversa.

Pur non condividendo il tema ed il modo scelto, ho letto estensivamente quel sito e l’ho trovato significativo e memorabile (più del portfolio dei due diretti interessati): perchè era universalmente interessante e veicolava delle informazioni potenzialmente utili a chiunque. Il sito non parlava minimamente del lavoro delle persone coinvolte che sono, incidentalmente, due designer di levatura internazionale: chi loro fossero e cosa loro facessero lo si apprendeva solo dal contesto e dalle immagini bellissime con cui arricchivano il sito (e il negozio online del sito stesso, ovvio!). Il sito parlava di tutt’altro, eppure promuoveva attivamente la loro attività di designer… solo che lo faceva in maniera indiretta. Si tratta di content-marketing?

 

Forse il content-marketing è morto. O forse no. Forse deve soltanto rilassarsi, uscire dalla propria cameretta per andare a giocare con gli amici.

I contenuti non sono infiniti: se il nostro scopo è trovare sempre qualcosa di nuovo da dire ci troveremo presto a corto di idee, annegati in una pozzanghera di superficialità e di ripetizioni.

L’unica cosa infinita, nel mondo della comunicazione, sono i punti di vista… e forse la direzione in cui andare per creare contenuti originali è proprio questa: impegnarsi non tanto per dire sempre cose nuove, quanto per trovare una formula personale e unica per veicolare un punto di vista. E avere l’umiltà di dire che quello non è un contenuto, ma solo e soltanto un punto di vista: sta al lettore trarne conclusioni e riflessioni universali, è arrogante da parte di chi scrive veicolarne. Così facendo si andrà a costruire, poco per volta, un contatto nuovo e diretto con chi legge: non basato su dogmi cattedratici ma su un contatto diretto e personale con il proprio pubblico. Io-persona parlo del mio brand a delle altre persone, senza pretendere di insegnare loro nulla, ma semplicemente raccontando la MIA esperienza.

 

Per avere un futuro il content.marketing deve ridimensionarsi, rinunciare alle proprie pretese universali e tornare a essere quello che in realtà è sempre stato: un punto di vista personale.

 

 

Beyoncé e la morte del marketing

Il marketing è morto. Da creatura vistosa e un po’ truzza quale lui è sempre stato, a dare l’annuncio della sua (neanche poi tanto) triste dipartita arriva Beyoncé.

I fatti sono semplici e sulla bocca di tutti. Beyoncé rilascia un disco nuovo su iTunes, senza dirlo a nessuno “se non ai propri fans” e senza (apparentemente) spendere una lira di marketing. I mezzi di marketing utilizzati per il lancio? Una foto su Instagram con la scritta “Sorpresa!”

Detto disco vende in 24 ore 400.000 copie, quando il di lei disco precedente, lanciato con grande dispendio di risorse ed inventiva ne vendette 300.000 in una settimana.

 

Perché Beyoncé ha fatto una cosa simile?

Perché (cito testuale la press release): “voleva veicolare la sua musica direttamente ai suoi fans, senza alcun filtro intermedio”. http://www.columbiarecords.com/

Perché i social *parte lo stacco musicale sponsorizzato* permettono un contatto innovativo, diretto e senza precedenti con i propri fan, i quali hanno percepito questo disco come un dono, fatto direttamente a loro senza alcun intermediario. Perché la musica è una cosa tra artista e ascoltatore e tutto il resto non c’entra e non ha alcun valore. *fine dello stacco musicale sponsorizzato*.

“Senza i social però tutto questo non sarebbe stato possibile!”

Che figata, i social! La rivoluzione della comunicazione! La rivoluzione del marketing! La rivoluzione del mercato! La rivoluzione delle rivoluzioni!!11!!

Le agenzie non servono più, ora dobbiamo diventare tutti social media manager! La pubblicità è morta, la TV è morta, le riviste sono morte, è morto tutto quello che non è un social!

I social permettono a chiunque di vendere qualsiasi cosa senza spendere un centesimo di pubblicità! I social hanno ucciso il marketing!

 

Magari prima di partire alla carica urlando cose del genere (che ho già letto in un numero imbarazzante di blog) forse sarebbe il caso di fermarsi un attimo ad analizzare alcuni piccoli dettagli della situazione in esame.

Per esempio, che stiamo parlando di Beyoncé.

Quando Beyoncé si taglia i capelli, Chuck Norris si chiude in bagno a piangere; quando Beyoncé ha un’idea, Steve Jobs in paradiso si vergogna delle proprie; quando Beyoncé dà un colpo di natica, la gente muore: cosa se ne fa Beyoncé, del marketing?!?

Forte di milioni di fan in tutto il mondo, di una carriera stellare, di premi vinti e dischi venduti, Beyoncé non ha alcun bisogno di alcun tipo di marketing.

A Beyoncé per vendere un disco serve una cosa sola: un disco da vendere.

Quindi, perché Beyoncé ha deciso di fare un lancio del genere, rinunciando ad ogni orpello? Va bene, si voleva il contatto diretto coi fan che la amano, certo, certo, come no. Seriamente… perchè?

Lo ha fatto perché poteva. Altrimenti detto: non aveva alcun bisogno del marketing. 

 

Ora, disgrazia vuole che non tutti siano Beyoncé e non tutti i prodotti siano fichissimi come il nuovissimo disco di una rockstar meravigliosamente popputa (per non parlar del resto).

Mettiamo il caso che io abbia un business di salvaslip e posti una mia bella fotina su Instagram con scritto “Sorpresa! Mi sono arrivate proprio oggi, ma con Asciugone sono asciutta e pulita!”. L’idea è geniale, lo so, ma nonostante questo c’è il rischio che le mie vendite non siano proprio altrettanto stellari e massificate quanto quelle di Beyoncé. In altre parole: non basta un account Instagram a fare di me la Beyoncé dei salvaslip.

Capisco bene che i social siano bellissimi: permettono a tutti di sognare. Danno anche ai prodotti un bel sogno: quello che per avere successo sul mercato non serva più spendere un centesimo in marketing.

 

Detesto essere foriera di cattive notizie, ma no: non è così. E temo non sarà così per molto tempo ancora.

L’unica cosa rimasta uccisa dai social network, finora, è il nostro tempo: non si hanno notizie di altri feriti. Quanto al marketing… dalla sua villa a Miami Beach manda a dire che lui sta benissimo.

 

Eppure io ci spero, ci spero tanto, ci spero insensatamente che quel bastardo muoia! Possibilmente trascinando con sé tutti i suoi accoliti con i loro simpatici falò portatili creati solo per produrre fumo senza combustione. E un giorno il marketing morirà: ce lo rivelano episodi come questo di Beyoncé… ma non saranno certo i social ad ucciderlo!

 

Il marketing sparirà quando sparirà la ragione per cui è stato creato: vendere cose inutili e/o brutte a chi non ne ha bisogno. 

Perché quando un prodotto è realmente bello, realmente utile, realmente innovativo… il marketing non serve a molto e non è MAI servito. Basta vedere la Apple, che negli ultimi anni ha dato al proprio marketing un budget assolutamente ridicolo in proporzione alle proprie vendite: perché il marketing è nel PRODOTTO.

 

Eppure il clamoroso lancio di Beyoncé è un ennesimo dato significativo.

I brand si stanno muovendo in una direzione nuova: creare un contatto diretto con il proprio audience di fan e di appassionati. Perché il futuro del marketing è questo: creare un prodotto eccellente che emozioni le persone e che le faccia davvero sentire coinvolte, in maniera diretta e personale.

Il marketing è soltanto un filtro fra l’utente ed il prodotto, nato per amplificare il messaggio e per veicolarlo alle masse: quando questo filtro diventerà inutile, si dissolverà. Finalmente i brand scenderanno dal piedistallo e smetteranno di urlare le loro idee e le persone torneranno a viverli e costruirli, a chiamarli con il loro nome e a interpretarli. Finalmente finirà questo rumore assordante e semplicemente si tornerà a parlare con il tono di voce normale che si userebbe con chi ci vuole ascoltare davvero.

E allora finalmente il marketing morirà.

E la colpa non sarà certo dei social: sarà dei prodotti, che di lui non avranno più bisogno.

 

 

Stimolate i bambini a FARE, non a subire!

Premetto che non ho e probabilmente non avrò mai figli, ma recentemente sento crescermi dentro quel grande desiderio di sputare sentenze su quelli degli altri, noto al mondo come “menopausa precoce”. So già che verrò lapidata per quello che sto scrivendo, perchè parlo di bambini… “e tu non ti devi permettere!”

