La realtà fa sempre bene?

Convinzione: la massima forma di intelligenza è la capacità di vedere la realtà per quella che è, di andare oltre le personali barriere di autoinganno per mirare ad un visione vicina alla Verità.

Sono sempre stata una persona di un realismo esasperato: ho perseguito in maniera aggressiva una visione della realtà tagliente ed accurata. Oltre ogni finzione, ho sfrondato i miei punti di vista e quelli altrui per cercare di arrivare il più possibile vicino a quella verità empirica data dalle Cose Come Stanno.

Fino allo sfinimento.

Fino alla stasi.

Una situazione che non appartiene solo a me.

Assorti ed affranti cultori della realtà, in questo momento non sappiamo con che coraggio alzarci dal letto la mattina: perché la situazione è talmente nera, da qualsivoglia punto di vista la si voglia guardare, da lasciar del tutto distrutti.

La realtà dell’Italia in questo momento è un abisso (per cui rinvio a riflessioni migliori delle mie). E spesso anche le nostre vite personali e lavorative sono tanto grigie da risultare disincentivanti.

Nei momenti difficili guardare in faccia la realtà non è uno stimolo al fare, anzi. 

La realtà diventa una pressa sotto il cui peso la nostra iniziativa non trova più margine di azione; un eterno ed ingombrante punto di domanda in piombo che ci trasciniamo legato ad una caviglia. La constatiamo, nuda e cruda, un’enorme e orrenda massa grassa, che siede di fronte a noi senza grazia né stile… e ci sediamo accanto a lei, incapaci di reagire.

Che poi, quella massa informe che noi chiamiamo realtà, in realtà è solo il nostro privatissimo e personale punto di vista di quello specifico momento. Perché siamo limitati nelle nostre conoscenze e siamo schiavi della nostra emotività: spesso quella che lavoriamo per delimitare come “realtà” non è altro che un’ennesima e più raffinata forma di finzione. Quindi non si tratta della Realtà, con la maiuscola, ma di UNA realtà, scelta da noi fra quelle disponibili.

E a cosa serve una realtà che, per quanto vera, ci rende immobili? 

Se lottare per vedere le cose come stanno serve solo a bloccarci, la lotta è inutile e controproducente: tutto quello che avremo ottenuto sarà stato di esserci costretti a sedere immobili, in quella disgustosa realtà.

Essere pragmatici è molto più utili che essere realisti. 

Quindi FANCULO la realtà e andiamo avanti: perché la realtà non deve essere il fine ma il mezzo.

Se la realtà serve solo a bloccarci, impariamo a guardare oltre: impariamo a vedere cosa potrebbe esistere oltre quel muro di situazioni.

Impariamo a domare le nostre aspettative per renderle speranze e non delusioni.

Impariamo a distinguere fra i sogni (= mondi di unicorni rosa, nuvole di zucchero filato, funghetti che cantano e simili amenità) e i progetti (=idee che ora non esistono ma domani potrebbero).

Impariamo a camminare come equilibristi quel filo sottile di speranza, che ci tiene sospesi sopra l’abisso della realtà. E non importa se è tutto finto, e non importa se è solo un sogno, e non importa se ci autoinganniamo: importa solo andare avanti e superare il burrone.

Per arrivare ad una realtà nuova.

 

L’arte di chiedere

Quando si dice che dai bambini c’è molto da apprendere, di solito si pensa a qualità come l’innocenza, l’apertura mentale, la generosità… Invece c’è una sola cosa che amo dei bambini: la loro animalesca sincerità. 

I bambini sono le uniche creature al mondo che dicono esattamente quello che pensano: “Il re è nudo!”.

Sono anche le uniche creature al mondo che chiedono esattamente quello che vogliono: così, senza fronzoli, senza preamboli, senza giri di parole, senza motivazioni. E non è un caso se, il più delle volte, lo ottengono senza alcuna difficoltà: perché questo è il modo migliore per chiedere.

Invece poi cresciamo, ci complichiamo, ci perdiamo in un dedalo di costruzioni (altrimenti dette: seghe) mentali: fare una richiesta, di qualsiasi tipo, diventa un incubo. Perché ci vergogniamo. Perché abbiamo paura che non venga accolta. Perché ci sentiamo in una posizione di inferiorità. Perché non siamo così sicuri di volerlo.

Poi c’è un’altra costruzione: la più assurda, la più inutile, la più fintamente complessa della psicologia umana. Il più delle volte pensiamo che se vogliamo davvero qualcosa non possiamo e non dobbiamo chiederla a nessuno: deve succedere, da sola; gli altri devono darcela spontaneamente.

In altre parole ci aspettiamo che gli altri arrivino da soli a comprendere e provvedere alle nostre necessità, sollevandoci così dalla scomoda “umiliazione” di chiedere loro.

È una strategia particolarmente in voga fra le donne: le donne, in quanto donne, non possono chiedere. Soprattutto non possono chiedere al loro uomo! Perché se lui non ci arriva da solo “non vale”: in quel caso il dono risulta sminuito. Invece deve essere spontaneo.

Le donne sono infelici perché non hanno compreso la sublime arte del chiedere. 

Questo atteggiamento condanna le donne all’infelicità eterna: perché nella storia dell’umanità gli uomini che hanno capito qualcosa sono pochissimi, e mai nessuno di loro ci è arrivato senza un complesso a strutturato manuale di istruzioni.

E condanna anche gli uomini all’eterna incomprensione: perché anche quelli armati delle migliori intenzioni di questo mondo non ce la fanno proprio e prima o poi si trovano accanto al loro migliore amico (vale a dire, una birra) a scuotere la testa dicendo: “Non ce la faccio, non la capisco, cosa vuole da me?”

È la sindrome della principessa nella torre. 

Lei si siede li e aspetta: qualcuno prima o poi intuirà da solo che lei in quella torre si annoia e che vorrebbe essere salvata, ma assolutamente sarebbe disdicevole da parte sua chiederlo esplicitamente.

Quando non arriva nessuno, si arrabbia come una pantera e tuona che il mondo è insensibile, che nessuno comprende, che non c’è altruismo, attenzione per il prossimo, rispetto.

Ma non sarebbe tremendamente più facile per tutti (uomini e donne) tornare a fare come quando eravamo bambini? Puntare un dito e urlare: “Voglio quello!”, in maniera semplice e immediata, senza vergogna e senza giri di parole. 

E pazienza se nessuno ce lo consegnerà, pazienza se ci saremo mostrati deboli, bisognosi, pazienza se verremo ignorati: in fondo cosa abbiamo da perdere? Almeno ci siamo mostrati sinceri.

Soprattutto, almeno non avremo perso tempo inutilmente: perché alla fine i giri di parole, le costruzioni mentali e gli stratagemmi sono solo una perdita di tempo. 

 

I vincenti sono quelli che se vogliono qualcosa lo chiedono, con la stessa brutale sincerità dei bambini. E se nessuno glielo trova, se lo vanno a prendere da soli.

 

Sulla fatica dell’apprendere

Una delle cose più difficili nella vita è capire quando è il caso di insistere e quando lasciare perdere: bisogna trovare un equilibrio. Siamo tutti bravissimi a fare le cose che ci vengono bene e che ci danno dei risultati apprezzabili: perché mai non dovremmo proseguire? Invece andare avanti ad impegnarsi in qualcosa in assenza di risultati apprezzabili è tremendamente difficile: bisogna capire quando è utile farlo e quando no. Chi stabilisce il limite?

