La gratitudine serve a poco

Ogni giorno leggo inviti (religiosi e non) alla “gratitudine”: bisogna ringraziare Dio, la mamma, gli amici, chi ci ama… Ringraziare ci rende migliori, ci aiuta a relativizzare, ci fa capire che possiamo sempre essere felici, eccetera. Vero.

Ma questo modo di pensare finisce per ritorcersi contro di noi, perché ci spinge a concentrarci sempre su quello che ci viene dato, dalle persone e dalle situazioni, e non su quello che possiamo e dobbiamo dare noi: il punto non siamo più noi, ma quello che gli altri fanno per noi.

Ed ecco che in ottica sentimentale il vero amore è sempre e solo qualcuno che ci protegge e ci coccola e ci cura (guai, guai a metterci in discussione!) e in ambito lavorativo perseguiamo strenuamente gli impieghi-cuccia, quelli in cui appallottolarci ed essere felici. E ci troviamo radicati nella nostra comfort zone, quella cuccia di benessere che ci rende felici e di cui siamo grati, certo… ma che non ci porta da nessuna parte!

Tutto diventa molto limitativo ed egocentrico, ed i nostri rapporti umani diventano puri esercizi di egoismo: apprezziamo le persone e le situazioni SOLO per quello che ci danno! Continua a leggere La gratitudine serve a poco

Monologo del Poeta

Poeta: individuo sufficientemente egoista e idiota da ignorare i problemi reali, in quanto banali e gretti, per poi inventarne di nuovi, più adatti alla stesura di sonetti.

Che palle la banale squallida fragile felicità. Che palle mia moglie, la mia bella casa, i miei libri e i miei orpelli, che palle averci la salute, che palle il bel tempo e la primavera, che palle. Che triti concetti da squallido borghesotto seduto sul sofà, che noia.

E che palle anche le trite infelicità collettive e quotidiane, i problemi veri, che palle i bambini in Africa che muoiono di fame, che palle i genitori anziani da curare, che palle la disoccupazione, che palle che non arrivo a fine mese, che palle tutti questi problemi così borghesi, così comuni. Continua a leggere Monologo del Poeta

Sono fatto così. Oggi.

L’auto-consapevolezza: mito irraggiungibile per un’intera generazione cresciuta con la culla dallo psicanalista, traguardo di orde di insicuri cronici eternamente insoddisfatti di sé stessi. Un precario equilibrio, una moneta con due facce.

Da un lato la semplice finzione che tutti noi portiamo avanti ogni giorno, la maschera che indossiamo appena svegli la mattina. E non è questione di insicurezza, di paura o di bisogno di essere accettati, ma semplicemente di comodità: fingerci quello che non siamo è più facile. 

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Il mio problema coi libri

Il mio problema coi libri è che penso risolvano i problemi. Quindi, quando ho un problema, cerco il libro adatto. 

Non stiamo parlando semplicemente di auto-aiuto (à la Smettere di fumare è facile se sai come farlo): parlo proprio di una specifica modalità di risoluzione dei problemi.

Non so come fare una cosa di lavoro? Cerco dei libri sul quell’argomento, me li studio, provo a documentarmi.

Sono triste per qualche questione sentimentale? Cerco libri analoghi alla mia situazione, e provo a capire come vanno a finire.

Sono incazzata per qualche specifico argomento? Trovo libelli di denuncia con i quali incazzarmi ancora di più, o provare a placare la mia furia.

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Il target è morto, per fortuna i clienti stanno bene!

Fra le molte cose che non ho mai capito nel Magico Mondo del Marketing (MMM) c’è la tendenza a puntualizzare sempre e con precisione allucinata il target di un prodotto: “Questo è per maschi adulti 25-38 che amano fare sport e detestano il colore verde. Segno zodiacale: Bilancia.”

Ogni volta che qualcuno ha fatto questa puntualizzazione a proposito di un prodotto, inevitabilmente mi sono trovata a pensare: “Quindi se io voglio tantissimo questa cosa e NON sono un maschio adulto 25-38 che ama fare sport e detesta il colore verde, voi questo prodotto non me lo volete vendere?!”

Con questo non sto dicendo di lanciare ogni prodotto nel mucchio, urlando alla folla: “Chi lo vuole se lo pigli!”, certo… ma siamo proprio sicuri che certe puntualizzazioni siano utili?

Chi forma DAVVERO il target di un prodotto?
Semplicemente, chi quel prodotto lo vuole fortemente.

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Che cosa legge veramente la gente

Ci sono miliardi di blog personali, su internet. Ci sono raccolte di recensioni, content marketing più o meno sponsorizzato dalle aziende, social network densi di contenuti, siti densi di opinioni personalissime e definizioni super oggettive.

E per questa mi affermazione non dispongo di dati scientifici e nessuna Università dell’Oklahoma ha fornito studi in merito, eppure potete stare sicuri che è verissima e per averne conferma vi basterà un singolo secondo di autocritica.

La gente presta attenzione solo a quello che vuole sentirsi dire.

Altrimenti detto: di tutto questo ben di Dio di informazioni, contenuti, idee, recensioni, opinioni, problemi, dubbi, esternazioni, parole, leggiamo solo quello che parla di noi, quello che conferma le nostre teorie, quello che avvalora le nostre ipotesi?