 

Il bambino è il più grosso e drammatico tabù di questo secolo. 

Non mi metto neanche a parlare di quelle madri che vivono il parto come una novella Immacolata Concezione e che si atteggiano a Vergini Beatificate perchè LORO hanno partorito moderni piccoli Gesù… ma da lì in avanti, i bambini sono criceti che vanno tenuti nella loro brava piccola ruotina, perchè il mondò là fuori non li impolveri e non li consumi.

E vanno fatti costantemente correre, correre, correre.

 

Ed eccoli li: a tre anni, tra TV, film accuratamente scelti in base all’elevato impatto formativo (“A mia figlia niente cartoni animati, solo film magrebini di animazione in stop-motion che importo tramite il mercato nero su VHS!”), libri, giochi didattici, iPad, iPhone, computer (“Lui è bravissimo, a tre anni lo usa meglio di me! Ovvio che è sempre monitorato!”) e chi più ne può comprare (perchè alla fine è tutta una questione di denaro, diciamolo), più ne metta. Stimoli a gogo, senza sosta: perchè gli stimoli non bastano mai.

Poi scopri che a tre anni sono: stressati, insonni, iperattivi esoffrono di sindromi di deficit di attenzione varie.

 

Ed è vero, è verissimo: gli stimoli non bastano mai… ma c’è stimolo e stimolo. 

Gli stimoli veri stimoli a fare e costruire, a creare e provare e giocare, non sono solo e sempre quintali di informazioni da assorbire passivamente! 

Questi bambini sono massacrati dagli stimoli: li assorbono ovunque, come spugne, e non sono minimamente in grado di elaborarli. Si sovraccaricano come molle e non arriva mai il momento di saltare: si va a letto la sera con tutta questa mole di input immagazzinati dentro e ci si svegli la mattina e si ricomincia. Ma il momento di tirarli fuori non arriva mai. Perché?

 

Per comodità. Perché per i genitori è mille volte più comodo e facile stimolare i figli in modo passivo piuttosto che in modo attivo. Perché per farlo in modo attivo ci vuole tempo, presenza, attenzione, capacità: i bambini non lo fanno da soli, vanno guidati ed aiutati. Serve qualcuno che li guidi ad elaborare gli stimoli, che si sieda accanto a loro e gli insegni a dare forma ai loro sogni.

Perché per insegnare ad un bambino ad essere tale serve un adulto. Serve qualcuno che ci è passato. Lasciati da soli, vivono come poveri animaletti frastornati, in un mondo pieno di cose e di idee che non riescono a prendere forma.

 

Genitori, SVEGLIA! I bambini non sono piccoli capolavori del creato che nascono perfetti dal grembo delle loro mamme e vivono in un mondo di caramelle un’esistenza autogestita. SONO SOLO BAMBINI. Da soli non fanno NULLA.

 

NON crescono da soli, NON imparano da soli, NON sono felici da soli: sono bambini, dipendono da voi! Si crescono giocando con loro e dedicando loro tempo, attenzione e intelligenza: non accendendo tre TV, due iPad, un Mac e quattro libri illustrati.

I bambini si crescono con i fatti, non con gli stimoli. Gli stimoli sono solo un succedaneo per il vostro senso di colpa.

 

Se pensate che regalare loro la collezione completa di pop-up artistici realizzati a mano di Andy Warhol serva in qualche modo a farli diventare dei geni, andrete incontro a una grossa delusione.

Se credete che guardare solo i film Disney (“che sono educativi!”) vietando loro i Gormiti li renderà piccoli radical chic quali voi siete, finirete con il cuore spezzato.

Se credete che fornire loro gli strumenti mentre voi andate serenamente avanti a badare ai fatti loro ignorandoli li renderà felici e intelligenti ci sono ottime possibilità che stiate crescendo dei mentecatti infelici.

 

Questo Natale ai vostri figli, regalate un libro in meno e un’ora del vostro tempo in più.

Ve ne saranno più grati di quanto riusciranno ad esprimere e farà un sacco bene anche a voi.

 

Disclaimer

Se pensate che il fatto di non avere figli mi renda incapace di parlare di bambini, ricordo a tutti che Maurice Sendak era gay e senza figli, ma questo non gli ha impedito di essere uno dei più acuti interpreti dell’infanzia di questo secolo. E potrei citare altri mille esempi, ma lui resta il mio preferito.

Se pensate che “chi non prova non capisce” dimenticate un dettaglio: ho un sacco di esperienza nel campo, perchè sono stata bambina per la bellezza di 33 anni e non ho la benché minima intenzione di smettere di esserlo a breve. 

Se pensate che questa sia una romantica e vaporosa affermazione sulle linee di “conserva il bambino che è il te per rimanere creativo”, la risposta è no: sono solo ferma agli 8 anni. Perché ho avuto genitori abbastanza grandiosi da farmi capire che non c’è alcun bisogno di procedere OLTRE: avere 8 anni per tutta la vita va benissimo, devi solo potertelo permettere.

Se pensate che tutto questo ancora non basti a poter sputare sentenze sulla pregiatissima prole altrui… beh io due occhi ed un cuore, oltre che un cervello. E a volte, non sempre, provo a usarli.

Ma perché i social ci piacciono tanto?

Il genere umano adora le storie: ci piace ascoltarle, perchè ci identifichiamo, ma ci piace anche raccontarle. Anzi, forse raccontare storie è il nostro passatempo preferito, dai tempi delle pitture rupestri, dai tempi del nostro primo vagito: raccontare storie ci rende felici e ci viene assolutamente spontaneo.

Le storie sono quello che ci permette di comunicare ed empatizzare con i nostri simili, di porci sulla loro stessa lunghezza d’onda mentale. Sono un meccanismo sicuro per raccogliere persone attorno ad un fuoco ed incantarle con il nostro affabulare.

 

In risposta a questa nostra esigenza tutta umana, i social-network sono diventati subito il luogo ideale per raccontare storie: sono piattaforme in cui ciascuno di noi può portare avanti la propria personalissima forma di storytelling di sé stesso. 

E non solo: sono la piattaforma attualmente di maggior successo per raccontare la storia di noi stessi. Hanno sorpassato lettere e mail, surclassato il buon vecchio diario e sgominato perfino gli amichetti della vita reale.

Ma perché? Perché i social ci piacciono tanto?

 

La prima ragione è quella più ovvia: ci forniscono un pubblico

Avere l’attenzione delle persone è forse la massima e più istintiva forma di gratificazione: ci rende felici. 

Vogliamo, pretendiamo, reclamiamo l’attenzione… e se raccontare una storia è il metodo più efficace per ottenerla, farlo su un social ci permette di avere un altissimo grado di ascolto perchè ci garantisce il massimo del pubblico possibile.

Sapere che qualcuno ci segue su qualche social ci rende felici, ascoltati e compresi… e più persone ci seguono più felice, ascoltati e compresi ci sentiamo. Come se fosse la quantità a fare la differenza.

 

E non è tutto.

I social ci offrono tutti gli strumenti per raccontare una storia stupenda con quello che abbiamo a disposizione tutti i giorni: noi stessi. 

Sui social raccontiamo il romanzo della nostra vita… che spesso ha molto poco a che fare con la realtà. Sui social forniamo il nostro, riveduto e corretto ad uso della platea, per intrigare, innamorare ed attrarre un pubblico: farlo è facile e viene assolutamente spontaneo!

Se Instagram ha inventato il filtro della bellezza, Twitter ha inventato l’algoritmo dell’ironia, Facebook la funzione della socievolezza e LinkedIn la qualifica della professionalità. E non è questione di mentire: la storia è tutta nel punto di vista. Chi decide cosa è vero e cosa è falso? Io sono libera di sentirmi una fashion-blogger, e che mi importa se poi nella realtà non lo sono affatto?

I social-network hanno successo perchè fanno apparire tutti molto meglio di quello che sono nella realtà: perché dovremmo mostrarci per quello che siamo, se possiamo mostrarci migliori?

Ed ecco il segreto del successo dei social-newtwork presso tutte le categorie di pubblico: offrono carta bianca e occhi interessati a leggere.

 

Ma perché scrivere? Da dove viene, questa umanissima passione per il raccontare storie?