La regola delle 10.000 ore ci insegna che dopo 10.000 ore di esercizio di qualcosa si diventa eccellenti. Ed i Beatles sono i Beatles per quell’estate passata a suonare insieme nel corso di una serie quasi infinita di concerti da due soldi, e Van Gogh è Van Gogh per il numero imprecisato di taccuini che ha riempito di schizzi.

Abbiamo sviluppato una cultura dell’impegno e della fatica che ci permette di rimanere costantemente motivati anche in assenza di risultato: l’importante è andare avanti, impegnarsi, esercitarsi. I risultati arriveranno. Sicuramente.

Questo tipo di cultura è in realtà un ennesima faccia del buonismo che ha contagiato tutto il nostro mondo, dove ci piacerebbe illuderci che tutto fosse sempre possibile a tutti: purtroppo non è così. Perché se è vero che 10.000 ore di esercizio trasformano la persona dotata in genio, è altrettanto vero che nemmeno mille anni di impegno trasformerebbero la persona mediocre in una persona dotata. Se io passo un’estate intera a suonare la chitarra forse alla fine imparo, ma sicuramente non scrivo la nuova Eleanor Rigby. E se il mio scopo fosse quello, il mio impegno sarebbe fondamentalmente inutile, un ennesimo modo per inventarsi scuse davanti alla realtà: non sarò mai un Beatles.

Per esempio: personalmente ho sempre cercato di fare tutt’altro rispetto a quello che mi veniva bene. Mi veniva facile scrivere, e non l’ho voluto fare per anni: volevo fare altro. E ci ho messo molto più di 10.000 ore a capire che non avrei mai avuto le soddisfazioni che cercavo, e facevo meglio a lasciare perdere: mancavano davvero le possibilità reali e concrete per avere il successo che volevo.

L’impegno e la volontà, da soli, non bastano. La volontà non vive immersa in apnea, senza respirare la realtà: i miracoli non esistono.

L’impegno, da solo, non basta a garantirci dei risultati. Ci vuole qualcosa d’altro, che varia a seconda dei casi: una predisposizione, fisica e mentale; un giusto atteggiamento; una disponibilità concreta al cambiamento.

Per cambiare qualcosa occorre moltissima fatica: quando vale la pena fare questo sforzo? Quando invece è meglio lasciar perdere?

Nell’economia di una vita umana, il successo si potrebbe definire così: è la capacità di dedicare tempo e volontà a ciò che può garantirci un concreto ritorno in termini di soddisfazione e realizzazione personale. Quindi è qualcosa di assolutamente soggettivo e personale, perché tali sono le nostre soddisfazioni.

E siccome il tempo a nostra disposizione non è illimitato, capire quando smettere di insistere e dove è il caso di continuare diventa assolutamente vitale: per ottimizzare il nostro tempo ed il nostro livello di frustrazione e per garantirci un risultato. Per sopravvivere alla fatica, che è molta, dobbiamo garantirci delle soddisfazioni: anche piccole, anche relative. Se non ne abbiamo nessuna, non ha senso proseguire.

Partendo però da un presupposto: stare fermi non è possibile e in una direzione o in un’altra dobbiamo andare avanti. Non sempre ci saranno opzioni: sul nostro cammino troveremo cose e lezioni che dovremo imparare per forza, per superare i blocchi lungo la strada, per portare avanti la nostra carriera o la nostra situazione. E se non riusciremo a capire, in fretta, se è meglio proseguire o cambiare direzione rischiamo di perdere un sacco di tempo, di voglia e di entusiasmo.

 

Il culto del minimalismo mentale

“Andai nei boschi perché desideravo vivere con saggezza, per affrontare solo i fatti essenziali della vita.”
Henry David Thoreau, Walden

Il mio gusto estetico è sempre stato dominato da una forma patologica di horror vacui: tendo a riempire tutto lo spazio a mia disposizione con un conglomerato di cose discordanti fra di loro, ad indossare troppi braccialetti, a mettere insieme colori forti.
Eppure, singolarmente, il mio pensiero è ossessionato da sempre dal minimalismo: tendo ad una forma altrettanto patologica di minimalismo mentale e ho una vera e propria adorazione per le semplificazioni.

Le semplificazioni sono una delle categorie mentali più ingiustamente disprezzate di questo secolo: viviamo in un mondo abituato a considerarle sempre e comunque negative, perché semplificare vuole dire sempre e soltanto rinunciare a qualcosa.

Verissimo, dico io, e perché no? Siamo davvero sicuri che la complessità sia sempre e soltanto un valore? Non è anche questa, in fondo, una semplificazione… e del tipo più dannoso?

La verità è che le semplificazioni sono demonizzate perché, se vengono fatte nel modo giusto, sono dannatamente difficili da fare! Per ridurre qualcosa ai propri minimi termini e semplificarlo davvero occorre averlo compreso in maniera totale, in tutte le sue sfaccettature.

Ma non basta ancora: occorre averlo posto in relazione con il contesto in modo da aver chiaro il valore di ogni sua parte. Solo in questo modo possiamo iniziare a distinguere il superfluo dall’essenziale: è il lavoro dell’archeologo, che scava con lentezza e toglie lo sporco per riportare in luce il poco che resta di un’antica civiltà.

Quando si è scavato via tutto il resto, rimane il nocciolo della questione: il “fatto essenziale”, come lo chiamava Thoreau. Affrontare solo i fatti essenziali della vita e semplificare è una delle più alte forme di intelligenza.

Emotivamente, il sentimento “vero” è quello che rimane dopo un accurato processo di sintesi alchemica: le persone ci arrivano impastate di emotività, ed è solo dopo un’operazione di filtraggio che riusciamo ad avere chiari i nostri reali sentimenti nei loro confronti. E forse allora scopriamo che quel senso di fastidio e antipatia che ci trasmette un collega in realtà è invidia, che in realtà è ammirazione, che in realtà è insicurezza. O che quel senso di disagio che avvertiamo accanto alla ragazza del nostro miglior amico in realtà è senso di colpa, che in realtà è attrazione, che in realtà è innamoramento.

Occorre precisare che Walden aveva un’unica finalità, quando diceva di voler “affrontare solo i fatti essenziali della vita”: “Volevo vivere in profondità.”

E la profondità è tremendamente difficile da raggiungere. Purtroppo abbiamo limiti grandi, come esseri umani: di tempo, di attenzione, di energie.

Non possiamo fare tutto, amare tutto, comprendere tutto; ciascuno di noi ha dei propri personalissimi limiti oltre i quali non è più umanamente in grado di gestire le complessità e bisogna umilmente imparare a riconoscerli ed accettarli. Capire dove non si possono complicare troppo le cose e iniziare a semplificarle, trovare il giusto e personale equilibrio tra analisi e sintesi, è davvero la massima forma di saggezza.
Ma per arrivarci, forse bisogna smettere di vivere le semplificazioni come superficialità ed iniziare ad accettare che è vero il contrario: per arrivare a una certa profondità bisogna sacrificare qualcosa, almeno in ampiezza.

La fratellanza di Narciso

Concisa premessa mitologica: Narciso era convinto che la persona più bella del mondo fosse il proprio riflesso, perché era esattamente come lui. Insomma, un tipo modesto.
Eppure prima di dargli del rincoglionito affetto da mania di grandezza, forse dovremmo farci un esamino di coscienza.

Gli specchi sono di tanti tipi. Non tutti sono superfici di vetro riflettente: questo è solo il modello base, di gran lunga più noioso. Uno degli specchi più interessanti in cui ammirarsi sono le altre persone: se non tutte sono tali e quali a noi, basta cercarle con cura e sceglierle bene per scovarne di assolutamente identiche. Internet viene in nostro aiuto!