Perché?
Perché vogliamo sentirci gratificati.
Perché vogliamo sentirci intelligenti.
Perché vogliamo annuire e dire “Si, proprio così, proprio come dico sempre io!”

Perché siamo una razza egoista e dominata dal desiderio di conferme più che di confronti.

Amen.
(E lunga vita alla curiosità!)

 

 

Le aspettative, il sale della vita…

Quello che ci delude non è mai la realtà, nuda e cruda..

La realtà, di suo, è lì per essere vista e non può essere deludente: va accolta e percepita con semplicità. Possiamo e dobbiamo giudicarla, può piacerci o farci schifo, ma non è mai la realtà a deluderci.

Quello che ci delude è il divario fra la realtà e l’aspettativa, magari soltanto inconscia, che ne ci eravamo pazientemente arredati su una nuvoletta.

E sarebbe troppo ovvio e troppo impossibile sentenziare: per non essere delusi è sufficiente non avere aspettative. Perché dove andremmo, senza aspettative?

Le aspettative sono tutto quello che ci permette di guardare al futuro, di programmare, di costruire, di immaginare: tolte le aspettative rimane solo un Buddha gettato nel fango della realtà.

Ed io preferisco schiantarmi al suolo un altro milione di volte, piuttosto che smettere di costruire castelli in aria.

 

Quando il troppo diventa niente

L’avidità è un vizio capitale, e ci sono mille modi per essere avidi: essere avidi di ricchezze è quello di gran lunga meno grave.

Abbiamo il culto dell’accumulo.

Accumuliamo vestiti e scarpe, soprammobili, libri, dischi. Cose inutili, che non usiamo e che non ci servono ma che vogliamo con foga.
Accumuliamo ricordi, che accatastiamo convulsamente nelle foto brutte fatte di fretta con lo smartphone, negli scarabocchi non curati che postiamo sui social, nei monologhi che riversiamo sui blog.
Accumuliamo sensazioni, emozioni, idee, in una continua ricerca di stimoli.
Accumuliamo persone, con cui ci manca il tempo materiale per creare rapporti profondi.

E poi, in questi accumuli, non troviamo mai quello che ci serve davvero: è perso, come la specifica foto della nonna nei terabite di hard disk dove siamo SICURI di averla salvata. Sicuramente è li, ma non la troveremo mai.

Forse invece di accumulare dovremmo seriamente pensare di SCEGLIERE.
Scegliere vuole dire ridurre, eliminare, perdere, inevitabilmente, qualcosa di cui sentiremo la mancanza… ma almeno in quella mancanza sapremo ancora che esiste.

Così invece è tutto li. Disponibile e perso, dentro un armadio di cose altrettanto inutili.

SCEGLIERE è tutto quello che ci distingue dai computer: i computer non scelgono, immagazzinano e basta. Se vogliamo sperare di essere migliori di loro, dobbiamo smettere di affidare archivi senza cervello a macchine senza capita di discernimento e iniziare a esercitare, di nuovo, il nostro libero arbitrio.

L’alternativa è comprare un altro hard disk, spendendo poche centinaia di euro e rimanendo perfettamente idioti, come il computer a cui lo andremo a collegare.

 

Chi non ha una vita avvelena anche te: digli di smettere!

Viviamo in un mondo dove la democrazia è ormai rotolata nella buia valle del qualunquismo e dove tutti devono poter dire-fare-essere tutto, perché altrimenti i loro diritti vengono lesi. E tutti siamo liberi di vivere come vogliamo.

C’è un’unica eccezione a questo sento comandamento: non si dovrebbe lasciare nessuno libero di NON-vivere.

Ora non voglio entrare nei meandri filosofici ed esistenziali di cosa sia o non sia la vita, ma procedo con darne una definizione tanto banale quanto generica, basata esclusivamente sul buon senso: una vita prevede un lavoro, una famiglia, degli affetti, degli amici, degli hobby. Vogliamo essere ancora più generici? Una vita è fatta da TANTE cose diverse, a cui ciascuno decide di dare una diversa importanza.

Una non-vita prevede solo UNA di queste cose.

Una non-vita è una monomania: solo il lavoro, solo il marito, solo la tipa, solo un hobby specifico.

Questo genera degli zombie: creature senza cervello, affamate dei cervelli altrui, che vivono un’esistenza idiota. Hanno un solo neurone, un’unica idea. Vivono per lavorare, per andare in palestra, per allattare il pupo, per correre dietro al coniuge. Si riconoscono perché, al di fuori di questa singola e sola cosa, non hanno nulla da dire, non sembrano avere sentimenti, non sanno come occupare il proprio tempo.

 

Queste persone sono ottuse, egoiste, limitate: non si può lavorare, con chi lavora così; non si può amare, chi ama così.

Queste persone fanno del male anche a te. 

Perché non sono persone: sono zombie che ci vogliono contagiare con la loro stessa malattia!

 

Siamo in guerra, amici. Dobbiamo combattere quotidianamente contro un’invasione di zombie ed essere contagiati dalla loro stessa non-vita è questione di un attimo.

Basta credere, anche solo una volta, anche solo per un secondo, che non ci sia altro: che la vita si riduca a QUELLO, a quel lavoro, a quell’amore, a quella ragazza, a quella specifica piccola vile e banale quotidianità. Basta dimenticare tutto il resto e pensare che tutto si riduca a NOI.