Non lo facciamo solo per il nostro ineluttabile bisogno di un pubblico, non lo facciamo per coccolare il nostro ego… abbiamo esigenze molto più profonde e molto più sincere. Raccontare serve a processare le informazioni, ad estrarle dalla nostra testa per renderle comprensibili a qualcun altro. Perché se vogliamo capire possiamo farlo solo rielaborando.

Ed i social-network in fondo sono anche questo: un posto dove metabolizzare la realtà, filtrare i punti di vista, confrontare e confrontarci. Un posto dove provare a raggiungere un nuovo livello di comprensione.

 

Perché in fondo anche stare su un social è scrivere, e scrivere è la massima forma di pensiero. 

 

 

LinkedIn: il mio incubo personale

Che i social network creino delle dinamiche alienanti e potenzialmente angosciose è cosa risaputa.

Ognuno ha il proprio segreto complesso di persecuzione, la propria personalissima “ansia da social network” che si incarna in forme e modi assolutamente unici: può essere la conoscente che carica foto da vera strafiga proprio il giorno in cui ci sentiamo un po’ appesantite e sbattute, il tipo super socievole che ha mille Like su Facebook (inclusi quelli di chi a noi non ci guarda mai nemmeno da lontano), la twitstar apprezzatissima che potrebbe scrivere il proprio nome anche sulla carta del cesso e avere venti retwit.

Ecco, la mia personalissima nemesi social è LinkedIn.

LinkedIn è stato creato con un occhio di riguardo special a tutte le mie più radicate insicurezze: perchè per non sembrare cessa posso evitare di mettere autoscatti su Instagram (e tenere una rubrica di moda satirica altrove), per non sembrare un’emarginata sociale non ho mai avuto Facebook, per sembrare intelligente posso inventarmi qualche scemata da scrivere su Twitter (scrivere non è mai stato un problema, almeno quello)… ma su LinkedIn ci devo stare per forza. E in tutti questi anni, non ho ancora capito cosa cavolo devo scrivere su LinkedIn per sembrare professionale.

In teoria sarebbe tutto semplice: LinkedIn è il social-network dei contatti professionali. Quindi bisognerebbe usarlo come una specie di Curriculum Vitae interattivo: caricare le passate esperienze lavorative e le attuali mansioni e qualifiche, aggiornare mansioni e competenze, postare risorse e informazioni lavorativamente interessanti. Poi entrare in contatto con i proprio collaboratori e colleghi passati e presenti, per creare un network digitale di biglietti da visita e di professionisti sempre a disposizione.

Fin qui nessun problema: ci carico esperienze e mansioni, ci importo un po’ di indirizzi mail, lo aggiorno man mano che le situazioni cambiano, ci metto in grande in alto che di lavoro più o meno scrivo.

Peccato che basti visitare un qualsiasi profilo LinkedIn un po’ avanzato per capire che LinkedIn non funziona così: solo i dilettanti lo usano così!

Cosa intendo per profilo LinkedIn un po’ “avanzato”?

 

Beh, li si riconosce per prima cosa dalla qualifica: il vero professionista di LinkedIn non potrebbe mai adoperare una squallida qualifica standard per il proprio profilo! Non è mai un banale “Direttore vendite”, un trito “Project Manager”, un noioso “Account”: quali tragiche trivialità!  Loro sono “Sales Ninja”, “Project Captain”, “Strategic problem assassin”: perchè in un mondo iper-competitivo ti devi differenziare subito, dalla primissima riga del tuo biglietto da visita, altrimenti cadi nel dimenticatoio.

E non importa se la tua estrosa qualifica rende praticamente impossibile ad un estraneo comprendere che lavoro tu faccia in realtà, perchè a loro gli estranei non interessano: loro viaggiano ormai sul circuito chiuso dei “professionisti di LinkedIn”, che non ha nulla a che vedere con la vita reale. 

Qualche tempo fa mi sono imbattuta in un profilo dove il lavoratore si qualificava come “Human Watcher”. Impressionata da tanta creatività l’ho mostrato a mia madre che si è stretta ha scosso la testa commentando: “La disoccupazione è davvero alle stelle, poverino, spero trovi un lavoro”. Le ho spiegato che no, il suo lavoro era proprio quello. Lei si è stretta nelle spalle: “Ma dai amore, svegliati! Anche i vecchini che guardano i cantieri c’hanno una pagina su LinkedIn come questa qui!”

 

Poi si va a guardare il numero di contatti con cui sei in collegamento: se ne hai meno di 300 sei uno stagista parvenu. Ma se per chiedere il contatto su LinkedIn bisogna aver lavorato insieme, come si fa ad avere così tanti contatti?! Ma è semplicissimo: basta cambiare la definizione di “lavorato insieme” in “una volta c’ho bevuto un caffè/stretto la mano/scambiato due parole”, et voilà il network è fatto. Eh, già vi sento sollevare perplessità: “Ma come fai a sapere come lavora una persona, dopo averci bevuto un caffè?!”. Ma è ovvio: non si sa. Ma non importa: perchè nel frattempo ho un nuovo contatto di LinkedIn *rumore di sottofondo di festeggiamenti* e questo è tutto quello che conta.

 

Quindi ricapitoliamo: una passa la vita a darsi un alone di professionalità, di serietà, di contegno. Ti compri il tailleur scuro ed uno stock di camicine bianche che spendi più in stiratura che non in alimenti; ti stampi il biglietto da visita minimale dove hai quasi paura a scrivere “copywriter” e infatti decidi di non scrivere nulla; ti fai il sito quasi con vergogna; sistemi uno stringato e sintetico portfolio dove “questo no, questo neppure, questo non posso, quest’altro nemmeno”; dai del Lei a tutti, inclusi i parenti prossimi, “che almeno sembro più seria”.

Poi arrivi su LinkedIn.

E scopri che per avere successo ti dovevi definire “Digital trasmedia storyteller exquisite”, dovevi spammare senza discriminazione il mondo intero con mail “Ehi AMICO, entra a far parte del mio netuorc su LinkedIn!” e soprattutto dovevi reinterpretare in chiave molto ma molto personale tutta la tua esperienza passata.

 

Eh già, perchè io ho scoperto come funziona LinkedIn proprio così: andando a guardare i profili di amici, conoscenti e colleghi. Che a vederli su LinkedIn erano “oh mio dio, ma davvero sono stata così fortunata da lavorare con questo incredibile e strafigo professionista del settore!?”

Quindi vai a trovare l’ex-ex-ex-ex-collega, quella del primissimo stage, nella primissima agenzia, quella insieme con cui si facevano le notte insonni scartavetrando il fondo dell’ultimo dei cessi collettivi, quella accanto alla quale si è pianto per gli insulti ricevuti… e si scopre che la TUA qualifica era “stagista”, la SUA qualifica era “Junior Executive Storytelling Associate Director”.

Poi cerchi l’amico che per ore hai ascoltato lamentarsi del proprio patetico lavoro di infame galoppino, quello che di mestiere raccoglieva la lavanderia sporca e portava la pizza, incassando pure gli insulti del capo perchè “è un po’ fredda, e ci volevo i capperi, non le acciughe”. Credevi fosse un segretario? Errore! È un “First Class Problem Solver & Personal Assistant”.

 

Quindi LinkedIn ci insegna questo:

1. Ogni lavoro diventa bello e figo inserendoci dentro a caso una o più di queste parole: associate, executive, problem solver, digital, storyteller, strategic, creative. Per un ulteriore elenco potete leggere qui.

Ma soprattutto non scordate mai il vero passe-partout della qualifica su LinkedIn: MANAGER. Perché tutti in fondo siamo manager e non importa se di mestiere sei un giardiniere: vuoi mettere quanto fa più figo scrivere “Humus Manager”? Altrimenti quando uno ti chiede che lavoro fai che rispondi? “Io concimo”?

2. Se dall’altra parte della strada passa il super-mega-direttore di Tutto e lo saluti puoi chiedergli il contatto di LinkedIn, certo: anche se lui non ti ha salutato. Perché vuoi mettere che figata averlo fra i contatti?! Ché i contatti su LinkedIn sono come le figurine e averci quelle rare dà un sacco di prestigio!

3. Se non hai curriculum non importa: che razza di GENIO CREATIVO sei se non te lo sai inventare? Se sei una persona limitata che non sa inventarsi nulla, procedi con una sistematica escalation: se eri uno stagista, metti “Junior”; se eri “Junior” metti “Senior”; se eri “Senior” metti “Director”, e via così. Se qualcuno ti chiede come mai non hai mai fatto stage sorridi e dì che tu “sei nato imparato”: funziona sempre.