Un ampio decennio fa, ero un’assidua utilizzatrice di ICQ. Cercavo le persone in base ai loro interessi, e li interrogavo in maniera ossessiva per verificare subito la loro perfetta adesione ai miei: stessi gusti musicali, stessa cultura, stessi hobby, stesso libro/pittore/film/quadro/poeta/feticcio preferito, fino al magico momento in cui “Oh ma è incredibile anche tu sei dell’Acquario?! Che coincidenza assurda”.
Così: fratelli separati alla nascita.

Non conoscerli dal vivo era praticamente impossibile, e infatti li ho conosciuti: erano care, carissime persone. Con le quali non avevo assolutamente NULLA da dire, perché parlare da soli, alla lunga, stufa.

Eppure ogni volta ci ricadiamo, nel facile entusiasmo di Narciso: è così dannatamente comodo e piacevole avere qualcuno con cui condividere tutto! Come sedersi in una poltrona calda davanti al fuoco e raccontare a chi non fa altro che annuire, senza mai farci sentire messi in discussione: una coccola per il nostro ego, un bagno caldo per le nostre gelide insicurezze.

“Perché litigare ogni volta con qualcuno che dice che Tom Waits canta come se avesse la gastrite, quando ho chi annuisce con grandi occhi sgranati davanti ai miei monologhi sulla sua arte?”

Ed eccoci innamorati della nostra immagine riflessa in qualcun altro, eccoci immersi nella placida comodità di un dialogo inesistente. Il facile, facilissimo brivido di una condivisione di gusti e di volontà tanto immediata quanto superficiale è quello che ci fa sentire tanto attratti da persone che in realtà non sono altro che cloni immaginari di noi stessi.

On-line questa dinamica si vede in tanti modi diversi.
Per esempio, si esprime nell’infatuazione per un comune modo di sentire: “Incredibile, la pensa proprio come me su tutto, abbiamo la stessa sensibilità, lo stesso modo di vedere le cose!”
Oppure si manifesta in maniera più “allargata”, con la creazione di un “circolino”: un gruppetto di persone tutte amiche e tutte orgogliose della propria amicizia, accartocciato su se stesso e sul proprio rigidissimo codice di analogie interne.

Un meccanismo assolutamente comprensibile: trovare sulla nostra strada qualcuno di diverso da noi ci obbliga a quella faticosissima e ormai obsoleta operazione nota come “dialogo”. Il dialogo è uno sport estremo: regala grandi emozioni, ma il rischio è quello di trovarsi con le ossa rotte.
Amare il proprio riflesso è molto più comodo. La condivisione è sempre totale: stesso umore, stesse scelte, mai una discussione… insomma, una scelta vincente.

Forse bisognerebbe chiedersi che fine faccia Narciso. Beh, muore annegato. A voler essere dei poeti la si potrebbe prendere per una sublime metafore sull’asfissia di certi rapporti umani.

Il multitasking emotivo

Da sempre sostengo con furore la teoria per cui il multitasking sia il veleno di questo secolo. La sua celebrazione ha fatto si che questo cancro si diffondesse un po’ in tutte le sfere della nostra miseranda esistenza di creature con un solo cervello, inclusa quella emotiva, con esiti assolutamente deleteri.

In che cosa consiste il multitasking emotivo? È quella malattia per cui, indipendentemente da quanto sia piacevole il nostro contesto attuale e da quanto siamo adorabili le persone con cui ci troviamo, sentiamo la necessità di condividere altre emozioni, altrove, con altre persone.

Quindi dividiamo la nostra attenzione viene divisa fra la realtà in cui siamo immersi e qualcuno che in quel momento non è fisicamente presente, ma comunque immediatamente raggiungibile grazie alla magia delle comunicazioni.

Funziona così: se sono a cena con i miei genitori sento la necessità di condividere il menù con il mio ragazzo e quindi passo la serata a messaggiare con lui. Poi quando sono con lui mi arriva una mail della mia amica, che quella sera ha lasciato il tipo e sta male e passo mezz’ora a risponderle mentre racconto a lui la vicenda per filo e per segno. Poi quando sono con la mia amica a guardare i negozi in centro ecco che sento la necessità di mostrare il vestito che mi piace a mia sorella, e le mando venti foto. Qualsiasi sia la situazione, qualcuno mi manca e non sono mancanze oggettive.

Non parlo della telefonata della mamma, quando si è dall’altra parte del mondo per lavoro. Non è il “mi manchi” struggente, scritto al proprio compagno una sera in cui ci si trova da soli, a casa, davanti alla tv, no: è una costante ricerca di una completezza emotiva per cui quello che abbiamo attorno pare incompleto se non viene condiviso con qualcuno che manca.

Questo multitasking emotivo nasce da una sensazione negativa: una dolorosa sensazione di mancanza, di incompletezza, per cui quello che abbiamo non basta a saziarci emotivamente e abbiamo sempre bisogno di qualcos’altro.
Perché ci sentiamo sempre tanto incompleti? Perché abbiamo sempre quest’ansia addosso?

Forse è tutta colpa della tecnologia, con il suo proliferare di notifiche, che ci ha costruito attorno un mondo parallelo. Purtroppo però il dono dell’ubiquità è prerogativa divina: a noi non resta che accontentarci di vivere in simultanea diverse cose, facendocele andare tutte egualmente di traverso.

Così non siamo mai sazi, perché in realtà non riusciamo mai a mangiare per davvero: la nostra attenzione è sempre sospesa, sempre divisa. Non viviamo mai immersi nella realtà, non riusciamo mai a concentrare davvero tutte le nostre risorse emotive in un unico contesto. E poi quel contesto ci manca, mentre siamo immersi in un altro contesto: un eterno circolo vizioso. Perché la nostra emotività è senza dubbio complessa e piena di sfaccettature, ma è una sola: il multitasking, se esiste, non la riguarda.

Forse basterebbe mettere il cuore a tavola e lasciarlo mangiare con calma una pietanza per volta, per smetterla di sentire sempre voglia di qualcosa d’altro. Chè il cuore non è lo stomaco: non è vero che poi, dentro, si mischia tutto.

 

 

Alle origini del gusto

Quando ero bambina “La Bella Addormentata Nel Bosco” di Walt Disney era uno dei miei film preferiti e lo guardavo fino a saperlo a memoria. Quello che da bambina non sapevo e che ho impiegato decenni per capire era perché quel film mi piacesse così tanto: non era per la storia (il personaggio con più personalità è senza dubbio il cavallo del principe, e abbiamo detto tutto…) e nemmeno per le musiche. Quello che mi faceva impazzire era l’art direction: ma da bambina non sapevo nemmeno cosa volesse dire questa parola.

E tantomeno conoscevo la storia affascinante di Eyvind Earle: un artista incredibile, forgiato da un padre-padrone che lo obbligava ogni giorno a leggere 50 pagine o a dipingere un quadro. Quando venne affidato alla madre, il bambino le chiese, come prima cosa: “Ti spiacerebbe molto se io non dipingessi mai più?”, eppure poi andò avanti e divenne uno dei più grandi art director della Disney (e un grandissimo artista di questo secolo).

Quando sono cresciuta ho studiato l’arte medioevale: ma da adolescente e ragazza piena di pretese intellettuali non sarei mai stata capace di ammettere che in realtà buona parte dei capolavori fiamminghi mi piacevano solo perché gli alberi mi ricordavano quelli di Earle, perché le atmosfere erano quelle della Bella Addormentata. Ma la realtà è che mi sono innamorata dell’arte medioevale solo perché mi ricordava il bosco di quel film.

