L’Italia nella morsa dei social

Internet è fra noi da vent’anni. I social network, nella moltitudine dei loro esempi, da quasi dieci. Eppure in Italia ancora si urla al miracolo, ancora si parla di rivoluzione digitale, ancora si riempiono i giornali, cartacei e non, di discussioni: “Twitter e la violenza”, “I social ed il Festival di Sanremo”, “Facebook omofobo”, “Grillo e la democrazia coi blog”.

 

Perché il problema non è la violenza verbale, non è lo schifo della tv italiana, non è l’omofobia, non sono i partiti politici: il problema è che tutto questo accade sui “social” (un’entità quasi mitologica a cui tutti si collegano ogni mattina ma che in Italia ha ancora un alone tutto magico).

Nel frattempo, agenzie di comunicazioni che si proclamano “esperte” e dovrebbero essere popolate di “professionisti” parlano ai propri clienti di fumosi concetti quali “pensiamo a qualcosa da fare coi social”. E i clienti, da bravi coglioni, le stanno pure a sentire.

Continua a leggere L’Italia nella morsa dei social

La privacy è morta, lunga vita alla responsabilità!

Quindi ora dobbiamo tutti usare Telegram, perché Whatsapp è il MALE, perché è stato comprato da Facebook e Facebook non rispetta la nostra privacy.
Non vorremmo mica che Facebook diventi proprietario delle nostre fotine porche da adescamento on-line, dei nostri pettegolezzi malvagi con la collega, delle nostre faccine sceme mandate al fidanzatino, vero?

La nostra privacy è sacra!
E per preservarla cosa facciamo?
Cambiamo social network e migriamo su Telegram!

Continua a leggere La privacy è morta, lunga vita alla responsabilità!

Che cosa legge veramente la gente

Ci sono miliardi di blog personali, su internet. Ci sono raccolte di recensioni, content marketing più o meno sponsorizzato dalle aziende, social network densi di contenuti, siti densi di opinioni personalissime e definizioni super oggettive.

E per questa mi affermazione non dispongo di dati scientifici e nessuna Università dell’Oklahoma ha fornito studi in merito, eppure potete stare sicuri che è verissima e per averne conferma vi basterà un singolo secondo di autocritica.

La gente presta attenzione solo a quello che vuole sentirsi dire.

Altrimenti detto: di tutto questo ben di Dio di informazioni, contenuti, idee, recensioni, opinioni, problemi, dubbi, esternazioni, parole, leggiamo solo quello che parla di noi, quello che conferma le nostre teorie, quello che avvalora le nostre ipotesi?

Perché?
Perché vogliamo sentirci gratificati.
Perché vogliamo sentirci intelligenti.
Perché vogliamo annuire e dire “Si, proprio così, proprio come dico sempre io!”

Perché siamo una razza egoista e dominata dal desiderio di conferme più che di confronti.

Amen.
(E lunga vita alla curiosità!)

 

 

Ma perché i social ci piacciono tanto?

Il genere umano adora le storie: ci piace ascoltarle, perchè ci identifichiamo, ma ci piace anche raccontarle. Anzi, forse raccontare storie è il nostro passatempo preferito, dai tempi delle pitture rupestri, dai tempi del nostro primo vagito: raccontare storie ci rende felici e ci viene assolutamente spontaneo.

Le storie sono quello che ci permette di comunicare ed empatizzare con i nostri simili, di porci sulla loro stessa lunghezza d’onda mentale. Sono un meccanismo sicuro per raccogliere persone attorno ad un fuoco ed incantarle con il nostro affabulare.

 

In risposta a questa nostra esigenza tutta umana, i social-network sono diventati subito il luogo ideale per raccontare storie: sono piattaforme in cui ciascuno di noi può portare avanti la propria personalissima forma di storytelling di sé stesso. 

E non solo: sono la piattaforma attualmente di maggior successo per raccontare la storia di noi stessi. Hanno sorpassato lettere e mail, surclassato il buon vecchio diario e sgominato perfino gli amichetti della vita reale.

Ma perché? Perché i social ci piacciono tanto?

 

La prima ragione è quella più ovvia: ci forniscono un pubblico

Avere l’attenzione delle persone è forse la massima e più istintiva forma di gratificazione: ci rende felici. 

Vogliamo, pretendiamo, reclamiamo l’attenzione… e se raccontare una storia è il metodo più efficace per ottenerla, farlo su un social ci permette di avere un altissimo grado di ascolto perchè ci garantisce il massimo del pubblico possibile.