Ma soprattutto, LinkedIn ci insegna questo: che sui social-networks inventarsi una carriera è molto più facile averne una nella realtà.

 

Le riunioni sono morte, ed anche il brainstorming non si sente tanto bene!

A volte ho l’impressione di aver trascorso buona parte della mia carriera (mai virgolette furono più necessarie: le ho messe in bold) in quel vaporoso contesto lavorativo comunemente noto come “riunione”. 

A seconda del caso queste riunioni assumevano nomi diversi: “conference call” se erano a distanza e ci si voleva dare un tono; “telefonate di lavoro” se si era più terra-terra; “meeting” se erano con gente del marketing; “brainstorming” se erano con gente creativa; “incontri” se erano con persone “alla mano” (giacca e cravatta d’obbligo, of course)… ma per come le si volesse chiamare erano più o meno sempre la stessa cosa: un gruppo di persone che parlavano tutte insieme con un escalation di inquinamento sonoro, o che tacevano tutte insieme con una parallela escalation di imbarazzo.

Siccome tutto sommato vengo (scarsamente) retribuita per presenziare a questi ridenti  happening, nel corso degli anni ho elaborato complesse (ed in buona parte inutili) strategia per rendere le riunioni un po’ più produttive. Quanto segue non ha alcuna pretesa: mi rendo perfettamente conto di come ci sia gente che in riunione ha passato una vita intera e non solo qualche anno… queste sono solo le personalissime e banalissime strategie che mi sono inventata per sopravvivere e, possibilmente, lasciare la riunione di turno un po’ meno morta di come l’avevo trovata arrivandoci.

 

PRIMA della riunione: prepararsi a tutto

Questo è un punto che non finirò mai di enfatizzare abbastanza.

Alle riunioni si arriva preparati: non solo sapendo di cosa si andrà a parlare ma avendo anche già un’idea personale e ben definita di cosa si vorrà dire: perchè altrimenti su cosa ci si confronta?  

Questo non vuole dire che le riunioni debbano poi trasformarsi in sterili lotte dove ognuno difende i propri preconcetti: vuole dire semplicemente che se si partecipa bisogna farlo portando qualcosa sul tavolo.

Quindi, prima di tutto: studiare, studiare, studiare ancora e ancora, conoscere tutto della situazione, dei punti di forza e di debolezza, delle prospettive, dei competitor ecc., e poi elaborare un pensiero originale, sulla luce di quanto si è studiato.

Si, proprio come si faceva a scuola per l’interrogazione.

Ovviamente prepararsi adeguatamente è impossibile senza le giuste informazioni: i partecipanti dovrebbero averle PRIMA della riunione. Sembra assurdo a dirsi, ma nel 90% dei casi non è così: le informazioni, i dati, le analisi e i riferimenti vengono troppo spesso resi noti DURANTE la riunione stessa… e con tutta la buona volontà del mondo, uno come fa a prepararsi, senza i libri di testo?

 

DURANTE la riunione: sopravvivere a tutto

Non mi dilungo sulle ovvietà, che dovrebbero essere di pertinenza della buona educazione.

Il rispetto per gli altri si sintetizza in un unico comandamento: NON. FAR. PERDERE. TEMPO. 

Questo non si manifesta solo in cose banali quali la puntualità e il rispetto della tempistica interna (che evitano di sprecare tempo): vuole dire anche massimizzare la resa qualitativa del tempo impiegato. Come?

 

Arrivando preparati e con le idee chiare, innanzitutto, per evitare il diffuso multitasking di quelli che si preparano durante la riunione stessa, senza prestare attenzione agli altri. Voi, si dico a voi: siete il male. Siete l’incarnazione del concetto di “mi stai facendo perdere tempo” e meritate di passare la vita in un ingorgo stradale sotto casa vostra.

 

Garantendo il massimo rigore logico agli argomenti trattati, perchè spesso le riunioni diventano autentiche gare di salto dal palo alla frasca in cui è assolutamente impossibile non perdere il filo del discorso. Invece è vitale mantenere un focus attento e costante sull’argomento trattato: bisogna creare un ferreo sistema che permette di sparare a vista su chiunque cambi argomento e/o mischi i fili del discorso. Il multitaasking non esiste: l’unico modo per affrontare le cose è una alla volta.

 

Sfatiamo subito un mito: durante le riunioni la democrazia è un concetto assolutamente relativo. Ogni riunione ha il classico soggetto mortalmente prolisso che non dice nulla ma parla per ore: queste persone devono tutte e invariabilmente essere messe a tacere appena qualcuno si accorge che non stanno parlando bensì arieggiando i polmoni. Perché il dialogo è sacro, ma per arieggiare i polmoni si fa yoga, non una riunione.

 

– Sfatiamo anche un altro mito: parlare uno alla volta era impossibile già in terza elementare, figuriamoci in una riunione. Inevitabilmente si parla insieme, inevitabilmente si alza la voce, inevitabilmente si creano attriti: va bene, è normale… ma il fatto che sia normale non rende questo atteggiamento tollerabile.  Anche perchè si procede per escaltion: forbita riunione fra intellettuali –> confronto politico alla vigilia delle elezioni –> curva di ultrà durante il derby –> incontro di boxe.

 

Una delle cose più importanti di ogni lavoro è capire quando smettere di farlo. Se i tempi pianificati per le riunioni dai moderni guru del marketing (mezz’ora, in piedi, per disincentivare le lungaggini) sono piuttosto irrealistici, è altrettanto vero che la mente umana non è di amianto e dopo 3 ore difficilmente si ha attenzione o voglia per seguire un qualsivoglia discorso importante.

 

DOPO la riunione: seppellire il corpo

Come tutte le cose belle, anche le riunioni finiscono, ahimè!, e per non farle morire invano sarebbe bene trovare loro un’adeguata sepoltura scavando tutti insieme una fossa. L’ultima fase della riunione è anche quella più importante: quella dove tutti raccolgono le proprie idee e le espongono in maniera strutturata, limitando le interruzioni e iniziando già a pensare al futuro. 

Questo è un momento fondamentale, perchè è quello più delicato: quello dove tutte le parole dette hanno la loro occasione per diventare concrete senza disperdersi e venire dimenticate. Si tratta di una fase critica, perchè richiede particolare attenzione e purtroppo è costituzionalmente collocata in fondo, quando si è ormai stanchi e si ha in testa un unico pensiero “Va beh io vado QUALCUNO mi mandi il report della riunione!”

Beh, la notizia è questa: “Qualcuno” oggi non c’era, quindi il report lo si fa TUTTI. INSIEME, perchè così funzionano le riunioni.

Entra qui in scena l’odiato e vituperato concetto di report: il certificato di esistenza che quella cosa che si è appena conclusa è stata una riunione a tutti gli effetti e non una scampagnata nei boschi metropolitani a bere caffè.

Contrariamente alla credenza popolare, il report della riunione non è un foglietto sporco di caffè su cui qualcuno ha distrattamente preso appunti che passerà poi all’ultima delle sguattere aziendali perchè vengano battuti al computer e spediti nel nulla della generale disattenzione: il report è un momento finale di analisi collettiva, dove si tirano le somme di due ore di urla e di veramenti di bile per capire come procedere e cosa decidere.

Quindi forse sarebbe meglio non affidare tutto questo alla propria stagista.

 

 

 

Infine qualche  parola sui brainstorming.  

Ho fatto decine di brainstorming senza che nessun “brain” fosse coinvolto… ed anche la parte di “storming” era molto relativa. Ora non voglio dilungarmi anche io sull’ormai vecchia e comprovata teoria sulla morte del brainstorming: è così morto che ormai puzza anche un po’.

Brainstorming è il nome che i “creativi” danno alle riunioni a cui arrivano impreparati. 

Altrimenti detto: “Non ho avuto tempo di pensarci prima, ma ci penso ora, in real-time, perchè essendo io creativo sono abbastanza figo da partorire le idee al volo”.

Miei cari, carissimi “creativi”: sono così felice per voi! Con il vostro genio, la vostra facondia, la vostra originalità salvate il mondo millemila voltà al dì. Purtroppo noi, feccia mortale e tanto sterile da non essere toccata dal raggio di luce divino della creatività non funzioniamo così: se vogliamo sperare di avere delle idee su un qualsivoglia argomento dobbiamo pensarci, studiarlo, indagare, confrontare, capire, investigare e studiare ancora e ancora. E no, non possiamo farlo mentre siamo in “brainstorming” con i vostri cervelli resi roventi dal pensiero “creativo”.