Qualche anno fa, durante una breve vacanza in Germania, ho visitato per la prima volta la Foresta Nera e molti splendidi borghi medioevali. E li ho trovati del tutto incantevoli, perché di nuovo mi ricordavano La Bella Addormentata nel Bosco, Pinocchio, Biancaneve e i sette nani. La realtà mi risultava incantevole perché si era ispirata alla fantasia di un cartone animato, come lo immaginavo io nella mia testa di ormai trentenne.

Ed in realtà so bene che tutto era mischiato, tutto era al contrario: il bosco del film era ispirato all’arte medioevale, che era ispirata a quel bosco fisico, o a qualche altro bosco simile, re-interpretato con una sintesi quasi minimalista da un artista del tardo 1300.
Amavo un bosco rappresentato, ispirato da un’altra rappresentazione, ispirata alla realtà. E quella realtà da cui era partito tutto, l’ho conosciuta per ultima, in un processo ce non ha avuto nulla né di ordinato, né di concreto: un discorso maledettamente complicato!

Ma non importa. Non importa quanto sia complicato il percorso: quello che ho scoperto è che le cose che amiamo davvero le conosciamo, in maniera completamente istintiva ed irrazionale, e torneranno sempre da noi, sotto mille nuove forme.
I nostri gusti sono li, nonostante il caos della nostra formazione, la disorganizzazione della nostra “cultura” e del nostro apprendimento: sono come un fiume sommerso che trova sempre il modo di affiorare, nella maniera più inaspettata e meravigliosa.

Per anni mi sono interrogata sui percorsi di queste correnti, sulle loro origini, sui flussi e i riflussi sotterranei, sugli affluenti di questi fiumi: ma in realtà non importa nulla. La cosa più affascinante è vedere come tutto questo trovi sempre un modo per emergere.
La cultura visiva di una persona assume forme originalissime ed uniche, che trascendono dall’età e dalla formazione. Ma nessuno, neanche l’individuo più disattento o apparentemente grossolano, neanche chi fa pubblico vanto della propria noncuranza verso queste “frivolezze” è privo di un suo gusto visivo, personalissimo e molto ben caratterizzato, formato nel corso degli anni, plasmato con cura dalle sue esperienze.

Lo vediamo nella grazia inaspettata con cui una commessa realizza le proprie vetrine, nel guizzo di classe e di colore che un manager sceglie di dare alle proprie cravatte, nel dettaglio di un laccio per le scarpe abbinato in maniera contrastante ad una serissima calzatura di vernice nera, nella tappezzeria di gusto fortissimo che un’amica timida e altrimenti quasi trascurata sceglie per la propria stanza da letto.
Lo vediamo nei dettagli, ma anche nelle scelte macroscopiche.

Saper interpretare i nostri gusti, conoscerli ed anticiparli, ci rende persone più sicure di noi stesse, più coerenti: ci fornisce un incredibile asset interpersonale, perché ci rende davvero “memorabili” agli altri e contribuisce in maniera decisiva a creare un nostro unico “personal brand”.

Al tempo stesso, imparare ad identificare e riconoscere i gusti degli altri ci rende più sensibili e ci aiuta ad interfacciarci con loro in maniera più responsabile: è il requisito fondamentale di ogni attività di consulenza e ci fornisce indizi preziosi sui gusti e sulle richieste del nostro cliente.
Pensare che il manager con la cravatta rossa voglia tutto il sito web di quel colore è senza dubbio un po’ semplicistico… ma i mille indizi lasciati dalle persone nel loro abbigliamento, nella scelta dell’arredamento e dei dettagli dello spazio in cui decide di vivere sono una merce preziosa, che sarebbe stupido ignorare: in fondo, sono le goccioline di condensa lasciate dalla turbinosa corrente sotterranea dei suoi gusti.

 

Apple e Coca-Cola a confronto: dal superbrand all’unbrand

È di qualche giorno fa la notizia del sorpasso: la Apple è riuscita a battere la Coca-Cola e a conquistarsi il posto di brand più potente del mercato. Al di là di ogni considerazione sull’effettivo valore di queste classifica (stilata annualmente da Interbrand sulla base di una complessa serie di fattori), il confronto fra questi due giganti è decisamente interessante, soprattutto da un punto di vista della comunicazione.

Abbiamo infatti davanti due società che stanno facendo branding in maniera del tutto antitetica: da un lato il superbrand tetragono della Apple, recentissimo e minimale, gelido e inalterabile; dall’altro un brand con così tanta storia ed immagine da potersi permettere anche di non esistere più.

Coca-Cola con la sua più recente operazione “Condividi una Coca-Cola” ha perfino rinunciato al proprio logo: un vero e proprio anatema per la comunicazione e per il marketing. Al posto di un logo con un secolo di storia, è stato messo il nome proprio di un consumatore: il brand si toglie di metto, e resta la persona. Qualcosa che per la Apple, con la propria Mela scolpita nel marmo ineluttabile del branding eterno, sarebbe completamente inconcepibile.

La campagna ha avuto un successo incredibile sia presso il pubblico (con deliri di folla per ottenere una singola lattina personalizzata), che presso i media (con un’autentica campagna virale di prese per i fondelli, giochi di parole e parodie) fino a ottenere la massima forma celebrazione possibile nel mondo della comunicazione: la copia sfrontata, fatta dalla Ferrero per la Nutella.

Non è un caso nemmeno che a copiare questa operazione sia stato un altro marchio storico del settore alimentare: perché nulla è caldo, emozionale, personale e vicino alla persona come il cibo, ed è ovvio che siano questi brand a cercare un nuovo e più intimo contatto con i loro consumatori.

Resta il fatto che vedere il proprio nome, o quello di un proprio amico, al posto del logo Coca-Cola è profondamente spiazzante e che la campagna “Condividi una Coca-Cola” è molto più che una brillante iniziativa di marketing: è un incontrovertibile segno dei tempi.

Il brand più vecchio di tutti, il brand che ha inventato Babbo Nalate, il brand a cui basta un’onda per definirsi e una bottiglia per parlare di sè, non ha più bisogno di essere un brand: la Coca-Cola non è un brand, non è una bevanda, non è un passatempo, non è la Felicità. La Coca-Cola è la Coca-Cola. E basta.

Alla Coca-Cola non serve più nemmeno un logo, tantomeno delle guideline di utilizzo o di riferimento. Alla Coca-Cola serve una cosa sola: dei consumatori. Ed eccola, la nostra eroina in rosso, che si lancia al loro inseguimento con la più geniale e vistosa marketta pubblicitaria della storia degli ultimi anni: “Io non sono niente senza di voi, quindi metto il vostro nome al posto del mio logo, perché voi valete più di me, più dei miei esperti di branding di comunicazione di stile di grafica.”

Il pubblico applaude.
E compra, ovviamente. Che è l’unica cosa che deve fare.

Dall’altro lato, la Apple: il brand più potente della terra, il brand a cui ogni altro brand guarda come al Capolavoro. Una società che venderebbe anche ghiaccioli al Polo Nord, se questi fosse bianchi, a forma di iPhone e con una mela sopra: perché ogni cosa al mondo con una mela sopra acquisisce un nuovo valore.

I compratori della Apple nel pack minimale del loro costosissimo ultimo gingillo non trovano neanche il caricabatterie MA trovano quella che per loro è la massima e più eccelsa ricompensa: due preziosi adesivi della mela. Due semi del brand da andare a riversare nella terra dei comuni mortali la fuori che vivo circondati da oggetti brutti, vecchi e inutili perché drammaticamente privi dell’unica cosa che serve: una mela.

