I mezzi, le strategie e gli obbiettivi

Tendiamo a confondere i mezzi con le strategie, le strategie con gli obbiettivi.

Alcuni esempi.

I social network sono un mezzo, non una strategia.
Decidere di utilizzare i social network in un certo modo nel proprio lancio di prodotto può essere una strategia, ma non è un obbiettivo.

Il flat design è un mezzo, non una strategia.
Decidere di utilizzare il flat design per un sito che parla di tecnologie e giovani può essere una strategia, ma non è un obbiettivo.

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L’attesa non dovrebbe esistere

Attesa = spazio di tempo in cui ci sentiamo legittimati a non fare niente perché stiamo aspettando che qualcun altro faccia qualcosa.

Altrimenti detto: l’attesa è quel magico luogo in cui fissiamo il telefono per ore, aggiorniamo le mail ogni 4 secondi, tamburelliamo con il piede, fumiamo una sigaretta dietro l’altra, imprechiamo contro il collega che non ci manda il report su cui dobbiamo lavorare. E non facciamo assolutamente niente.

Nelle nostre vite moderne ed iper produttive l’attesa è l’unico spazio non-multitasking: attendiamo e basta, possiamo al massimo fissare il telefonino senza neanche vedere cosa sta scritto sul monitor, o perdere tempo tra mail, Facebook e attività correlate.

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Un carnet di buoni propositi intonsi

Il problema dei buoni propositi è che ci piacciono solo finché sono nuovi, immacolati, intonsi. E i buoni propositi, per definizione, sono soggetti ad una costante usura.

A noi piacciono solo il primo giorno dell’anno: quando cominciamo un nuovo diario, installiamo una nuova app di produttività, stabiliamo nuove regole per il nostro casellario email, appiccichiamo al frigo la nostra nuova dieta.

Per un po’ va tutto bene: siamo produttivi e taglienti, magri e scalcianti, scriviamo creiamo meditiamo dimagriamo produciamo tutti i giorni. Ed ecco che i nuovi propositi ci piacciono, sono ancora senza macchia, sono fiammeggianti.

Poi incominciano le prime ammaccature: una pizza con la provola di troppo, un giorno in cui “oggi salto yoga, chè proprio non c’ho voglia”, un paio d’ore in cui l’app di produttività proprio ce la dimentichiamo. Basta un nulla, basta una macchiolina: ed ecco il che i buoni propositi sono sporchi e brutti e imperfetti e non ci piacciono più. E finiscono nel dimenticatoio.
I buoni propositi non sopravvivono al primo tentennamento.

Forse sarebbe tutto più facile, dimagrire, stare in forma, produttivi taglianti scalcianti meditativi e vincenti, se accettassimo la banale realtà: non lo siamo. Siamo solo umani. Siamo pieni di difetti e di limiti e i nostri buoni propositi cadranno in frantumi miliardi di volte e se vogliamo sperare di andare da qualche parte dovremmo chinarci e raccoglierli non una ma mille miliardi di volte.

I buoni propositi non sono quelli nuovi e vincenti,
sono quelli che sopravvivono a tutti i fallimenti.

Chi non ha una vita avvelena anche te: digli di smettere!

Viviamo in un mondo dove la democrazia è ormai rotolata nella buia valle del qualunquismo e dove tutti devono poter dire-fare-essere tutto, perché altrimenti i loro diritti vengono lesi. E tutti siamo liberi di vivere come vogliamo.

C’è un’unica eccezione a questo sento comandamento: non si dovrebbe lasciare nessuno libero di NON-vivere.

Ora non voglio entrare nei meandri filosofici ed esistenziali di cosa sia o non sia la vita, ma procedo con darne una definizione tanto banale quanto generica, basata esclusivamente sul buon senso: una vita prevede un lavoro, una famiglia, degli affetti, degli amici, degli hobby. Vogliamo essere ancora più generici? Una vita è fatta da TANTE cose diverse, a cui ciascuno decide di dare una diversa importanza.

Una non-vita prevede solo UNA di queste cose.

Una non-vita è una monomania: solo il lavoro, solo il marito, solo la tipa, solo un hobby specifico.

Questo genera degli zombie: creature senza cervello, affamate dei cervelli altrui, che vivono un’esistenza idiota. Hanno un solo neurone, un’unica idea. Vivono per lavorare, per andare in palestra, per allattare il pupo, per correre dietro al coniuge. Si riconoscono perché, al di fuori di questa singola e sola cosa, non hanno nulla da dire, non sembrano avere sentimenti, non sanno come occupare il proprio tempo.

 

Queste persone sono ottuse, egoiste, limitate: non si può lavorare, con chi lavora così; non si può amare, chi ama così.

Queste persone fanno del male anche a te. 

Perché non sono persone: sono zombie che ci vogliono contagiare con la loro stessa malattia!

 

Siamo in guerra, amici. Dobbiamo combattere quotidianamente contro un’invasione di zombie ed essere contagiati dalla loro stessa non-vita è questione di un attimo.