Ed ecco, che diventiamo a nostra volta zombie.

 

Non lasciate che gli zombie vi mangino il cervello: combatteteli a colpi di curiosità, di altruismo, di interesse, di empatia. Ricordatevi di tutte le cose che amate ogni giorno, anche solo per un minuto.

Non dimenticatevi di vivere.

 

 

Il focus e la sottile linea fra operai e sognatori

A volte ho l’impressione che il mondo si divida in due grandi categorie, in eterno conflitto fra di loro. Da un lato ci sono i sognatori, che vedono chiaramente il castello fra le nuvole, meta finale del loro percorso, ma non sanno come arrivarci e non sono disposti a scendere a compromessi (“Ho detto che devono essere nuvole, non mi accontenterò mai dello zucchero filato!”). Dall’altro ci sono gli operai, che si dimenticano perfino che esista un castello e fanno le loro piccole cose quotidiane, perdendosi completamente lungo la strada, perché non riescono in alcun modo a capire la direzione (“Mattoni. Devo pensare ai mattoni e niente altro!”).

E non solo il mondo, a dividersi in questi due gruppi… anche il nostro cervello ha lo stesso problema: siamo sempre sospesi fra sogni troppo bellissimi e realtà troppo bruttissime e raramente riusciamo a colmare il fosso che separa le due cose. 

Eppure sognatori ed operai hanno qualcosa in comune: entrambi mancano di un focus definito: non hanno minimamente chiare le priorità.

Per focus non intendo la “semplice” concentrazione: non sto parlando del mettersi a lavorare a testa bassa, isolati da tutto e da tutti, assorbiti dal proprio compitino quotidiano. Il focus di cui parlo io è esattamente l’opposto.

Avere focus vuole dire avere una chiara e netta immagine mentale del risultato che ci prefiggiamo e della strada per raggiungerlo. 

Non vuole dire immaginarlo, in termini astratti e vaporosi (“Sogno di essere bella come Kate Moss!”), non vuole dire dimenticarlo per trovarsi travolta dalla quotidianità (“Dieta, palestra, poi lavoro per pagare il chirurgo estetico, poi altra dieta, domani corsa, dopodomani palestra… ma per cosa? Non mi ricordo… a si: Kate Moss!”). Mantenere il proprio focus vuole dire vivere in bilico sul confine che divide il sogno dalla realtà: usare la concentrazione per creare e non per isolarsi dal risultato, usare i sogni per avere una prospettiva ampia senza isolarsi dal mondo.

Avere focus vuole dire lavorare sodo, con semplicità, nella vita di tutti i giorni… ma senza lavorare fino al punto di perdere di vista lo scopo per cui si sta lavorando; vuole dire essere operai e sognatori, poeti ed ingegneri, INSIEME.

Il focus è quella corda sottile e tagliente come un rasoio, tesa fra l’abisso del fallimento ed il cielo azzurro che ospita i nostri castelli in aria: è il progetto.

Purtroppo avere un focus chiaro sul proprio futuro non è per niente facile: la ricetta per ottenerlo è complicata e miscelarlo bene è il lavoro di una vita intera. Ci vuole una giusta combinazione di razionalità (per capire cosa si può concretamente fare) e immaginazione (per vederlo nella propria testa e capire se ci piacerebbe). E poi ci vogliono, in dosi massicce, altre due doti rare: l’onestà personale per capire cosa vogliamo davvero (andando oltre le storielle che ci raccontiamo la sera, per prendere sonno) e il coraggio, per andarci a prendere tutti i nostri desideri (senza paura di sporcarci le mani).

Ma soprattutto bisogna imparare a rinunciare a tutto: tutto quello che non è una priorità va eliminato. Siamo sospesi sull’abisso: per noi deve esistere solo la corda su sui camminare. La nostra priorità è una e una soltanto, il nostro focus è chiaro, limpido, davanti a noi. Dobbiamo avere chiaro che non possiamo avere tutto e le rinunce saranno strazianti: è il prezzo che si paga per ogni scelta e per ogni risultato.

 

Il dramma di questo decennio è un’evidente mancanza di chiare priorità:  lo si vede, purtroppo, in ogni sfera della vita politica, sociale e personale. Lo si vede nel marketing, sempre più confuso e approssimativo. Lo si vede nel modo di lavorare convulso e ottuso.

A furia di fare multitasking nel presente, finiamo per farlo anche nel futuro vogliamo tutto, non rinunciamo a nulla, otteniamo molto poco. 

Non siamo capaci di scegliere. Non siamo capaci di rinunciare.

Eppure per realizzare davvero i nostri sogni non ci sono altri modi: ogni creazione richiede un sacrificio… e se non impariamo ad avere un focus preciso e concreto su quello che vogliamo ottenere, rischiamo di sacrificare la cosa sbagliata. E di perderla per sempre.