Ed ecco che il logo Apple trova posto sulle automobili, sulle biciclette, sulle valige, sui PC. Quello che ho di più caro al mondo lo merita, perché ne riceve un nuovo valore.
Per la Apple rinunciare al proprio logo vorrebbe dire rinunciare a TUTTO: anche perché il loro branding è talmente minimale da non essere fatto praticamente da nient’altro che un logo e carrettate di sublime e rarefatta eleganza.

La Apple porta la NON-personalizzazione ad estremi livelli: i suoi dispositivi possono essere usati solo nel modo che decide lei, solo con le app da lei approvate, solo con gli accessori che lei seleziona.
E perfino la loro perfetta, impeccabile, assistenza clienti è tanto disumana da risultare inquietante: al Genius Bar si viene accolti da identici assistenti vestiti con identiche tshirt. Sorridenti, gentilissimi, ti stringono la mano e si presentano con il proprio nome… ma il forte sospetto è che anche quello sia stato assegnato loro dal marketing: sono così cortesi e perfetti, che forse sono dei cloni.

E siccome nessun brand quanto la Apple può contare su un gruppo di fan tanto esaltati quanto entusiasti, forse è questo il modo giusto di fare. Apple è un SUPERBRAND: mette il proprio brand prima di tutto ed i suoi fan la adorano in funzione di questo.

Eppure indagando emergono cose curiose. Tipo un mercato di nicchia, ma fiorente, di adesivi per MacBook che personalizzano la mela della Apple in mille modi uno più assurdo dell’altro: si va da parodie di altre mele celebri (da Biancaneve a Magritte) a intriganti cross over con altri personaggi famosi (da Topolino a Batman, passando per Iron Man ed i Peanuts).

E tutto questo fatto dagli utenti del modello più prestigioso della complessa filiera di prodotti Apple, i veri fan irriducibili del brand, quelli che usano un computer da migliaia di euro e non per il suo brand ma perché davvero lo apprezzano per quello che fa. Lo usano tutti i giorni, innumerevoli ore al giorno: lo vogliono rendere davvero loro, se ne vogliono impossessare rendendolo su misura per quello che sono. Migliaia di persone hanno un MacBook Pro, ma solo sul mio la mela che si illumina è color verde acido.

Perché forse, in fondo, quello che vuole il consumatore vero è questo: è mettere le mani sul brand che ama, sporcarlo, infangarlo, trascinarlo nel fango della vita reale e renderlo suo. Renderlo PERSONALE. 

Forse Coca-Cola ci è soltanto arrivata prima di tutti gli altri, e non è un caso: in fondo è il brand più vecchio di tutti, quello con più storia. Coca-Cola sta indicando la strada verso cui tutti gli altri brand si incammineranno.

L’esempio lanciato è senza dubbio estremo: pochi altri marchi al mondo avrebbero potuto permetterselo e avrebbero potuto realizzare e coordinare un’iniziativa di questo tipo con altrettanta potenza e visibilità. Eppure il futuro dei brand, in un panorama economico dove la crisi sembra ogni giorno più radicata e dove il proliferare dei canali media genera un rumore di sottofondo sempre più elevato, in grado di oscurare ogni comunicazione: è tutto da rivedere e da riscoprire.

Forse il futuro dei brand è proprio questo: scomparire progressivamente lasciando sempre più spazio al consumatore, che in fondo è il vero protagonista del marketing.

 

 

L’arte fotografica ai tempi di Instagram

Con un bacino di utenza di milioni di iscritti, e migliaia di foto nuove postate ogni ora, Instagram è diventato molto più di un semplice social-network: è un vero e proprio fenomeno di costume. Ha portato alla ribalta l’iPhone come “macchina fotografica” (la più usata, anche su Flickr) e con i suoi filtri “vintage” ha generato un rinnovato interesse verso il mondo delle Lomo e delle Olga, che di colpo sono tornate ad essere ambiti strumenti.

Chiedersi “perché?” è quantomeno lecito, ma la risposta in realtà è drammaticamente semplice: perché tutto sembra bello, con i filtri di Instagram.

Metti una mattina per caso, struccata e mal vestita: ti tiri la sciarpa sul naso, ti fai una foto su Instagram, ci aggiungi un filtro carino e un po’ di sfocatura ai bordi, la posti. La guardi: “Va beh, forse non sono bella, ma mi spaccio per interessante!”. Arrivano i commenti: incoraggianti. Ed è così per tutto quello che passa da Instagram, che sia scrivania, paesaggio, macchina, strada di città, fiore, albero o sole che tramonta.

Una cosa bella, diventa meglio; una cosa mediocre diventa carina; una cosa bruttarella diventa “interessante”. Instagram è la crema magica che ogni donna vorrebbe avere, è il fluido fatato della instant-beauty 2.0. Instagram ha inventato l’algoritmo della bellezza.

Perché i suoi colori filtrano le brutture, perché i suoi tagli eliminano quello che non va, perché le sue sfocature studiate ad arte permettono di escludere quello che non si vuole vedere. Un bravo fotografo riesce a farlo anche con una reflex da migliaia di euro, ma per noi comuni mortali c’è Instagram, che permette di fare la magia, alla modica cifra di un iPhone.

E se i professionisti storcono il naso, dicono che il formato quadrato è il più difficile, lamentano la mancanza di bravura nella scelta delle inquadrature e dei tagli, spregiano la scarsa risoluzione “perché è comunque solo un telefono!”, non si può negare che i fatti parlino chiaro: Instagram ha avuto successo perché è in grado di realizzare foto gradevoli a partire più o meno dal nulla. E in realtà il circolo è quasi vizioso: ormai noi ci aspettiamo che le foto gradevoli siano fatte con Instagram.

Ormai una foto “normale”, a vederla, ci sembra manchi di qualcosa: perché non ha l’effetto sfocato, non ha il look da Polaroid stinta, non ha quel fare un po’ vissuto di foto on the road. La presenza sul web di foto made in Instagram è ormai talmente massiccia che il gusto sta rapidamente cambiando. In altre parole Instagram ci piace perché è bello… ma è anche vero che il bello ci piace solo se è fotografato con Instagram. Ah, cosa avrebbe fatto Steve Mc Curry, con Instagram! E perchè dovrei apprezzare quelle macro professionali di libellule tanzanesi in volo, quando mia cugina ha fotografato i frollini su Instagram e mi sembrano più belli?

Chi decide, in fondo, cosa è bello? Il bello, ormai, è solo quello che va di moda, alla faccia di Platone e di quanti prima di lui si sono scervellati per trovare una definizione perfetta di un concetto così complesso. E oggi va di moda Instagram, vanno di moda le finte Lomo, vanno di moda i colori desaturati: filtri che abbelliscono del 200% ogni cosa, senza alcuno sforzo.

Un po’ è per l’immediatezza, inutile negarlo. Piuttosto che trascinarsi in giro 10 chili di reflex con tanto di obiettivi e annessi e connessi, tiro fuori dalla tasca l’iPhone, e questo da a tutto quello splendido tono di giornalismo di guerrilla.

Ma un po’ è anche una reazione, ad un certo modo di intendere la fotografia. Le pubblicità hanno divulgato delle immagini talmente perfette, talmente ritoccate, talmente sintetiche da non risultare più credibili: fotomodelle satinate tramite sabbiatrici, la cui pelle non ha più alcun segno, automobili lucidate in stile Karate Kid, senza un singolo sfriso, cibi e vivande che paiono appena sfornati dalla cucina di Gualtiero Marchesi anche quando vengono dal container di una nave cinese.