Sapere che qualcuno ci segue su qualche social ci rende felici, ascoltati e compresi… e più persone ci seguono più felice, ascoltati e compresi ci sentiamo. Come se fosse la quantità a fare la differenza.

 

E non è tutto.

I social ci offrono tutti gli strumenti per raccontare una storia stupenda con quello che abbiamo a disposizione tutti i giorni: noi stessi. 

Sui social raccontiamo il romanzo della nostra vita… che spesso ha molto poco a che fare con la realtà. Sui social forniamo il nostro, riveduto e corretto ad uso della platea, per intrigare, innamorare ed attrarre un pubblico: farlo è facile e viene assolutamente spontaneo!

Se Instagram ha inventato il filtro della bellezza, Twitter ha inventato l’algoritmo dell’ironia, Facebook la funzione della socievolezza e LinkedIn la qualifica della professionalità. E non è questione di mentire: la storia è tutta nel punto di vista. Chi decide cosa è vero e cosa è falso? Io sono libera di sentirmi una fashion-blogger, e che mi importa se poi nella realtà non lo sono affatto?

I social-network hanno successo perchè fanno apparire tutti molto meglio di quello che sono nella realtà: perché dovremmo mostrarci per quello che siamo, se possiamo mostrarci migliori?

Ed ecco il segreto del successo dei social-newtwork presso tutte le categorie di pubblico: offrono carta bianca e occhi interessati a leggere.

 

Ma perché scrivere? Da dove viene, questa umanissima passione per il raccontare storie?

Non lo facciamo solo per il nostro ineluttabile bisogno di un pubblico, non lo facciamo per coccolare il nostro ego… abbiamo esigenze molto più profonde e molto più sincere. Raccontare serve a processare le informazioni, ad estrarle dalla nostra testa per renderle comprensibili a qualcun altro. Perché se vogliamo capire possiamo farlo solo rielaborando.

Ed i social-network in fondo sono anche questo: un posto dove metabolizzare la realtà, filtrare i punti di vista, confrontare e confrontarci. Un posto dove provare a raggiungere un nuovo livello di comprensione.

 

Perché in fondo anche stare su un social è scrivere, e scrivere è la massima forma di pensiero. 

 

 

LinkedIn: il mio incubo personale

Che i social network creino delle dinamiche alienanti e potenzialmente angosciose è cosa risaputa.

Ognuno ha il proprio segreto complesso di persecuzione, la propria personalissima “ansia da social network” che si incarna in forme e modi assolutamente unici: può essere la conoscente che carica foto da vera strafiga proprio il giorno in cui ci sentiamo un po’ appesantite e sbattute, il tipo super socievole che ha mille Like su Facebook (inclusi quelli di chi a noi non ci guarda mai nemmeno da lontano), la twitstar apprezzatissima che potrebbe scrivere il proprio nome anche sulla carta del cesso e avere venti retwit.

Ecco, la mia personalissima nemesi social è LinkedIn.

LinkedIn è stato creato con un occhio di riguardo special a tutte le mie più radicate insicurezze: perchè per non sembrare cessa posso evitare di mettere autoscatti su Instagram (e tenere una rubrica di moda satirica altrove), per non sembrare un’emarginata sociale non ho mai avuto Facebook, per sembrare intelligente posso inventarmi qualche scemata da scrivere su Twitter (scrivere non è mai stato un problema, almeno quello)… ma su LinkedIn ci devo stare per forza. E in tutti questi anni, non ho ancora capito cosa cavolo devo scrivere su LinkedIn per sembrare professionale.

In teoria sarebbe tutto semplice: LinkedIn è il social-network dei contatti professionali. Quindi bisognerebbe usarlo come una specie di Curriculum Vitae interattivo: caricare le passate esperienze lavorative e le attuali mansioni e qualifiche, aggiornare mansioni e competenze, postare risorse e informazioni lavorativamente interessanti. Poi entrare in contatto con i proprio collaboratori e colleghi passati e presenti, per creare un network digitale di biglietti da visita e di professionisti sempre a disposizione.

Fin qui nessun problema: ci carico esperienze e mansioni, ci importo un po’ di indirizzi mail, lo aggiorno man mano che le situazioni cambiano, ci metto in grande in alto che di lavoro più o meno scrivo.

Peccato che basti visitare un qualsiasi profilo LinkedIn un po’ avanzato per capire che LinkedIn non funziona così: solo i dilettanti lo usano così!

Cosa intendo per profilo LinkedIn un po’ “avanzato”?