Basta credere, anche solo una volta, anche solo per un secondo, che non ci sia altro: che la vita si riduca a QUELLO, a quel lavoro, a quell’amore, a quella ragazza, a quella specifica piccola vile e banale quotidianità. Basta dimenticare tutto il resto e pensare che tutto si riduca a NOI.

Ed ecco, che diventiamo a nostra volta zombie.

 

Non lasciate che gli zombie vi mangino il cervello: combatteteli a colpi di curiosità, di altruismo, di interesse, di empatia. Ricordatevi di tutte le cose che amate ogni giorno, anche solo per un minuto.

Non dimenticatevi di vivere.

 

 

Le riunioni sono morte, ed anche il brainstorming non si sente tanto bene!

A volte ho l’impressione di aver trascorso buona parte della mia carriera (mai virgolette furono più necessarie: le ho messe in bold) in quel vaporoso contesto lavorativo comunemente noto come “riunione”. 

A seconda del caso queste riunioni assumevano nomi diversi: “conference call” se erano a distanza e ci si voleva dare un tono; “telefonate di lavoro” se si era più terra-terra; “meeting” se erano con gente del marketing; “brainstorming” se erano con gente creativa; “incontri” se erano con persone “alla mano” (giacca e cravatta d’obbligo, of course)… ma per come le si volesse chiamare erano più o meno sempre la stessa cosa: un gruppo di persone che parlavano tutte insieme con un escalation di inquinamento sonoro, o che tacevano tutte insieme con una parallela escalation di imbarazzo.

Siccome tutto sommato vengo (scarsamente) retribuita per presenziare a questi ridenti  happening, nel corso degli anni ho elaborato complesse (ed in buona parte inutili) strategia per rendere le riunioni un po’ più produttive. Quanto segue non ha alcuna pretesa: mi rendo perfettamente conto di come ci sia gente che in riunione ha passato una vita intera e non solo qualche anno… queste sono solo le personalissime e banalissime strategie che mi sono inventata per sopravvivere e, possibilmente, lasciare la riunione di turno un po’ meno morta di come l’avevo trovata arrivandoci.

 

PRIMA della riunione: prepararsi a tutto

Questo è un punto che non finirò mai di enfatizzare abbastanza.

Alle riunioni si arriva preparati: non solo sapendo di cosa si andrà a parlare ma avendo anche già un’idea personale e ben definita di cosa si vorrà dire: perchè altrimenti su cosa ci si confronta?  

Questo non vuole dire che le riunioni debbano poi trasformarsi in sterili lotte dove ognuno difende i propri preconcetti: vuole dire semplicemente che se si partecipa bisogna farlo portando qualcosa sul tavolo.

Quindi, prima di tutto: studiare, studiare, studiare ancora e ancora, conoscere tutto della situazione, dei punti di forza e di debolezza, delle prospettive, dei competitor ecc., e poi elaborare un pensiero originale, sulla luce di quanto si è studiato.

Si, proprio come si faceva a scuola per l’interrogazione.

Ovviamente prepararsi adeguatamente è impossibile senza le giuste informazioni: i partecipanti dovrebbero averle PRIMA della riunione. Sembra assurdo a dirsi, ma nel 90% dei casi non è così: le informazioni, i dati, le analisi e i riferimenti vengono troppo spesso resi noti DURANTE la riunione stessa… e con tutta la buona volontà del mondo, uno come fa a prepararsi, senza i libri di testo?

 

DURANTE la riunione: sopravvivere a tutto

Non mi dilungo sulle ovvietà, che dovrebbero essere di pertinenza della buona educazione.

Il rispetto per gli altri si sintetizza in un unico comandamento: NON. FAR. PERDERE. TEMPO. 

Questo non si manifesta solo in cose banali quali la puntualità e il rispetto della tempistica interna (che evitano di sprecare tempo): vuole dire anche massimizzare la resa qualitativa del tempo impiegato. Come?

 

Arrivando preparati e con le idee chiare, innanzitutto, per evitare il diffuso multitasking di quelli che si preparano durante la riunione stessa, senza prestare attenzione agli altri. Voi, si dico a voi: siete il male. Siete l’incarnazione del concetto di “mi stai facendo perdere tempo” e meritate di passare la vita in un ingorgo stradale sotto casa vostra.

 

Garantendo il massimo rigore logico agli argomenti trattati, perchè spesso le riunioni diventano autentiche gare di salto dal palo alla frasca in cui è assolutamente impossibile non perdere il filo del discorso. Invece è vitale mantenere un focus attento e costante sull’argomento trattato: bisogna creare un ferreo sistema che permette di sparare a vista su chiunque cambi argomento e/o mischi i fili del discorso. Il multitaasking non esiste: l’unico modo per affrontare le cose è una alla volta.

 

Sfatiamo subito un mito: durante le riunioni la democrazia è un concetto assolutamente relativo. Ogni riunione ha il classico soggetto mortalmente prolisso che non dice nulla ma parla per ore: queste persone devono tutte e invariabilmente essere messe a tacere appena qualcuno si accorge che non stanno parlando bensì arieggiando i polmoni. Perché il dialogo è sacro, ma per arieggiare i polmoni si fa yoga, non una riunione.