Tutto studiatissimo, tutto fintissimo: la reazione? Instagram, apparentemente autentico, ma in realtà altrettanto studiato e altrettanto finto, in modo diametralmente opposto. Se sulle pagine di Vogue anche ciò che è carne e sangue pare plastica, sulle videate di Instagram anche la plastica pare viva, partecipe, calda, umana. E bellissima. Si tratta, in un caso come nell’altro, di scegliere in che modo farsi prendere in giro dalle immagini…

Forse, è solo un passatempo per nerd che si improvvisano fotografi. Forse hanno ragione gli indigeni che pensano che le fotografie rubino l’anima (e restituiscano solo menzogne). In ogni caso la fotografia, quella vera, non dovrebbe limitarsi a “filtrare” la realtà: dovrebbe metterla a nudo.

La cultura del vomito pubblico

Che ogni esperienza umana abbia il suo valore intrinseco è una lezione che in letteratura è arrivata con il Verismo. Però ci sono alcune cose da puntualizzare.

Innanzitutto Verga, Zola e compagnia avevano degli indiscussi meriti letterari. Inoltre raramente scrivevano di vicende autobiografiche: erano sempre racconti verosimili, si, ma opportunamente romanzati ad uso e consumo del lettore (e spesso infarciti da elementi di buonismo, o da dure lezioni morali). E quando Praga poetava “canto una misera canzone,/ ma canto il vero!” era pur sempre una canzone!

Poi la cosa ha preso piede ed hanno inventato Splinder, poi Blogger, poi WordPress… ed eccoci qui, tutti novelli Verga a raccontare pubblicamente le nostre drammatiche vicende VERE! Che hanno automaticamente valore perché per prima cosa sono VERE, e poi sono NOSTRE! E quale individuo al mondo, quindi, non dovrebbe essere interessato ad ascoltarle?!

Anni fa leggevo qualche blog su Splinder. Erano tutti tenuti da adolescenti lesbiche, cocainomani, anoressiche, provenienti da famiglie con vari stati di disagio (dal “banale” divorzio, ai più turpi maltrattamenti). Pareva una gara a quello che stava messo peggio: perché chiaramente a nessuno interessa leggere di una persona sana, felice, psicologicamente serena e senza particolari traumi esistenziali. Il vero artista deve essere così: infelice, depresso, drogato, circondato dal disagio.

Con questo non intendo minimamente minimizzare le difficoltà, le infelicità o i problemi altrui, anzi. Quello su cui mi interrogo è la loro pubblica esibizione, ed il loro elevarli a materia utile da condividere con il pubblico. Perché?

È semplice necessità di condivisione (di cui ho già parlato altrove), o è qualcosa di più?
In questa pubblica esibizione dei propri panni sporchi non c’è anche una forma sottile ed auto-compiaciuta di arroganza?
Qualche secolo di storia dell’arte non è ancora bastato a farci capire la differenza (non piccola) fra una spiccata sensibilità artistica e un becero esibizionismo?

La maggior parte dei blog è lontana dalla letteratura: non sono “canzoni”, non hanno lezioni morali e raramente è presente un minimo di rielaborazione ad uso e consumo del lettore.
In pratica la differenza tra uno scrittore professionista ed il blogger medio è la stessa che c’è tra una pole dancer professionista e la vostra amica quella sera che ha bevuto troppo: magari voi ne siete segretamente innamorati e vi pare bellissima e sensuale, ma se qualcuno la vedesse potrebbe al massimo riderci su.

Eppure a chi scrive non importa nulla: non vogliono fare letteratura, non vogliono intrattenere, non voglio fornire alcun tipo di contenuto, alcuna idea, alcuno spunto.
Forse vogliono solo vomitare, pubblicamente, le loro sensazioni: per condividerle, per liberarsene, per avere una forma di solidarietà espressa in “commentini”, per parlare in maniera indiretta a chi non hanno il coraggio di interpellare direttamente.
Eppure, per quanto sia grande il loro malessere, una volta che è venuto fuori quello è solo vomito: non ha altro valore, se non al massimo una forma un po’ morbosa di identificazione da parte del lettore (“Una volta ho vomitato così anche io, mi ricordo!”).

Se si sta veramente così tanto male, non è meglio fermarsi un attimo a riflettere, prima di sedersi al computer e di riversare tutto il nostro dolore e tutta la nostra acredine li dove tutti possono leggerlo?
Il Verismo serviva a far emergere la Verità: a mettere in luce le cose per come stavano, ad analizzare. Questo invece è solo un placebo: vomitare fa stare subito meglio. Ma le ragioni del nostro imbarazzo rimangono li, non scalfite, non viste, non indagate, annidate in qualche punto fra lo stomaco e la gola. Magari non abbiamo nulla da nascondere e nemmeno nulla di cui vergognarci, ma è pur sempre vomito e non andrebbe nemmeno esibito: andrebbe curato con pazienza, usando le medicine del silenzio e della riflessione.

Un’ennesima forma di esibizionismo: una delle malattie di questa epoca. Perché il vomito di certi blog è lo stesso della stampa scandalistica, dove le personali vicende ed i privati errori di personaggi pubblici grandi e piccini sono esibiti come trofei. Ed è lo stesso vomito di certe vicende pubbliche, dove le private colpe di privati cittadini diventano l’unico metro di valutazione del loro operato.

Invece di riflettere e di elaborare, condividiamo. Buttiamo fuori le nostre difficoltà, per condividerle con un pizzico di arroganza e per dimenticarle più facilmente, togliendocele dallo stomaco.

 

DISCLAIMER:
Ho provato a tenere qualche blog personale anche io, lo ammetto (questo è solo l’ultimo di una serie infinita). Ho smesso per mancanza di spunti: di cosa avrei mai dovuto parlare, con la mia mediocre esistenza fatta di mediocri casini, senza alcun reale problema? Ero priva di idee: “Mamma, perché non sono una lesbica repressa in lotta contro il mondo?! Perché non mi sono MAI drogata!? Che cosa avete sbagliato con me? Potreste almeno divorziare, per favore?! Potreste picchiarmi!?”

Di tanto in tanto l’occhio mi cade su qualche blog. Alcuni sono sublimi, veicolano pensieri oggettivamente fuori dal comune e in certi casi anche magistralmente ben scritti. I più però sono soltanto molto personali.

Dopo un po’ ho smesso di leggerli: mi facevano sentire a disagio con la mia stessa “normalità”.

 

 

Ossessioni condivise

Che bello, avere internet e poter condividere con dei perfetti sconosciuti di cui non ci importa assolutamente nulla quello che non diremmo mai ai nostri più cari amici. Ma è davvero così bello?

L’essere umano non è progettato per stare da solo: deve avere accanto qualcuno con cui condividere i pensieri, le parole, le idee. Ed internet, con il suo proliferare di social di ogni tipo, permette la condivisione assoluta e totale di ogni cosa.
Per le idee brevi abbiamo Twitter, per quelle lunghe i blog. Per le situazioni e le amicizie c’è Facebook, per le immagini Instagram, per la musica Spotify. Viviamo immersi in un universo di condivisione. Pinterest ci mostra quello che vorremmo essere, Facebook quel che abbiamo intorno, Twitter ci fa sorridere, i blog ci fanno riflettere.

La parola chiave di ogni social network è questa: condivisione. Vuole dire esprimere un qualsiasi pensiero goffo su Twitter e vederlo apprezzato e compreso da altre 12 persone. Vuole dire avere qualcuno che vede il tramonto con noi su Instagram. Tutto questo con la massima comodità, nel palmo delle nostre mani grazie ai nostri potentissimi smartphone, al caldo delle nostre case, comodamente seduti dietro ai nostro computer.

Condivisione vuole dire non sentirsi mai soli.