Allontanandoci da ogni facile ironia: il solo pensiero che le idee vengano così, al momento, mentre si sta attorno ad un tavolo, criticandosi a vicenda, in una situazione scomoda, a disagio, con la fretta della tempistica e in assenza dei giusti strumenti di ricerca (libri, internet, appunti etc.) è assolutamente idiota. Certo che le idee vengono così, ma sono idee scadenti. A riprova di questo fatto nella mia limitatissima esperienza personale spesso e volentieri le uniche idee valide vengono trovate prima o dopo il brainstorming.

Ai fantomatici brainstorming si arriva portando i brain, altrimenti niente storming. Di fatto queste sono riunioni come tutte le altre per cui si applicano esattamente le stesse regole: bisogna arrivare preparati, mantenere il proprio focus, ecc. Poi certo, ci si confronta: ma non è possibile confrontarsi con nessuno se non si hanno idee proprie. Si finisce solo per influenzarsi/aggredirsi a vicenda, con risultati modesti e inferiori alle reali possibilità del gruppo.

 

 

In spregio del Metodo

Sono sempre stata ossessionata dalle ricette, e non parlo di MasterChef.

Ho sempre avuto il desiderio, anzi direi la necessità, di possedere un metodo rigoroso per affrontare in maniera sistematica un po’ tutto, ma soprattutto il lavoro: averlo mi dà sicurezza, mi fa sentire di essere in pieno controllo della situazione. 

Avere un metodo è sempre stato il mio punto di forza, quello che mi ha permesso di gestire emergenze lavorative (e non solo), quello che mi ha aiutato a mettere a fuoco criticità e a trovare soluzioni.

 

E non sono la sola a pensarla così. Basta dare un’occhiata ai blog di settore per scoprirli infarciti di articoli e di tutorial, colmi dei suggerimenti più disparati: qualsiasi sia la vostra professione ed il vostro interesse, il web vi spiegherà come affrontarlo al meglio, in maniera rigorosa, strategica e strutturata.

“Le dieci regole per scrivere”, “Il metodo vincente per parlare in pubblico”, “La strategia per l’amplificazione sui social network”: puntualmente divisi per punti e articolati in maniera scolastica, lo scopo di questi articoli è insegnare e fornire un metodo.

L’ossessione per le ricette non è soltanto mia: ricalca in maniera piuttosto fedele il nostro procedimento di apprendimento mentale. 

Quando si affronta qualcosa per la prima volta, si è inevitabilmente spaventati: si procede più o meno a tentoni, cercando di risolvere il problema. Lo si divide in parti più piccole, si cercano risorse e informazioni, si procede a tentativi, si raccoglie feedback.

Poi si butta via tutto e si rifà tutto da capo. Infine si porta a termine il tutto e si contempla il risultato, che ovviamente fa assolutamente schifo.

 

Ci vogliono molti, moltissimi tentativi per mettere a punto la propria metodologia: accumulare esperienza serve proprio a questo.

Portando a termine un processo molte volte, arrivando a familiarizzare con le sue diverse fasi, impariamo poco per volta a farlo nostro: lo interiorizziamo ed elaboriamo una nostra personale strategia, fatta su misura per noi, per le nostre preferenze e le nostre difficoltà.

Tutto questo insieme di ripetizioni, adeguatamente supportato da eventuali aiuti esterni (per esempio quelli forniti da tutorial e blog di settore) ci mette in condizione di elaborare un nostro metodo personale per il lavoro: la nostra ricetta.

 

Ho sempre pensato il “Professionista”, di qualsiasi settore, fosse qualcuno con abbastanza intelligenza ed esperienza da aver interiorizzato il proprio lavoro fino ad avere un metodo rigoroso per affrontare ogni variabile. Ho sempre pensato che possedere questo metodo fosse l’apice, il punto di arrivo della Professionalità: rigore, disciplina, sicurezza.

Poi sono andata avanti e mi sono accorta di una cosa: quel metodo tanto gelosamente ricercato ed affinato lo avevo infilato nel cesso e affrontavo ogni nuovo lavoro in maniera sempre uguale e sempre, inevitabilmente, completamente diversa. Perchè, in fondo, era sempre diverso. Il metodo tanto faticosamente acquisito non mi serviva più.

 

Quindi come funziona? Lottiamo per conquistarci un metodo di lavoro, attraverso studio, tentativi, ripetizioni ed esperienza… e poi quando finalmente lo abbiamo non ci serve più?

Aveva ragione Jim Morrison: “Built an house, set it on fire” era davvero un manifesto, e non solo di poetica?

In fondo l’esperienza non è altro che la sintesi di due fattori: ripetizione e variazione. Dobbiamo ripetere un processo molte volte per interiorizzarne un metodo, ma non avremo una reale esperienza se questa ripetizione non comprendesse un notevole numero di varianti. E la parte interessante di un lavoro, di ogni lavoro, la parte che ci qualifica e ci rende veri professionisti, sono le variazioni.

 

In fondo il metodo serve solo a darci sicurezza: averlo non risolve nulla, non offre alcun valore aggiunto, serve solo a tamponare la situazione a garantire un risultato minimo. Il metodo è un salva-slip utile per arginare i danni, minimizzare gli imprevisti e portare a termine in qualche modo i compiti, ma non garantisce eccellenza e tantomeno originalità… anzi!

 

La professionalità, quella vera, sta nell’avere un metodo da fare a pezzi ogni volta, per andare oltre: per mettere in gioco qualcosa che prima non c’era.

 

E che non possiamo trovare spiegato in nessun tutorial su internet.

 

Elogio della fretta

Così, a titolo di provocazione, per me e per tutte le persone che, come me, di fretta nella vita non ne hanno mai avuta, non ne hanno mai sentito la necessità. 

Per andare contro tutti i “pensaci bene”, i “sei sicura? sei proprio sicura? sei sicura sicura?”. 

Per smuoverci dalla cautela che diventa necessaria quando si vive da adulti in un mondo di adulti assetati di sangue, dove il debole incauto deve soccombere.

Così, perchè da grande voglio fare l’avvocato del diavolo, ed ero grande una vita fa.

 

Chi dice che “la fretta è cattiva consigliera” è morto, con molta calma. 

La fretta, invece, porta consiglio: porta quel tipo di consiglio che si ha quando il tempo è poco e le risorse sono ancora meno. Il consiglio della disperazione, della spontaneità: perchè quando non si ha tempo per pensare si fa quello che si vuole davvero.

La fretta, questa cosa che tanto abbiamo in spregio, in realtà è solo la molla del bisogno, quello vero: perchè se davvero si vuole qualcosa, se davvero se ne ha bisogno non la si può rimandare. Va fatta e va fatta SUBITO. Non domani, non fra un’ora, ma hic et nunc.

 

La fretta non esiste: è un’invenzione di quelli che non decidono mai e che non fanno niente per giustificare la propria patetica inazione. “Lo farò domani, perchè non voglio farlo di fretta”: vuole dire che non lo hai fatto, perchè non ne avevi il coraggio o la capacità, e che non lo farai mai.

 

La fretta non esiste: è solo un postulato del rimandare. Perché ci sono due modi di fare le cose: subito, o mai.

 

Le persone che hanno fretta, sono le uniche che fanno.

Sono quelli che eseguono e fanno, subito, senza pensare, senza logorarsi e logorare le idee e le persone intorno a loro, senza lasciare che l’inerzia li convinca che “in fondo è stato meglio così”.

Le persone che hanno fretta sono le persone che sbagliano. E alle quali non importa di sbagliare.

Perché hanno coraggio ed energia e per ogni loro errore sono disposti a trovare soluzioni: non hanno paura di chiedere scusa, non hanno paura di sembrare ridicoli. La loro dignità è nel fare, senza attese, senza rinvii.

Le persone che hanno fretta sono sempre nel posto e nel momento giusto: se sono sicure della loro decisione, allora quello è il miglior momento possibile, non ne arriveranno di più idonei, non ha senso rimandare.

 

E noi, tutti noi cauti e prudenti brontoloni, tutti noi spaventati e pigri, tutti noi viziati e comodi nelle nostre vite placide e senza fretta… noi queste persone le invidiamo. Perché in fondo lo sappiamo: le persone che hanno fretta sono i vincenti. 