 

– Sfatiamo anche un altro mito: parlare uno alla volta era impossibile già in terza elementare, figuriamoci in una riunione. Inevitabilmente si parla insieme, inevitabilmente si alza la voce, inevitabilmente si creano attriti: va bene, è normale… ma il fatto che sia normale non rende questo atteggiamento tollerabile.  Anche perchè si procede per escaltion: forbita riunione fra intellettuali –> confronto politico alla vigilia delle elezioni –> curva di ultrà durante il derby –> incontro di boxe.

 

Una delle cose più importanti di ogni lavoro è capire quando smettere di farlo. Se i tempi pianificati per le riunioni dai moderni guru del marketing (mezz’ora, in piedi, per disincentivare le lungaggini) sono piuttosto irrealistici, è altrettanto vero che la mente umana non è di amianto e dopo 3 ore difficilmente si ha attenzione o voglia per seguire un qualsivoglia discorso importante.

 

DOPO la riunione: seppellire il corpo

Come tutte le cose belle, anche le riunioni finiscono, ahimè!, e per non farle morire invano sarebbe bene trovare loro un’adeguata sepoltura scavando tutti insieme una fossa. L’ultima fase della riunione è anche quella più importante: quella dove tutti raccolgono le proprie idee e le espongono in maniera strutturata, limitando le interruzioni e iniziando già a pensare al futuro. 

Questo è un momento fondamentale, perchè è quello più delicato: quello dove tutte le parole dette hanno la loro occasione per diventare concrete senza disperdersi e venire dimenticate. Si tratta di una fase critica, perchè richiede particolare attenzione e purtroppo è costituzionalmente collocata in fondo, quando si è ormai stanchi e si ha in testa un unico pensiero “Va beh io vado QUALCUNO mi mandi il report della riunione!”

Beh, la notizia è questa: “Qualcuno” oggi non c’era, quindi il report lo si fa TUTTI. INSIEME, perchè così funzionano le riunioni.

Entra qui in scena l’odiato e vituperato concetto di report: il certificato di esistenza che quella cosa che si è appena conclusa è stata una riunione a tutti gli effetti e non una scampagnata nei boschi metropolitani a bere caffè.

Contrariamente alla credenza popolare, il report della riunione non è un foglietto sporco di caffè su cui qualcuno ha distrattamente preso appunti che passerà poi all’ultima delle sguattere aziendali perchè vengano battuti al computer e spediti nel nulla della generale disattenzione: il report è un momento finale di analisi collettiva, dove si tirano le somme di due ore di urla e di veramenti di bile per capire come procedere e cosa decidere.

Quindi forse sarebbe meglio non affidare tutto questo alla propria stagista.

 

 

 

Infine qualche  parola sui brainstorming.  

Ho fatto decine di brainstorming senza che nessun “brain” fosse coinvolto… ed anche la parte di “storming” era molto relativa. Ora non voglio dilungarmi anche io sull’ormai vecchia e comprovata teoria sulla morte del brainstorming: è così morto che ormai puzza anche un po’.

Brainstorming è il nome che i “creativi” danno alle riunioni a cui arrivano impreparati. 

Altrimenti detto: “Non ho avuto tempo di pensarci prima, ma ci penso ora, in real-time, perchè essendo io creativo sono abbastanza figo da partorire le idee al volo”.

Miei cari, carissimi “creativi”: sono così felice per voi! Con il vostro genio, la vostra facondia, la vostra originalità salvate il mondo millemila voltà al dì. Purtroppo noi, feccia mortale e tanto sterile da non essere toccata dal raggio di luce divino della creatività non funzioniamo così: se vogliamo sperare di avere delle idee su un qualsivoglia argomento dobbiamo pensarci, studiarlo, indagare, confrontare, capire, investigare e studiare ancora e ancora. E no, non possiamo farlo mentre siamo in “brainstorming” con i vostri cervelli resi roventi dal pensiero “creativo”.

Allontanandoci da ogni facile ironia: il solo pensiero che le idee vengano così, al momento, mentre si sta attorno ad un tavolo, criticandosi a vicenda, in una situazione scomoda, a disagio, con la fretta della tempistica e in assenza dei giusti strumenti di ricerca (libri, internet, appunti etc.) è assolutamente idiota. Certo che le idee vengono così, ma sono idee scadenti. A riprova di questo fatto nella mia limitatissima esperienza personale spesso e volentieri le uniche idee valide vengono trovate prima o dopo il brainstorming.

Ai fantomatici brainstorming si arriva portando i brain, altrimenti niente storming. Di fatto queste sono riunioni come tutte le altre per cui si applicano esattamente le stesse regole: bisogna arrivare preparati, mantenere il proprio focus, ecc. Poi certo, ci si confronta: ma non è possibile confrontarsi con nessuno se non si hanno idee proprie. Si finisce solo per influenzarsi/aggredirsi a vicenda, con risultati modesti e inferiori alle reali possibilità del gruppo.