Quello che inevitabilmente ci si chiede è: da dove viene questa ossessione per la condivisione? Quando si è deciso che condividere tutto sia sempre un piacere e sempre un valore? Chi ha stabilito che ogni nostro pensiero debba necessariamente risonare online?

Le ragioni hanno radici profonde, immerse nella società e nel modo di pensare di tutta la nostra società.
L’ossessione dell’ultimo secolo è l’inconscio: da Freud in avanti, la lotta è stata tutta indirizzata a squarciare il velo dei nostri pensieri sommersi, portandoli alla luce.

Esporre il proprio inconscio e far emergere il proprio pensiero è una vera e propria missione per chiunque e viviamo come un limite profondo non riuscirci.

Inoltre essere soli è considerato socialmente inaccettabile: la solitudine è vista come un aperto segno di fallimento.

Se si fa qualcosa da soli non è mai per scelta, ma sempre e solo per mancanza di qualcuno con cui condividerlo. Se sei solo, sei uno sfigato. I gentiluomini solitari di Friedrich, stagliati contro il cielo al tramonto sulle montagne erano li solo perché la tipa non gliela dava: non è accettabile che fossero li da soli perché lo preferivano.

Quindi, ricapitoliamo: il figo per antonomasia è uno pieno di amici e capace di condividere senza alcun problema ogni proprio pensiero. Guarda caso, è proprio l’utente perfetto per un qualsiasi social network!
Condividere tutto (di persona o on-line) è un modo semplicissimo per sentirsi socialmente integrati: ci si circonda di persone da bombardare con i propri pensieri.

Tutto questo è bellissimo, è assolutamente PERFETTO! Abbiamo a portata di mano un sacco di persone e possiamo condividere con loro tutto, ma proprio tutto (e il proliferare di foto dai cessi lo testimoniano) quello che ci succede!
Infatti la moderna società è felice, felice, felice. Siamo tutti quanti felici come delle pasque piene di uova di cioccolato con sorprese bellissime, vero?
Beh, non proprio: qualcosa che non funziona ci deve pure essere, perché internet e i social sono solo un brulicare di infelicità, scrupolosamente condivise.

Ci sono dei nodi da sciogliere.
Rimane da capire come mai il gentiluomo di Friedrich fosse a spasso da solo nei boschi.
Rimane da capire quale fosse lo scopo dell’indagine psicologica di Freud: non era certo una superficiale condivisione fine a se stessa!

Lo scopo era era scavare, in profondità; era comprendere a fondo gli ingranaggi del cervello umano, studiarli; era indagare nell’intimo, gettare luce sul silenzio: lo stesso silenzio che oggi vogliamo coprire con le nostre esternazioni, tanto facili quanto inconsistenti.
Diamo subito voce ai nostri pensieri, li condividiamo immediatamente, con chiunque ci capiti a tiro nella vita e nella rete, per toglierceli dal cuore, per addomesticarli. Li vogliamo allontanare e chiamiamo questa ossessiva volontà di girare la testa dall’altra parte “voglia di condividere”.

Il gentiluomo di Friedrich non condivideva nulla con nessuno: pensava. Indagava il proprio io e faceva ordine nella propria testa, nei propri pensieri. Si, da solo. Si, senza dirlo a nessuno, nemmeno a Freud!

Forse invece di pensare a come esprimerci dovremmo pensare a come capirci. Forse prima di condividere qualsiasi cosa con chiunque, dovremmo provare a tenerla per noi e a rifletterci, a fare silenzio, a stare da soli, senza paura. A capire e a capirci, senza voler buttare fuori ogni pensiero che ci sfiora: i pensieri esistono anche se nessuno li sente, mentre cadono nella nostra testa.
Forse la nostra ossessione per la condivisione non è altro che un modo per esorcizzare il pensiero e la profondità: un modo sterile, che non genera niente perché tiene tutto in superficie, fermo. Espelliamo le sensazioni e le diamo in pasto al mondo, ma non è mai sazio perché sono tutte un cibo povero, senza contenuti o utilità.

Senza la solitudine e il silenzio della riflessione le nostre parole sono vuote e inutili. E se non abbiamo nulla di profondo da dire a noi stessi, non abbiamo nulla neanche da condividere.

Lo storytelling delle cose

Oggi un mio carissimo amico, di notorie tendenze anarchiche, ha criticato con veemente passione i miei jeans strappati, nuovi di zecca. In fondo il mio amico ha ragione: viviamo in un mondo dove i difetti si pagano più della perfezione, solo perché vanno di moda.
Ma quello che il mio amico, che come tutti gli anarchici non segue la moda, non sapeva è che i miei jeans di oggi erano ancora peggio di quel che sembravano.

Il modello, comprato da GAP, si chiama “Sexy boyfriend”: un jeans un po’ logoro e un po’ largo, progettato per imitare con cura l’effetto del jeans di lui addosso a lei. Come se un jeans potesse essere creato su misura per esprimere la sensualità e la complicità di un indumento raccattato di fretta da terra, dopo una notte di passione, e indossato con la grazia disinvolta di una donna che si sente così figa che non ha neanche bisogno di vestiti da donna per esserlo (lui si sveglia dopo, e si trova con il leggins aderentissimo di lei, ma questa è un’altra storia).

Quindi nei miei jeans da 70 dollari non c’era solo una finzione di moda, ma una finzione di esperienza: nel loro essere logori e nel loro imitare ad arte un pantalone maschi si annida la voglia di fingere tutta una complessa e personalissima situazione. Indossare i vestiti di qualcun altro è un po’ portargli via l’anima: è un grado di complicità che non ha prezzo. Tutto il resto è in vendita da GAP a 69.95 dollari.

Per quella cifra posso SEMBRARE una che si è svegliata alle 11 fra le nerborute braccia del suo lui, ha raccolto da terra “la prima cosa che ha trovato” ed è uscita a pranzo, bella come il sole nonostante la notte in bianco (o forse proprio grazie a quella): e chi non li pagherebbe 70 dollari (anzi, 69.95!) per sembrare tutto questo?!

Notare bene: altri negozi definiscono lo stesso modello di jeans “Ex boyfriend”. Che è la stessa storia di prima, in versione depressa: perché cosa ti lascerebbe mai in casa lui, dopo averti lasciata, se non un jeans logoro?

Poi qualcuno di più anarchico di me potrebbe obbiettare che viviamo in un tragico mondo dove è possibile acquistare l’apparenza che si preferisce, e io dovrei pure dargli ragione… ma in realtà quello che mi intriga è il modo in cui scegliamo di apparire: dimessi, usati, stropicciati.
In un mondo usa e getta, il passato diventa un valore tale che arriviamo a simularlo, a inventarci le storie dietro agli oggetti, a creare oggetti nuovi con storie vecchie simulate disegnate sopra. L’esperienza passata vale più di ogni altra cosa: lo storytelling è il valore sovrano.

Questa parola è salita alla ribalta del marketing anni fa, ed è assai probabile che sia li per rimanere. Wikipedia la eleva a “disciplina”, ma il suo significato è molto semplice: vuole dire creare una storia, per conferire valore aggiunto a qualcosa. Vuole dire che questo non è un paio di jeans: sono jeans dietro a cui immagino tutto un mondo di situazioni, di rapporti umani, di complicità, che me li fa risultare doppiamente desiderabili. Sono jeans goffi e con un buco sul ginocchio, ma io non li voglio per il loro intrinseco valore estetico: li voglio perché parlano di un mondo, perché hanno una storia che mi risuona dentro e con cui mi identifico.

Lo storytelling è un meccanismo umano, intimo, bellissimo: il cervello umano empatizza subito con le storie, non con gli oggetti nudi e crudi. Questa strategia ha preso piede in quasi ogni ramo della fuffologia, dal marketing alla pubblicità: non posso più venderti qualcosa, se non ti racconto la storia che c’è dietro e non te ne motivo l’acquisto.