 

Beh, li si riconosce per prima cosa dalla qualifica: il vero professionista di LinkedIn non potrebbe mai adoperare una squallida qualifica standard per il proprio profilo! Non è mai un banale “Direttore vendite”, un trito “Project Manager”, un noioso “Account”: quali tragiche trivialità!  Loro sono “Sales Ninja”, “Project Captain”, “Strategic problem assassin”: perchè in un mondo iper-competitivo ti devi differenziare subito, dalla primissima riga del tuo biglietto da visita, altrimenti cadi nel dimenticatoio.

E non importa se la tua estrosa qualifica rende praticamente impossibile ad un estraneo comprendere che lavoro tu faccia in realtà, perchè a loro gli estranei non interessano: loro viaggiano ormai sul circuito chiuso dei “professionisti di LinkedIn”, che non ha nulla a che vedere con la vita reale. 

Qualche tempo fa mi sono imbattuta in un profilo dove il lavoratore si qualificava come “Human Watcher”. Impressionata da tanta creatività l’ho mostrato a mia madre che si è stretta ha scosso la testa commentando: “La disoccupazione è davvero alle stelle, poverino, spero trovi un lavoro”. Le ho spiegato che no, il suo lavoro era proprio quello. Lei si è stretta nelle spalle: “Ma dai amore, svegliati! Anche i vecchini che guardano i cantieri c’hanno una pagina su LinkedIn come questa qui!”

 

Poi si va a guardare il numero di contatti con cui sei in collegamento: se ne hai meno di 300 sei uno stagista parvenu. Ma se per chiedere il contatto su LinkedIn bisogna aver lavorato insieme, come si fa ad avere così tanti contatti?! Ma è semplicissimo: basta cambiare la definizione di “lavorato insieme” in “una volta c’ho bevuto un caffè/stretto la mano/scambiato due parole”, et voilà il network è fatto. Eh, già vi sento sollevare perplessità: “Ma come fai a sapere come lavora una persona, dopo averci bevuto un caffè?!”. Ma è ovvio: non si sa. Ma non importa: perchè nel frattempo ho un nuovo contatto di LinkedIn *rumore di sottofondo di festeggiamenti* e questo è tutto quello che conta.

 

Quindi ricapitoliamo: una passa la vita a darsi un alone di professionalità, di serietà, di contegno. Ti compri il tailleur scuro ed uno stock di camicine bianche che spendi più in stiratura che non in alimenti; ti stampi il biglietto da visita minimale dove hai quasi paura a scrivere “copywriter” e infatti decidi di non scrivere nulla; ti fai il sito quasi con vergogna; sistemi uno stringato e sintetico portfolio dove “questo no, questo neppure, questo non posso, quest’altro nemmeno”; dai del Lei a tutti, inclusi i parenti prossimi, “che almeno sembro più seria”.

Poi arrivi su LinkedIn.

E scopri che per avere successo ti dovevi definire “Digital trasmedia storyteller exquisite”, dovevi spammare senza discriminazione il mondo intero con mail “Ehi AMICO, entra a far parte del mio netuorc su LinkedIn!” e soprattutto dovevi reinterpretare in chiave molto ma molto personale tutta la tua esperienza passata.

 

Eh già, perchè io ho scoperto come funziona LinkedIn proprio così: andando a guardare i profili di amici, conoscenti e colleghi. Che a vederli su LinkedIn erano “oh mio dio, ma davvero sono stata così fortunata da lavorare con questo incredibile e strafigo professionista del settore!?”

Quindi vai a trovare l’ex-ex-ex-ex-collega, quella del primissimo stage, nella primissima agenzia, quella insieme con cui si facevano le notte insonni scartavetrando il fondo dell’ultimo dei cessi collettivi, quella accanto alla quale si è pianto per gli insulti ricevuti… e si scopre che la TUA qualifica era “stagista”, la SUA qualifica era “Junior Executive Storytelling Associate Director”.

Poi cerchi l’amico che per ore hai ascoltato lamentarsi del proprio patetico lavoro di infame galoppino, quello che di mestiere raccoglieva la lavanderia sporca e portava la pizza, incassando pure gli insulti del capo perchè “è un po’ fredda, e ci volevo i capperi, non le acciughe”. Credevi fosse un segretario? Errore! È un “First Class Problem Solver & Personal Assistant”.

 

Quindi LinkedIn ci insegna questo:

1. Ogni lavoro diventa bello e figo inserendoci dentro a caso una o più di queste parole: associate, executive, problem solver, digital, storyteller, strategic, creative. Per un ulteriore elenco potete leggere qui.