Sono quelle che sanno accontentarsi di un compromesso per non rimandare, sono quelle che sanno rinunciare alle cose superflue per avere quelle essenziali, sono quelle senza rimpianti e senza logoramenti interiori. Perché loro sanno qual è la cosa giusta da fare e ne sono sicuri al punto da non rimandarla, da non farla passare in secondo piano rispetto a niente.

 

Le persone che hanno fretta sanno scegliere.

Noi no: noi sappiamo solo rimandare.

10 segni inconfutabili per capire quando lasciare i social

Siccome tutti propongono decaloghi sui social di qualche tipo, io rispondo con un esame di coscienza. Pubblico e privato: per interrogarci sul limite sottile fra il “giusto” ed il “troppo” della nostra presenza sui social-network.

 

1. Appena vi succede qualcosa, sia bello o brutto, sia lavorativo o personale, il vostro primo pensiero è trovare un modo efficace ed originale per condividerlo su un qualche social. 

Andate in vacanza per avere luoghi da postare su Instagram. Sperate segretamente di soffrire per avere cose struggenti da scrivere su Twitter. Uscite solo per poter dire che vi state divertendo su Facebook.

2. Quando non vi succede niente e avete un momento di vuoto mentale, di noia, o semplicemente di attesa, le vostre dita corrono su un social-network qualsiasi.

Giusto per controllare. Ritornate in voi quaranta minuti dopo: a quel punto siete in ritardo.

3. Non condividete per il gusto di condividere: la vostra finalità è sempre auto-promuovervi.

Volete altri follower, altri amici, altri like, altri commenti. Studiate tutto quello che comunicate solo in funzione di questo.

4. Condividete per il gusto di condividere: monologate per ore/giorni su temi di vostro unico interesse, senza ricevere risposta o commento alcuno.

Non vi importa: la gioia dei social per voi è quella di poter vomitare le vostre opinioni da qualche parte dove qualcuno potrebbe condividerle.

5. Non avete il minimo rispetto per la privacy (vostra e altrui): spammate pubblicamente il mondo intero con la vostra geo-localizzazione, taggando amici e conoscenti nelle foto più ignominose e citando nomi e cognomi, rigorosamente abbinati a soprannomi di natura imbarazzante.

6. Avete grande rispetto per la privacy: per questo ogni vostra azione è circondata da un nebuloso alone di mistero del tipo “sto qui ma non posso dirvi dov’è il qui!” o “sono con la misteriosa dama in rosso che popola i sogni miei!”.

Siete fermamente convinti che questo sia utile a proteggervi dagli stalker e che a qualcuno freghi qualcosa di tutto ciò.

7. Buona parte dei fatti salienti della vostra giornata si consuma in una chat di qualche tipo, tra litigi, commenti, gossip, faide.

Aggravante: non conoscete/frequentate nella vita reale NESSUNA delle persone coinvolte in questi fatti.

Ulteriore aggravante: non vi importa nulla di non conoscerle/frequentarle, perchè per voi sono più intime della vostra stessa famiglia.

8. Vivete nel terrore delle chat altrui: siete sicuri che tutti facciano come voi e che il mondo sia popolato da enclavi di persone il cui massimo scopo è sparlare alle vostre spalle come voi fate con loro.

Non illudetevi: è così.

9. Dovete leggere, vedere, commentare TUTTO. Seguite i social con la stessa ansia con cui la massaia di Voghera seguirebbe il suo Biutifull in TV.

E guai a rimanere indietro: subentra lo stress del “Oddio mi sono perso una puntata, ora non capirò mai come va a finire!”

10. Ostentate con un’insistenza quasi fastidiosa il massimo disinteresse verso ogni tipo di social: ogni due righe ci infilate uno “sticazzi” per un qualche (altrui) comportamento, ogni due giorni vi lanciate in una crociata verso le (altrui) fissazioni.

Perché i fissati ovviamente sono sempre gli altri, non voi: voi siete diversi, voi siete superiori.

 

Fratelli, facciamo attenzione: siamo tutti peccatori, ed errare è umano… soprattutto sui social.

Ma cerchiamo di non diventare “diabolici”.

 

An unconventional case study: il rum Kraken

In termini di comunicazione, pochi mercati sono in fermento come quello dei superalcolici. Indirizzati ad un target adulto e in cerca di divertimento e di emozione, questi prodotti sono in perpetua e costante ricerca di qualcosa di “diverso” per promuoversi.

Alcuni ci riescono eccezionalmente bene (pensiamo al brand Martini, splendidamente reinventato nel corso degli ultimi 15 anni), altri risultano terribilmente kitsch (vogliamo parlare dei “… peggiori bar di Caracas”?), ma pochi brand sono riusciti a creare un’immagine tanto potente, originale e fuori dagli schemi come il rum Kraken.

 

Questo piccolo brand di nicchia si è inventato da zero a partire dal 2008 un’immagine assolutamente unica: un mix di “terrore che viene dalle acque”, stampe vittoriane, animazioni in stile Monty Pithon, rimandi a Jules Verne e attività fuori dagli schemi.

A partire dal pack: la confezione è entrata immediatamente nell’olimpo del packaging, è comparsa su blog di settore, ha vinto premi, ed  è il fiore all’occhiello di un’agenzia altamente specializzata che ha magistralmente combinato semplicità, eleganza e toni vintage in una bottiglia splendidamente illustrata.

Che è stata solo l’inizio.

Dai billboard tridimensionali agli spot tv, fino ad un’app che non passa certo inosservata ogni aspetto della promozione di questo marchio è stato studiato per rompere le consuetudini ed innovare, rimanendo però sempre fedele alla sua immagine: cupa, ironica, fortemente vintage.  

La promozione comprende iniziative veramente fuori dal comune… come un esempio di cartellonistica realizzata a mano, che sfocia nella più eccezionale arte del graffito (e che diventa subito virale su instagram) o come un contest fra barman per creare un cocktail “nero come l’inchiostro del kraken”, che verrà poi servito in una location davvero insolita: un pop-up bar allestito all’interno di un fortino abbandonato nella Seconda Guerra Mondiale, dove alla stampa vengono presentate torte realizzate con le fattezze di mostruosità varie.

La costante di tutte queste variegate iniziative? Una qualità ed una coerenza eccezionali, in ogni elemento della comunicazione. 

Il rum Kraken è una combinazione assolutamente unica di vintage, horror e originalità in cui ogni dettaglio è magistralmente curato: illustrazioni impeccabili, iniziative folli con comparse in costume, viralità dal sapore ottocentesco… tutto è studiato per dare al brand il massimo rilievo e la più pura continuità.

 

Spesso i tentativi di comunicazione unconventional si risolvono in un esercizio di puro virtuosismo, in uno sforzo spasmodico per fare qualcosa, qualsiasi cosa, di innovativo: senza nessuna concreta attenzione al brand.

La comunicazione non-convenzionale diventa fine a sé stessa e pur di essere sopra le righe ed originale si dimentica ogni forma di continuità con il brand che rappresenta: come se il Mezzo fosse più importante del Fine.

Il rum Kraken è diverso.

Per questo brand essere unconventional non è una scelta fatta a posteriori per differenziarlo ed appiccicata forzatamente al suo stile, bensì la logica conseguenza di tutto il suo stile.

Si tratta di un esempio-limite: un case study tanto significativo quanto unico. Pochi brand al mondo potrebbero permettersi un’immagine così fuori dagli schemi, ed ancora meno sarebbero in grado di rimanere coerenti ad essa: servire torte a forma di autopsia ad un evento-stampa non è alla portata di tutti.

Eppure nel suo essere alieno ad ogni possibile paragone, questo piccolo brand insegna una lezione fondamentale: essere originali non è obbligatorio, ma se volete esserlo sul serio dovete farlo molto seriamente, senza lasciare nulla al caso.

 

Questo prodotto risulta innovativo e unconventional per via di una strategia attenta ed intelligente, non per via di un paio di trovate pubblicitarie forzatamente originali: ogni sua mossa è studiata con estrema attenzione ed intelligenza.

Per un brand essere unconventional NON vuole dire, semplicemente, fare qualcosa di innovativo e di diverso da tutti gli altri, così a caso. Per un brand essere unconventional vuole dire portare la propria comunicazione oltre i suoi stessi limiti. 

Il vero segreto per essere non-convenzionali è tutto qui: strategia, coerenza, eccellenza. Soltanto spingendole al massimo si otterrà qualcosa di realmente innovativo.