Perché in realtà lo storytelling è un modo come un altro per creare valore dove in realtà non ce n’è: è soltanto la nuova frontiera del culto dell’apparenza, un modo nuovo per renderla meno apparente.

Lo storytelling è profondità simulata: come raccontare ad un bambino che un ciondolo di latta ha poteri magici, perché viene dall’interno di un fatato uovo di cioccolato. Come illudere i passanti che quei pantaloni appartengano davvero a qualcun altro, con cui sono tanto in confidenza da indossarli.

Ma con tutto lo storytelling del mondo, la realtà non cambia: i miei erano goffi pantaloni sportivi… e mi facevano anche il culo grosso.

Il secondo livello dei sentimenti

Non bisogna essere dei grossi nerd per sapere come funziona un videogioco: semplificando e generalizzando al massimo, potremmo dire che, chiunque sia il protagonista, deve misurarsi con una serie di ostacoli di difficoltà crescente, ottenendo ricompense sempre maggiori. Il senso del gioco, quindi, è in questo aumento progressivo e costante della difficoltà: la sfida è tutto lì.

Recentemente mi sono trovata a riflettere su come un meccanismo analogo finisca per governare parecchi altri ambiti della nostra vita, in primis quello “sentimentale”: un sentimento, per progredire, deve metterci di fronte a sfide sempre maggiori. Se questo non succede finiamo per trovarlo sterile e, in ultima istanza, vuoto. E non parlo strettamente di sentimenti “amorosi”.

La passione è il primo livello, quello introduttivo, che ci mostra come funziona il gioco.

L’entusiasmo per le cose, i progetti e le persone può avere molte facce e molte origini. Magari ci piomba addosso all’improvviso: forse è l’idea per un libro da scrivere, magari l’ispirazione per un progetto importante, o l’amore per uno strumento musicale o per la pittura. In ogni caso, la passione è facile: come tutte le cose istintive, ci viene naturale. Non dobbiamo fare nulla: la passione fa tutto da sola, arriva e ci trova li, pronti.

E se è vero che la passione, con il suo calore, con la sua immediatezza, è bellissima e coinvolgente, è altrettanto vero che agisce come una specie di anestetico e ci impedisce di vedere i difetti, i limiti, le difficoltà, nostre e della cosa/persona amata… e così è un po’ troppo facile!

Il primo livello è il più semplice: è stato creato per darci subito soddisfazione, senza sforzo.

Ma in quasi tutti i videogiochi è anche il livello più breve: è così facile che si finisce subito.
Poi arriva il secondo livello e la difficoltà inizia ad aumentare: da li in avanti, il gioco si farà sempre più difficile. Ma per chi sceglie di giocarci, diventa anche sempre più divertente.

La passione non può bruciare a lungo: quando se ne va ci viene freddo e diventiamo attenti, oggettivi, scaltri. Prima vedevamo le cose filtrate dal nostro acritico entusiasmo, ora ricominciamo a vederle per quello che sono: maledettamente complicate. Evaporata la passione, riacquistiamo un po’ di oggettività e siamo in grado di formulare giudizi che prima ci sarebbero stati impossibili.

Imparati i comandi, fatta nostra la parte immediata, il gioco diventa strategia, riflessione, tecnica. Ed è li che il gioco si fa bello: non nel primo semplicissimo livello di tutorial, quando tutto viene facile e spontaneo, ma dopo, mentre la sfida continua a crescere.

Il secondo livello dei sentimenti è quello che non ci viene istintivo, ma che abbiamo meditato: è più vicino alla realtà, più vero, e contiene tutte le soddisfazioni della consapevolezza.

Crescere vuole dire anche imparare a confrontarci con quel secondo livello, imparare a conquistarci un po’ di verità. Altrimenti possiamo giocare da capo il primo, quello facile e divertente… ma difficilmente ne ricaveremo grosse soddisfazioni.

E proprio come all’interno dei videogiochi, ci capiterà di perdere una partita: incappare in qualche fallimento, prima o poi è assolutamente inevitabile e se pensiamo di affrontare la partita in un’ottica di “buona la prima”, senza perdere neanche un vita… beh, non abbiamo capito come funziona. Prima o poi ci troveremo a sbattere contro un muro, a incappare in un mostro insormontabile, a non trovare una soluzione a qualche enigma… “moriremo” e dovremo ricominciare da capo. Fatica sprecata? No.

Ogni volta che si ricomincia da capo lo si fa in maniera completamente nuova: non è mai un semplice ripetersi di operazioni, perché si aggiunge un nuovo livello di consapevolezza. Che non è istintivo ma che proprio per questo ci regala un sacco di soddisfazioni: perché ora nulla è lasciato al caso e finalmente sappiamo cosa stiamo facendo.

Tra Oscar Wilde e Caro Diario: i blog

I blog di internet sono tutti pericolosamente sospesi tra due estremi, egualmente pericolosi: da un lato il monologo tardo-adolescenziale sopra il proprio personale e squisito sentire, dall’altro il breviario pretenzioso di chi pretende di spiegare qualcosa al prossimo suo.

La massima di Oscar Wilde resta valida: amiamo parlare di noi, perché siamo l’unico argomento di cui sappiamo qualcosa. In fondo, pretendere di spiegare al mondo attraverso un blog qualcosa che non siamo noi è pura e semplice arroganza. La vera sfida è essere remotamente interessanti per il proprio prossimo, perché il delitto capitale di questo millennio è far perdere tempo.

Qui sopra quindi non troverete deliri tardo-adolescenziali ma nemmeno dati oggettivi e certi, fatti incontrovertibili, prassi comportamentali. Questo sarà soltanto il mio privato punto di vista su un mondo, quello della comunicazione digitale, in cui mi trovo ad abitare da una decina di anni. Un mondo in cui vivo a volte mio malgrado, da reclusa fuori da Facebook, un mondo decisamente buffo e che spesso fa molto ridere, anche e soprattutto grazie ai propri meccanismi prevedibili ed umanissimi.

Un mondo di cui faccio assolutamente parte io per prima: tutto quello che criticherò qua sopra, lo criticherò guardandomi allo specchio.

Il punto di partenza della mia riflessione è che non ci sia alcuna differenza tra la comunicazione tradizionale e quella sul web: internet, i social network e i rapporti “virtuali” non hanno cambiato proprio nulla. La tecnologia ha innovato solo i mezzi, ma non i modi e sicuramente non gli animi: il nostro umano modo di sentire prosegue con minime alterazioni da parecchi secoli e non è certo stato l’avvento di internet a cambiare qualcosa.

Parliamo allo stesso modo, scriviamo le stesse parole e poco importa se sia un muro di Pompei, un foglio di papiro, un twit o un ologramma: il senso che vogliamo tirarci fuori dal cuore mentre comunichiamo è sempre lo stesso. Siamo ancora tutti alla ricerca di qualcosa da dire e di qualcuno di veramente interessato ad ascoltarlo, detto alla nostra maniera.

Il web è solo una meravigliosa cassa di risonanza, infinitamente più facile e comoda dello Speaker’s Corner di Hyde Park, ma in realtà siamo ancora tutti qui con il nostro banchetto a distribuire opinioni, aranciata amara, abbracci gratis.

E questo blog è solo il mio privato banchetto, dove veicolo la mia non richiesta opinione sulle cose e le persone intorno a me. Pensieri, parola, ma soprattutto omissioni: perché sono la prima peccatrice che ogni giorno mille volte compie codesti peccati.