 

 

Elenco di cose che NON voglio per Natale

Caro Babbo Natale,

siccome sono una bambina viziata, quest’anno non sprecherò tempo a dirti cosa voglio, ma ti indicherò soltanto cosa NON mi devi portare.
Perché vorrei che per una volta questo Natale non aggiungesse nulla, ma andasse a levare gli eccessi. Sai, un Natale contro il consumismo, un Natale minimale, un Natale da autentico Robin Hood che dà ai poveri e toglie ai ricchi. Perché io sono una bambina viziata dalle troppe ricchezze, sai, e di tutto il sovrappiù questo Natale mi voglio liberare.
Quindi ecco, caro Babbo Natale, portami via tutte queste cose… ché me ne hai date troppe in tutti i Natali passati e ti ringrazio, ma quest’anno te le rendo.

Portami via un po’ di idee: ne ho tante che non so più dove metterle, ne ho tante da riempirci libri e caricarci cammelli, ne ho tante da caricarci aerei e bombardarci chi di idee non ne ha mai. E siccome non ne realizzo nessuna, le mie idee sono inutili! Quindi eccole, caro Babbino: dalle a chi di idee non ne ha nessuna, che se le goda e che le metta al mondo e le faccia felici!

Portami via un po’ di desideri, che ne ho cassetti e armadi e stanze intere e sono tutti perfetti come vestiti troppo eleganti che non si sa mai quando indossare. Non ho più occasione, sai Babbino, di desiderare tanto sontuosamente… gli anni passano per tutti! Conserverò i miei desideri più intimi e affezionati, quelli che indosso tutti i giorni e senza cui mi sento nuda, quelli che mi accompagnano da sempre e di cui non importa se sono un poco logori.

Portami via queste speranze scomode che sono solo una scusante per sedermi qui ed aspettare tutto quello che si è perso lungo la strada e da solo sono saprà mai raggiungermi. Portale via, dalle ai bisognosi, sgomberami il campo perché possa andare a cercare da sola ciò che voglio, senza sperare più che arrivi qualcuno a bussare con un mazzo di tulipani e una promessa.

Portati via l’orgoglio, che me ne faccio ormai di questo orpello inutile? Eccovi qui tutti i miei errori, tette cadenti e smagliature, sono qui per essere visti e sbeffeggiati, sono miei ed io li amo tutti come figli. Portati via questo telone goffo che li copriva, caro Babbino, e lasciali brillare con tutta la loro luce deforme.

Portati via tutto questo interesse morboso per le cose e le persone, questa mia infantile e stupida curiosità: le cose da capire sono troppe e il tempo troppo poco. Dovrò anche imparare a accontentarmi, prima o poi: possibile che io non sia mai sazia?

Ma soprattutto, caro e dolce Babbino mio, portati via questo mio malsano e ingenuo attaccamento. Rendimi meno collosa, Babbo, puoi? Che a me le cose e le persone restano attaccate addosso come pellucchi con il velcro, come maglioni nelle spine. Sono uno zuccherino insalivato, sopra cui va a cadere la sporcizia e sono stanca di essere sporca: rendimi liscia e dura come quelle caramelle cattive che nessuno vuol mai mangiare!
Liberami! Che possa anche io padroneggiare la sublime e sacra arte del fottersene di tutto e che di ogni cosa al mondo possa far spallucce e dire “non importa”!

Da grande voglio essere un Buddha di bronzo, grasso e impenetrabile, seduto sorridente ed idiota fuori dalla vita stessa. E forse allora nessuno potrà più umiliarmi ed infangarmi, corrodermi ed affrontarmi, deridermi ed amarmi, scuotermi e affogarmi.

Non chiedo nulla, caro Babbo Natale, solo di portare via tutto.
E di lasciarmi poco, quel tanto che basta ad essere felice, ché con tutto questo attorno non riesco proprio più.

 

Stimolate i bambini a FARE, non a subire!

Premetto che non ho e probabilmente non avrò mai figli, ma recentemente sento crescermi dentro quel grande desiderio di sputare sentenze su quelli degli altri, noto al mondo come “menopausa precoce”. So già che verrò lapidata per quello che sto scrivendo, perchè parlo di bambini… “e tu non ti devi permettere!”

 

Il bambino è il più grosso e drammatico tabù di questo secolo. 

Non mi metto neanche a parlare di quelle madri che vivono il parto come una novella Immacolata Concezione e che si atteggiano a Vergini Beatificate perchè LORO hanno partorito moderni piccoli Gesù… ma da lì in avanti, i bambini sono criceti che vanno tenuti nella loro brava piccola ruotina, perchè il mondò là fuori non li impolveri e non li consumi.

E vanno fatti costantemente correre, correre, correre.

 

Ed eccoli li: a tre anni, tra TV, film accuratamente scelti in base all’elevato impatto formativo (“A mia figlia niente cartoni animati, solo film magrebini di animazione in stop-motion che importo tramite il mercato nero su VHS!”), libri, giochi didattici, iPad, iPhone, computer (“Lui è bravissimo, a tre anni lo usa meglio di me! Ovvio che è sempre monitorato!”) e chi più ne può comprare (perchè alla fine è tutta una questione di denaro, diciamolo), più ne metta. Stimoli a gogo, senza sosta: perchè gli stimoli non bastano mai.

Poi scopri che a tre anni sono: stressati, insonni, iperattivi esoffrono di sindromi di deficit di attenzione varie.

 

Ed è vero, è verissimo: gli stimoli non bastano mai… ma c’è stimolo e stimolo. 