Perchè i limiti di convenzionalità da abbattere non sono generici: sono i propri.

 

 

Fatevene una ragione: il Genio non esiste!

Di seguito includo un elenco di parole attualmente in uso nella nostra moderna società di consumismo, ottimismo, qualunquismo e perbenismo che hanno la capacità di farmi cagliare il latte delle ginocchia tramutandolo direttamente in pregiato gorgonzola.

Breve elenco di parole che odio:

Artista

Poeta

Creatività

Passione

Originale

Unico

Folle

Pazzerello

Mattacchione

Sinergia

Impattante 

 

Avete intuito il filo conduttore? È l’idea di Genio.

Il Genio: quel fluido magico che dal Daimon socratico in avanti viene usato per spiegare tutta la componente “creativa” del cervello umano. Tutto quello che inventiamo viene dal Genio: plana su di noi per magia, senza merito e senza studio, è nato con il nostro cervello, perché siamo “artisti fuori dagli schemi”, “folli davvero originali”.

Il Genio è quello che spiega perché Michelangelo era Michelangelo e che da li in avanti può essere scomodato per qualsiasi cosa, soprattutto nel mondo della comunicazione. Il questo settore è “geniale” più o meno tutto: dalla pubblicità del deodorante al logo del parrucchiere per cani; e chiunque si professa “originale”, anche solo per aver disegnato

Il Genio è quello che ogni cliente o brand si aspetta nella sua Comunicazione.

Giusto per non lasciare il messaggio ulteriormente in sospeso, diciamolo subito: il concetto di “Genio” fa letteralmente vomitare.

 

Ora, mi lacrima anche il cuore, dopo le ginocchia, al pensiero di dovervi dare una notizia che per alcuni potrebbe avere il potenziale dirompente di “Babbo Natale non esiste” detto ad un bimbo di 4 anni: il Genio non esiste. 

Il concetto di Genio è stato inventato da persone pigre, deboli e prive di coraggio per spiegare una realtà inaccettabile per le menti deboli: che per fare qualcosa di bello, buono, utile e anche remotamente originale si debba fare una fatica MOSTRUOSA.

 

Non esistono scorciatoie per i risultati. 

Non esiste alcun fluido magico, alcuna dote divina, alcuna sublime follia per cui si ottenga qualcosa di innovativo e originale così, di colpo.

Non esistono i “creativi” che si siedono attorno al tavolo e sparano cazzate finché qualcuno ex nihilo  partorisce un’idea che sconvolge il branding di questo decennio.

Non esiste alcuno scrittore che si siede alla sua poltrona chiude gli occhi e vomita fuori dalla sua penna tutto un fatato mondo di poesia.

Non esiste alcun pittore che prende in mano il pennello e animato dal fuoco della creazione affresca intere cattedrali.

 

Michelangelo si è deformato la colonna vertebrale per dipingere il soffitto della Sistina, Dalì ha scritto interi saggi sulla metodologia per il pensiero in libertà. Uno degli scrittori fantasy più celebrati e prolifici del secolo si è sprecato a scrivere un intero libro per spiegare come fa ad avere così tante idee: lavora tutto il giorno, tutti i giorni, incluse le vacanze e le festività. E non si definisce né Genio, né Artista, né Creativo: il suo è solo un mestiere.

 

Viviamo inseriti in una società debole, pigra ed ipocrita: tutta tesa a raccontare stronzate per mascherare una realtà ripugnante fatta della stessa materia di cui è fatta la fatica. 

E così come abusiamo i sentimenti di vuoto romanticismo, abusiamo il lavoro di vuota genialità: perchè sembra che le cose non esistano se non vengano ingigantite dalle parole.

Quindi ripetiamolo: il genio non esiste.

Se volete avere più chiaro il concetto potete ripetervi questa frase più e più volte con lo stesso brutale accanimento con cui John Cleese spiega che il pappagallo è morto in questo geniale video.

 

Quello che esiste è il metodo: avere la professionalità, il coraggio e la costanza per sviluppare una strategia con cui perseguire giorno per giorno i propri intenti.  

Metodo è: svegliarsi ogni mattina, sedersi e lavorare, lavorare, lavorare per affinare i propri “strumenti”, per analizzare e confrontare i propri “competitor”, per migliorare il proprio “prodotto”: qualsiasi cosa si intenda con queste cose.

 

Se la parola “metodo” vi sembra brutta, fredda e poco poetica, potete usare un sinonimo: PASSIONE.

Perché per sopportare la fatica e la frustrazione ed andare avanti, anche in assenza di concreti risultati, anche in momenti difficili, anche quando tutto intorno a voi vi dirà di smettere, di passione ve ne servirà veramente moltissima.

La passione è tutto quello che vi permetterà di sopravvivere alla fatica e di andare avanti ancora e ancora fino alla vostra personale “eccellenza”, quando tutti gli altri avranno mollato per disperazione.

La passione è l’unico vero fluido magico per ottenere risultati concreti: perchè è quello che vi permetterà di lavorare senza sosta, senza percepirlo mai come un sacrificio, senza desiderare mai altro.

 

L’unica vera forma di “Genio” è questa: è la passione per quel che si fa.

 

 

PS: per una dissertazione di qualità infinitamente superiore alla mia su questo tema vi invito a leggere questo splendido scritto di Hunter S. Thompson:

“As I see it then, the formula runs something like this: a man must choose a path which will let his ABILITIES function at maximum efficiency toward the gratification of his DESIRES. In doing this, he is fulfilling a need (giving himself identity by functioning in a set pattern toward a set goal) he avoids frustrating his potential (choosing a path which puts no limit on his self-development), and he avoids the terror of seeing his goal wilt or lose its charm as he draws closer to it (rather than bending himself to meet the demands of that which he seeks, he has bent his goal to conform to his own abilities and desires).

In short, he has not dedicated his life to reaching a pre-defined goal, but he has rather chosen a way of life he KNOWS he will enjoy. The goal is absolutely secondary: it is the functioning toward the goal which is important. And it seems almost ridiculous to say that a man MUST function in a pattern of his own choosing; for to let another man define your own goals is to give up one of the most meaningful aspects of life — the definitive act of will which makes a man an individual.”

 

 

Google e l’invenzione del brand invisibile

Google è quella cosa che c’è, ma non si vede. 

Singolarmente, uno dei colossi della tecnologia moderna, una delle aziende più innovative e rivoluzionarie del mondo ha scelto dall’inizio e sceglie ogni giorno, coscientemente, di sparire.

 

Il brand di Google non esiste. 

Prendiamo il suo logo: è una scritta semi-orribile e multicolore, di cui l’azienda scientemente si prende gioco ogni giorno. Ogni giorno l’utente del principale motore di ricerca di internet si affaccia sull’home page… e non sa cosa ci troverà! Potrebbe essere un girotondo di bambini per aiutare l’UNICEF o un’animazione che celebra l’illustratore Winsor McCay, un giochino divertente con cui perdere un’ora o un dipinto di Dalì: il logo di Google è tutto questo e non è niente. Non importa.

Google ha deciso dall’inizio che la propria immagine non era poi così importante: non ha mai investito in comunicazione o in marketing, non si è mai curato di farsi grossa pubblicità.

 

Da sempre Google si occupa di una cosa sola: di creare strumenti. Strumenti per mandare mail, per condividere contenuti, per vedere cose, trovare ristoranti o negozi si giocattoli, per gestire documenti. Strumenti per scrivere, tradurre, calcolare, disegnare, lavorare.

Strumenti, nudi e crudi: Google non pretende di spiegare nulla ai propri utenti. Non pretende di insegnare loro come integrare questi strumenti fra di loro, all’interno della loro vita, non crea un workflow, non organizza un sistema (l’unica volta in cui ha provato a farlo, con Wave, è stato un fiasco di dimensioni planetarie). Lo strumento è tale, indipendentemente dall’utilizzo che se ne fa.

Nella giornata media sul web chiunque entra in contatto con Google e non se ne accorge nemmeno: Google è in tutto quello che facciamo ogni giorno, silenzioso e invisibile.

 

Per l’utente medio Google non è un’azienda e non è un brand: è un’azione. 

Google è il brand che non esiste: il brand che è disceso fra di noi è si è fatto Verbo, il brand che si è annullato nello strumento.

Google è l’anti-brand, il brand invisibile.