Gli stimoli veri stimoli a fare e costruire, a creare e provare e giocare, non sono solo e sempre quintali di informazioni da assorbire passivamente! 

Questi bambini sono massacrati dagli stimoli: li assorbono ovunque, come spugne, e non sono minimamente in grado di elaborarli. Si sovraccaricano come molle e non arriva mai il momento di saltare: si va a letto la sera con tutta questa mole di input immagazzinati dentro e ci si svegli la mattina e si ricomincia. Ma il momento di tirarli fuori non arriva mai. Perché?

 

Per comodità. Perché per i genitori è mille volte più comodo e facile stimolare i figli in modo passivo piuttosto che in modo attivo. Perché per farlo in modo attivo ci vuole tempo, presenza, attenzione, capacità: i bambini non lo fanno da soli, vanno guidati ed aiutati. Serve qualcuno che li guidi ad elaborare gli stimoli, che si sieda accanto a loro e gli insegni a dare forma ai loro sogni.

Perché per insegnare ad un bambino ad essere tale serve un adulto. Serve qualcuno che ci è passato. Lasciati da soli, vivono come poveri animaletti frastornati, in un mondo pieno di cose e di idee che non riescono a prendere forma.

 

Genitori, SVEGLIA! I bambini non sono piccoli capolavori del creato che nascono perfetti dal grembo delle loro mamme e vivono in un mondo di caramelle un’esistenza autogestita. SONO SOLO BAMBINI. Da soli non fanno NULLA.

 

NON crescono da soli, NON imparano da soli, NON sono felici da soli: sono bambini, dipendono da voi! Si crescono giocando con loro e dedicando loro tempo, attenzione e intelligenza: non accendendo tre TV, due iPad, un Mac e quattro libri illustrati.

I bambini si crescono con i fatti, non con gli stimoli. Gli stimoli sono solo un succedaneo per il vostro senso di colpa.

 

Se pensate che regalare loro la collezione completa di pop-up artistici realizzati a mano di Andy Warhol serva in qualche modo a farli diventare dei geni, andrete incontro a una grossa delusione.

Se credete che guardare solo i film Disney (“che sono educativi!”) vietando loro i Gormiti li renderà piccoli radical chic quali voi siete, finirete con il cuore spezzato.

Se credete che fornire loro gli strumenti mentre voi andate serenamente avanti a badare ai fatti loro ignorandoli li renderà felici e intelligenti ci sono ottime possibilità che stiate crescendo dei mentecatti infelici.

 

Questo Natale ai vostri figli, regalate un libro in meno e un’ora del vostro tempo in più.

Ve ne saranno più grati di quanto riusciranno ad esprimere e farà un sacco bene anche a voi.

 

Disclaimer

Se pensate che il fatto di non avere figli mi renda incapace di parlare di bambini, ricordo a tutti che Maurice Sendak era gay e senza figli, ma questo non gli ha impedito di essere uno dei più acuti interpreti dell’infanzia di questo secolo. E potrei citare altri mille esempi, ma lui resta il mio preferito.

Se pensate che “chi non prova non capisce” dimenticate un dettaglio: ho un sacco di esperienza nel campo, perchè sono stata bambina per la bellezza di 33 anni e non ho la benché minima intenzione di smettere di esserlo a breve. 

Se pensate che questa sia una romantica e vaporosa affermazione sulle linee di “conserva il bambino che è il te per rimanere creativo”, la risposta è no: sono solo ferma agli 8 anni. Perché ho avuto genitori abbastanza grandiosi da farmi capire che non c’è alcun bisogno di procedere OLTRE: avere 8 anni per tutta la vita va benissimo, devi solo potertelo permettere.

Se pensate che tutto questo ancora non basti a poter sputare sentenze sulla pregiatissima prole altrui… beh io due occhi ed un cuore, oltre che un cervello. E a volte, non sempre, provo a usarli.

Le riunioni sono morte, ed anche il brainstorming non si sente tanto bene!

A volte ho l’impressione di aver trascorso buona parte della mia carriera (mai virgolette furono più necessarie: le ho messe in bold) in quel vaporoso contesto lavorativo comunemente noto come “riunione”. 

A seconda del caso queste riunioni assumevano nomi diversi: “conference call” se erano a distanza e ci si voleva dare un tono; “telefonate di lavoro” se si era più terra-terra; “meeting” se erano con gente del marketing; “brainstorming” se erano con gente creativa; “incontri” se erano con persone “alla mano” (giacca e cravatta d’obbligo, of course)… ma per come le si volesse chiamare erano più o meno sempre la stessa cosa: un gruppo di persone che parlavano tutte insieme con un escalation di inquinamento sonoro, o che tacevano tutte insieme con una parallela escalation di imbarazzo.

Siccome tutto sommato vengo (scarsamente) retribuita per presenziare a questi ridenti  happening, nel corso degli anni ho elaborato complesse (ed in buona parte inutili) strategia per rendere le riunioni un po’ più produttive. Quanto segue non ha alcuna pretesa: mi rendo perfettamente conto di come ci sia gente che in riunione ha passato una vita intera e non solo qualche anno… queste sono solo le personalissime e banalissime strategie che mi sono inventata per sopravvivere e, possibilmente, lasciare la riunione di turno un po’ meno morta di come l’avevo trovata arrivandoci.

 

PRIMA della riunione: prepararsi a tutto

Questo è un punto che non finirò mai di enfatizzare abbastanza.

Alle riunioni si arriva preparati: non solo sapendo di cosa si andrà a parlare ma avendo anche già un’idea personale e ben definita di cosa si vorrà dire: perchè altrimenti su cosa ci si confronta?  

Questo non vuole dire che le riunioni debbano poi trasformarsi in sterili lotte dove ognuno difende i propri preconcetti: vuole dire semplicemente che se si partecipa bisogna farlo portando qualcosa sul tavolo.

Quindi, prima di tutto: studiare, studiare, studiare ancora e ancora, conoscere tutto della situazione, dei punti di forza e di debolezza, delle prospettive, dei competitor ecc., e poi elaborare un pensiero originale, sulla luce di quanto si è studiato.

Si, proprio come si faceva a scuola per l’interrogazione.

Ovviamente prepararsi adeguatamente è impossibile senza le giuste informazioni: i partecipanti dovrebbero averle PRIMA della riunione. Sembra assurdo a dirsi, ma nel 90% dei casi non è così: le informazioni, i dati, le analisi e i riferimenti vengono troppo spesso resi noti DURANTE la riunione stessa… e con tutta la buona volontà del mondo, uno come fa a prepararsi, senza i libri di testo?

 

DURANTE la riunione: sopravvivere a tutto

Non mi dilungo sulle ovvietà, che dovrebbero essere di pertinenza della buona educazione.

Il rispetto per gli altri si sintetizza in un unico comandamento: NON. FAR. PERDERE. TEMPO. 

Questo non si manifesta solo in cose banali quali la puntualità e il rispetto della tempistica interna (che evitano di sprecare tempo): vuole dire anche massimizzare la resa qualitativa del tempo impiegato. Come?

 

Arrivando preparati e con le idee chiare, innanzitutto, per evitare il diffuso multitasking di quelli che si preparano durante la riunione stessa, senza prestare attenzione agli altri. Voi, si dico a voi: siete il male. Siete l’incarnazione del concetto di “mi stai facendo perdere tempo” e meritate di passare la vita in un ingorgo stradale sotto casa vostra.

 

Garantendo il massimo rigore logico agli argomenti trattati, perchè spesso le riunioni diventano autentiche gare di salto dal palo alla frasca in cui è assolutamente impossibile non perdere il filo del discorso. Invece è vitale mantenere un focus attento e costante sull’argomento trattato: bisogna creare un ferreo sistema che permette di sparare a vista su chiunque cambi argomento e/o mischi i fili del discorso. Il multitaasking non esiste: l’unico modo per affrontare le cose è una alla volta.

 

Sfatiamo subito un mito: durante le riunioni la democrazia è un concetto assolutamente relativo. Ogni riunione ha il classico soggetto mortalmente prolisso che non dice nulla ma parla per ore: queste persone devono tutte e invariabilmente essere messe a tacere appena qualcuno si accorge che non stanno parlando bensì arieggiando i polmoni. Perché il dialogo è sacro, ma per arieggiare i polmoni si fa yoga, non una riunione.

 

– Sfatiamo anche un altro mito: parlare uno alla volta era impossibile già in terza elementare, figuriamoci in una riunione. Inevitabilmente si parla insieme, inevitabilmente si alza la voce, inevitabilmente si creano attriti: va bene, è normale… ma il fatto che sia normale non rende questo atteggiamento tollerabile.  Anche perchè si procede per escaltion: forbita riunione fra intellettuali –> confronto politico alla vigilia delle elezioni –> curva di ultrà durante il derby –> incontro di boxe.

 

Una delle cose più importanti di ogni lavoro è capire quando smettere di farlo. Se i tempi pianificati per le riunioni dai moderni guru del marketing (mezz’ora, in piedi, per disincentivare le lungaggini) sono piuttosto irrealistici, è altrettanto vero che la mente umana non è di amianto e dopo 3 ore difficilmente si ha attenzione o voglia per seguire un qualsivoglia discorso importante.

 

DOPO la riunione: seppellire il corpo

Come tutte le cose belle, anche le riunioni finiscono, ahimè!, e per non farle morire invano sarebbe bene trovare loro un’adeguata sepoltura scavando tutti insieme una fossa. L’ultima fase della riunione è anche quella più importante: quella dove tutti raccolgono le proprie idee e le espongono in maniera strutturata, limitando le interruzioni e iniziando già a pensare al futuro. 

Questo è un momento fondamentale, perchè è quello più delicato: quello dove tutte le parole dette hanno la loro occasione per diventare concrete senza disperdersi e venire dimenticate. Si tratta di una fase critica, perchè richiede particolare attenzione e purtroppo è costituzionalmente collocata in fondo, quando si è ormai stanchi e si ha in testa un unico pensiero “Va beh io vado QUALCUNO mi mandi il report della riunione!”

Beh, la notizia è questa: “Qualcuno” oggi non c’era, quindi il report lo si fa TUTTI. INSIEME, perchè così funzionano le riunioni.

Entra qui in scena l’odiato e vituperato concetto di report: il certificato di esistenza che quella cosa che si è appena conclusa è stata una riunione a tutti gli effetti e non una scampagnata nei boschi metropolitani a bere caffè.