 

Google non ha coerenza interna: sviluppa mille progetti all’anno, senza nessuna linea guida o politica interna, alcuni ridicoli, altri fondamentali, quasi tutti gratuiti. A volte li interrompe anche quando hanno successo (il caso di GoogleReader), altre volte li porta avanti indipendentemente da tutte le critiche (come fa con i criticatissimi Google Glasses).

Google non ha paura di fallire: fiaschi clamorosi ne costellano la storia: non sono mai stati un problema, l’azienda è andata avanti ammettendolo ed alzando le spalle. Poteva permetterselo e raramente il fiasco di pubblico ha significato un totale fiasco economico (Wave per esempio non è semplicemente sparito: è stato venduto a una società privata).

Google lascia per anni la scritta BETA nel più grande servizio di posta globale.

Google crea sistemi aperti in cui chiunque può mettere le mani: ci sono sviluppatori che hanno modificato Gmail per riavere la scritta BETA, dopo che Google l’ha tolta.

Google se ne frega.

 

In un mondo della comunicazione fatto da brand che continuano incessantemente a sgomitare per autoaffermarsi e dove ogni monolitica coerenza è osannata come genio, un’azienda come Google decide che tutto questo è completamente ininfluente, che la comunicazione è superflua, che il brand non ha valore, che la coerenza è sopravvalutata. 

 

Google punta solo sul prodotto: il resto è inutile. Google esiste solo per quello che FA non per quello che APPARE.

I suoi uffici bellissimi dove ogni sedia è diversa dall’altra e dove chi vuole può portare il cane e chi preferisce lavorare da casa sono un posto dove si fanno cose: senza curarsi di come sembrano, senza curarsi di come debbano essere comunicate.

Una scelta incomprensibile per chiunque si occupi di comunicazione: una volta a settimana qualche designer in erba decide di riprogettare il brand di Google. E lo migliora sempre: tanto non può diventare peggio di quello che è.

Il logo bruttissimo di Google forse nessuno lo conosce e a nessuno verrebbe mai in mente di attaccarlo sul retro della propria auto… ma quando abbiamo bisogno qualcosa, “googoliamo” su internet.

 

Ed i propri servizi apparentemente gratuiti Google li fa pagare carissimi: perchè non vuole soldi ma informazioni. Google ci offre un paradiso di servizi, di strumenti e di funzionalità gratuiti… ma in cambio vuole la nostra anima. E come ogni demonio è discreto, suadente, invisibile.

Nel capolavoro di Kubrick The Shining il diavolo non è nessuna delle cose spaventose che i personaggi intravedono negli angoscianti corridoi dell’albergo: il diavolo è il barman. Il Male Assoluto è quel personaggio suadente ed invisibile, sornione e rassicurante, pronto ad intervenire con un drink quando stai per scivolare in tentazione.

E non è un caso. È la ragione per cui Google ha scelto l’invisibilità.

 

Google ci usa, mille volte più di quanto noi usiamo Google: per questo che vuole rendersi invisibile. Perché se pensassimo che dietro alle azioni che compiamo ogni giorno, dietro agli strumenti che usiamo costantemente, ci fosse un’azienda, con un brand e un’immagine ben connotata… forse ci accorgeremmo di essere usati. E forse allora non saremmo più disposti ad elargire con tanta generosità informazioni su chi siamo, cosa facciamo, quali ristoranti frequentiamo, cosa ci interessa comperare.

 

Se percepissimo Google come brand e non come azione, finiremmo per chiederci perchè un’azienda sviluppa questi strumenti meravigliosi e ce li regala così, gratuitamente. Forse finiremmo per capire che cosa ci sta chiedendo in cambio. Forse finiremmo per trovare fastidioso il suo serafico modo di usare le nostre informazioni.

 

Ma la cosa angosciante è che, se anche questo ci desse fastidio, non potremmo fare nulla per evitarlo: la nostra anima ormai è sta già venduta, non una ma mille volte. Ormai Google è talmente inserita nelle nostre abitudini on-line da essere completamente inevitabile. 

 

Quindi, buona dannazione.

 

Il culto del romanticismo

Ma lo avete notato anche voi questo insopportabile, insistente, stomachevole odore di vaniglia e romanticismo che appesta l’aria? 

Come uno di quei profumi così forti da intontire e così generici da risultare volgari, il romanticismo ci perseguita in ogni frangente. Lo vediamo spopolare nella stampa scandalistica, dove le notizie su matrimoni, fidanzamenti, tradimenti, passioni e similari sono messe in secondo piano solo dai fatti morbosamente violenti. Lo troviamo su Facebook, dove ogni bacheca è vittima di penosi meme dove improbabili manga giapponesi si abbracciano su letti di rose. Lo leggiamo nelle frasi melense che spopolano su Twitter.

E se rimanesse solo li, sarebbe anche facile evitarlo… ma il problema è che il puzzo di questo romanticismo finisce per appestarsi addosso a noi, alla nostra vita, al nostro modo di percepire i sentimenti: che devono essere sempre, costantemente sbandierati, urlati, eccessivi. Come se non potessero esistere senza una continua legittimazione pubblica.

Il lezzo di questo romanticismo ci perseguita e lo portiamo ovunque: non esiste sfera della società che non ne sia invasa: dalla ricetta afrodisiaca al ristorante-cioccolateria romantico, dalle trasmissioni TV ai reality.

Ciccipucci e smancerie ostentate in pubblico (nella vita reale come sui social), mani eternamente intrecciate, saliva che scorre a fiumi: come se senza la testimonianza degli altri l’amore non esistesse.

Telefonate continue, messaggi infiniti, chat, WhatsApp… fino ad arrivare ad applicazioni dedicate (come Avocado) che servono solo per comunicare con la propria dolce metà e che prevedono funzioni speciali quali l’invio di foto corredate di bacini e la condivisione della lista della spesa: perché anche la tecnologia deve sostenere la potenza del mio sentimento.

Un mercato dell’intimo in pieno boom, dove sia per lui che per lei si delinea un’immagine di romantica bagascia “solo per i tuoi occhi amore!” tutta pizzi, tanga, intarsi nei posti giusti, inserti in pelle per derive dolcemente sadomaso à la 50 Sfumature di grigio.

Perché se si ama BISOGNA necessariamente recitare una specifica parte ben delineata: altrimenti non si ama, non abbastanza.

E va bene, accettiamolo pure: viviamo in una società che ci permea fortemente, dove la privacy è ridotta, dove la condivisione è data per scontata… Ma è possibile che perfino una sfera così intima, personale e delicata della vita di una persona, debba essere invasa? Possibile che questo mondo moderno pieno di libri di auto-aiuto, di tutorial e di gruppi di sostegno mi debba insegnare anche come dimostrare il mio sentimento?

Perché i miei sentimenti devono essere quelli dei protagonisti di Twilight per essere degni di chiamarsi “amore”? Altrettanto ostentati, altrettanto violenti, altrettanto fintamente romanzati?

Diciamo tutti insieme “Basta!” a questo massacro della nostra personalità!

Ammettiamolo, a voce alta e senza problemi: le rose ci fanno schifo, preferiamo le peonie; il peluche rosa è un regalo inutile, regalami una cover dell’iPhone verde acido; i cioccolatini fanno ingrassare e i Baci Perugina comunque non ci piacciono, vogliamo le Goleador; l’intimo in pizzo FA PRURITO (ma perché nessuno lo dice? Perchè!?); il tanga mi dà fastidio; Twilight faceva lacrimare dal ridere e se mi scrivi 400 volte al giorno io non ti sono grata, ma ti mando anche a quel paese.

Reclamiamo fortemente la realtà! Diciamo “NO!” alla teoria e “SI!” alla pratica!

Perché l’amore, quello vero, non vive in un mondo di puttini, non si nutre di ostentazione sulle bacheche di Facebook, non dà importanza all’intimo che si indossa, non si quantifica in righe di messaggi.

L’amore, quello vero, è l’assoluta, totale e semplice sicurezza che l’altra persona c’è, per noi: una sicurezza così solida che non ha bisogno né di app dedicate, né di conferme pubbliche, né di regali idioti, perché viene vissuta e messa in pratica ogni giorno.

Anche senza dirlo a nessuno.

 

PS: Chi mi conosce potrebbe facilmente pensare che io mi scagli con tanta rabbia contro queste cose semplicemente per nascondere la mia completa incapacità in termini di romanticheria, dolcezzitudine, salameccosità e affini. 

Ma queste sono solo le impietose calunnie della vita reale.