Contrariamente alla credenza popolare, il report della riunione non è un foglietto sporco di caffè su cui qualcuno ha distrattamente preso appunti che passerà poi all’ultima delle sguattere aziendali perchè vengano battuti al computer e spediti nel nulla della generale disattenzione: il report è un momento finale di analisi collettiva, dove si tirano le somme di due ore di urla e di veramenti di bile per capire come procedere e cosa decidere.

Quindi forse sarebbe meglio non affidare tutto questo alla propria stagista.

 

 

 

Infine qualche  parola sui brainstorming.  

Ho fatto decine di brainstorming senza che nessun “brain” fosse coinvolto… ed anche la parte di “storming” era molto relativa. Ora non voglio dilungarmi anche io sull’ormai vecchia e comprovata teoria sulla morte del brainstorming: è così morto che ormai puzza anche un po’.

Brainstorming è il nome che i “creativi” danno alle riunioni a cui arrivano impreparati. 

Altrimenti detto: “Non ho avuto tempo di pensarci prima, ma ci penso ora, in real-time, perchè essendo io creativo sono abbastanza figo da partorire le idee al volo”.

Miei cari, carissimi “creativi”: sono così felice per voi! Con il vostro genio, la vostra facondia, la vostra originalità salvate il mondo millemila voltà al dì. Purtroppo noi, feccia mortale e tanto sterile da non essere toccata dal raggio di luce divino della creatività non funzioniamo così: se vogliamo sperare di avere delle idee su un qualsivoglia argomento dobbiamo pensarci, studiarlo, indagare, confrontare, capire, investigare e studiare ancora e ancora. E no, non possiamo farlo mentre siamo in “brainstorming” con i vostri cervelli resi roventi dal pensiero “creativo”.

Allontanandoci da ogni facile ironia: il solo pensiero che le idee vengano così, al momento, mentre si sta attorno ad un tavolo, criticandosi a vicenda, in una situazione scomoda, a disagio, con la fretta della tempistica e in assenza dei giusti strumenti di ricerca (libri, internet, appunti etc.) è assolutamente idiota. Certo che le idee vengono così, ma sono idee scadenti. A riprova di questo fatto nella mia limitatissima esperienza personale spesso e volentieri le uniche idee valide vengono trovate prima o dopo il brainstorming.

Ai fantomatici brainstorming si arriva portando i brain, altrimenti niente storming. Di fatto queste sono riunioni come tutte le altre per cui si applicano esattamente le stesse regole: bisogna arrivare preparati, mantenere il proprio focus, ecc. Poi certo, ci si confronta: ma non è possibile confrontarsi con nessuno se non si hanno idee proprie. Si finisce solo per influenzarsi/aggredirsi a vicenda, con risultati modesti e inferiori alle reali possibilità del gruppo.

 

 

In spregio del Metodo

Sono sempre stata ossessionata dalle ricette, e non parlo di MasterChef.

Ho sempre avuto il desiderio, anzi direi la necessità, di possedere un metodo rigoroso per affrontare in maniera sistematica un po’ tutto, ma soprattutto il lavoro: averlo mi dà sicurezza, mi fa sentire di essere in pieno controllo della situazione. 

Avere un metodo è sempre stato il mio punto di forza, quello che mi ha permesso di gestire emergenze lavorative (e non solo), quello che mi ha aiutato a mettere a fuoco criticità e a trovare soluzioni.

 

E non sono la sola a pensarla così. Basta dare un’occhiata ai blog di settore per scoprirli infarciti di articoli e di tutorial, colmi dei suggerimenti più disparati: qualsiasi sia la vostra professione ed il vostro interesse, il web vi spiegherà come affrontarlo al meglio, in maniera rigorosa, strategica e strutturata.

“Le dieci regole per scrivere”, “Il metodo vincente per parlare in pubblico”, “La strategia per l’amplificazione sui social network”: puntualmente divisi per punti e articolati in maniera scolastica, lo scopo di questi articoli è insegnare e fornire un metodo.

L’ossessione per le ricette non è soltanto mia: ricalca in maniera piuttosto fedele il nostro procedimento di apprendimento mentale. 

Quando si affronta qualcosa per la prima volta, si è inevitabilmente spaventati: si procede più o meno a tentoni, cercando di risolvere il problema. Lo si divide in parti più piccole, si cercano risorse e informazioni, si procede a tentativi, si raccoglie feedback.

Poi si butta via tutto e si rifà tutto da capo. Infine si porta a termine il tutto e si contempla il risultato, che ovviamente fa assolutamente schifo.

 

Ci vogliono molti, moltissimi tentativi per mettere a punto la propria metodologia: accumulare esperienza serve proprio a questo.

Portando a termine un processo molte volte, arrivando a familiarizzare con le sue diverse fasi, impariamo poco per volta a farlo nostro: lo interiorizziamo ed elaboriamo una nostra personale strategia, fatta su misura per noi, per le nostre preferenze e le nostre difficoltà.

Tutto questo insieme di ripetizioni, adeguatamente supportato da eventuali aiuti esterni (per esempio quelli forniti da tutorial e blog di settore) ci mette in condizione di elaborare un nostro metodo personale per il lavoro: la nostra ricetta.

 

Ho sempre pensato il “Professionista”, di qualsiasi settore, fosse qualcuno con abbastanza intelligenza ed esperienza da aver interiorizzato il proprio lavoro fino ad avere un metodo rigoroso per affrontare ogni variabile. Ho sempre pensato che possedere questo metodo fosse l’apice, il punto di arrivo della Professionalità: rigore, disciplina, sicurezza.

Poi sono andata avanti e mi sono accorta di una cosa: quel metodo tanto gelosamente ricercato ed affinato lo avevo infilato nel cesso e affrontavo ogni nuovo lavoro in maniera sempre uguale e sempre, inevitabilmente, completamente diversa. Perchè, in fondo, era sempre diverso. Il metodo tanto faticosamente acquisito non mi serviva più.

 

Quindi come funziona? Lottiamo per conquistarci un metodo di lavoro, attraverso studio, tentativi, ripetizioni ed esperienza… e poi quando finalmente lo abbiamo non ci serve più?

Aveva ragione Jim Morrison: “Built an house, set it on fire” era davvero un manifesto, e non solo di poetica?

In fondo l’esperienza non è altro che la sintesi di due fattori: ripetizione e variazione. Dobbiamo ripetere un processo molte volte per interiorizzarne un metodo, ma non avremo una reale esperienza se questa ripetizione non comprendesse un notevole numero di varianti. E la parte interessante di un lavoro, di ogni lavoro, la parte che ci qualifica e ci rende veri professionisti, sono le variazioni.

 

In fondo il metodo serve solo a darci sicurezza: averlo non risolve nulla, non offre alcun valore aggiunto, serve solo a tamponare la situazione a garantire un risultato minimo. Il metodo è un salva-slip utile per arginare i danni, minimizzare gli imprevisti e portare a termine in qualche modo i compiti, ma non garantisce eccellenza e tantomeno originalità… anzi!

 

La professionalità, quella vera, sta nell’avere un metodo da fare a pezzi ogni volta, per andare oltre: per mettere in gioco qualcosa che prima non c’era.

 

E che non possiamo trovare spiegato in nessun tutorial su internet.

 

Elogio della fretta

Così, a titolo di provocazione, per me e per tutte le persone che, come me, di fretta nella vita non ne hanno mai avuta, non ne hanno mai sentito la necessità. 

Per andare contro tutti i “pensaci bene”, i “sei sicura? sei proprio sicura? sei sicura sicura?”. 

Per smuoverci dalla cautela che diventa necessaria quando si vive da adulti in un mondo di adulti assetati di sangue, dove il debole incauto deve soccombere.

Così, perchè da grande voglio fare l’avvocato del diavolo, ed ero grande una vita fa.

 

Chi dice che “la fretta è cattiva consigliera” è morto, con molta calma. 

La fretta, invece, porta consiglio: porta quel tipo di consiglio che si ha quando il tempo è poco e le risorse sono ancora meno. Il consiglio della disperazione, della spontaneità: perchè quando non si ha tempo per pensare si fa quello che si vuole davvero.

La fretta, questa cosa che tanto abbiamo in spregio, in realtà è solo la molla del bisogno, quello vero: perchè se davvero si vuole qualcosa, se davvero se ne ha bisogno non la si può rimandare. Va fatta e va fatta SUBITO. Non domani, non fra un’ora, ma hic et nunc.

 

La fretta non esiste: è un’invenzione di quelli che non decidono mai e che non fanno niente per giustificare la propria patetica inazione. “Lo farò domani, perchè non voglio farlo di fretta”: vuole dire che non lo hai fatto, perchè non ne avevi il coraggio o la capacità, e che non lo farai mai.

 

La fretta non esiste: è solo un postulato del rimandare. Perché ci sono due modi di fare le cose: subito, o mai.

 

Le persone che hanno fretta, sono le uniche che fanno.

Sono quelli che eseguono e fanno, subito, senza pensare, senza logorarsi e logorare le idee e le persone intorno a loro, senza lasciare che l’inerzia li convinca che “in fondo è stato meglio così”.

Le persone che hanno fretta sono le persone che sbagliano. E alle quali non importa di sbagliare.

Perché hanno coraggio ed energia e per ogni loro errore sono disposti a trovare soluzioni: non hanno paura di chiedere scusa, non hanno paura di sembrare ridicoli. La loro dignità è nel fare, senza attese, senza rinvii.

Le persone che hanno fretta sono sempre nel posto e nel momento giusto: se sono sicure della loro decisione, allora quello è il miglior momento possibile, non ne arriveranno di più idonei, non ha senso rimandare.

 

E noi, tutti noi cauti e prudenti brontoloni, tutti noi spaventati e pigri, tutti noi viziati e comodi nelle nostre vite placide e senza fretta… noi queste persone le invidiamo. Perché in fondo lo sappiamo: le persone che hanno fretta sono i vincenti. 

Sono quelle che sanno accontentarsi di un compromesso per non rimandare, sono quelle che sanno rinunciare alle cose superflue per avere quelle essenziali, sono quelle senza rimpianti e senza logoramenti interiori. Perché loro sanno qual è la cosa giusta da fare e ne sono sicuri al punto da non rimandarla, da non farla passare in secondo piano rispetto a niente.

 

Le persone che hanno fretta sanno scegliere.

Noi no: noi sappiamo solo rimandare.