Ma soprattutto non scordate mai il vero passe-partout della qualifica su LinkedIn: MANAGER. Perché tutti in fondo siamo manager e non importa se di mestiere sei un giardiniere: vuoi mettere quanto fa più figo scrivere “Humus Manager”? Altrimenti quando uno ti chiede che lavoro fai che rispondi? “Io concimo”?

2. Se dall’altra parte della strada passa il super-mega-direttore di Tutto e lo saluti puoi chiedergli il contatto di LinkedIn, certo: anche se lui non ti ha salutato. Perché vuoi mettere che figata averlo fra i contatti?! Ché i contatti su LinkedIn sono come le figurine e averci quelle rare dà un sacco di prestigio!

3. Se non hai curriculum non importa: che razza di GENIO CREATIVO sei se non te lo sai inventare? Se sei una persona limitata che non sa inventarsi nulla, procedi con una sistematica escalation: se eri uno stagista, metti “Junior”; se eri “Junior” metti “Senior”; se eri “Senior” metti “Director”, e via così. Se qualcuno ti chiede come mai non hai mai fatto stage sorridi e dì che tu “sei nato imparato”: funziona sempre.

Ma soprattutto, LinkedIn ci insegna questo: che sui social-networks inventarsi una carriera è molto più facile averne una nella realtà.

 

10 segni inconfutabili per capire quando lasciare i social

Siccome tutti propongono decaloghi sui social di qualche tipo, io rispondo con un esame di coscienza. Pubblico e privato: per interrogarci sul limite sottile fra il “giusto” ed il “troppo” della nostra presenza sui social-network.

 

1. Appena vi succede qualcosa, sia bello o brutto, sia lavorativo o personale, il vostro primo pensiero è trovare un modo efficace ed originale per condividerlo su un qualche social. 

Andate in vacanza per avere luoghi da postare su Instagram. Sperate segretamente di soffrire per avere cose struggenti da scrivere su Twitter. Uscite solo per poter dire che vi state divertendo su Facebook.

2. Quando non vi succede niente e avete un momento di vuoto mentale, di noia, o semplicemente di attesa, le vostre dita corrono su un social-network qualsiasi.

Giusto per controllare. Ritornate in voi quaranta minuti dopo: a quel punto siete in ritardo.

3. Non condividete per il gusto di condividere: la vostra finalità è sempre auto-promuovervi.

Volete altri follower, altri amici, altri like, altri commenti. Studiate tutto quello che comunicate solo in funzione di questo.

4. Condividete per il gusto di condividere: monologate per ore/giorni su temi di vostro unico interesse, senza ricevere risposta o commento alcuno.

Non vi importa: la gioia dei social per voi è quella di poter vomitare le vostre opinioni da qualche parte dove qualcuno potrebbe condividerle.

5. Non avete il minimo rispetto per la privacy (vostra e altrui): spammate pubblicamente il mondo intero con la vostra geo-localizzazione, taggando amici e conoscenti nelle foto più ignominose e citando nomi e cognomi, rigorosamente abbinati a soprannomi di natura imbarazzante.

6. Avete grande rispetto per la privacy: per questo ogni vostra azione è circondata da un nebuloso alone di mistero del tipo “sto qui ma non posso dirvi dov’è il qui!” o “sono con la misteriosa dama in rosso che popola i sogni miei!”.

Siete fermamente convinti che questo sia utile a proteggervi dagli stalker e che a qualcuno freghi qualcosa di tutto ciò.

7. Buona parte dei fatti salienti della vostra giornata si consuma in una chat di qualche tipo, tra litigi, commenti, gossip, faide.

Aggravante: non conoscete/frequentate nella vita reale NESSUNA delle persone coinvolte in questi fatti.

Ulteriore aggravante: non vi importa nulla di non conoscerle/frequentarle, perchè per voi sono più intime della vostra stessa famiglia.

8. Vivete nel terrore delle chat altrui: siete sicuri che tutti facciano come voi e che il mondo sia popolato da enclavi di persone il cui massimo scopo è sparlare alle vostre spalle come voi fate con loro.

Non illudetevi: è così.

9. Dovete leggere, vedere, commentare TUTTO. Seguite i social con la stessa ansia con cui la massaia di Voghera seguirebbe il suo Biutifull in TV.

E guai a rimanere indietro: subentra lo stress del “Oddio mi sono perso una puntata, ora non capirò mai come va a finire!”

10. Ostentate con un’insistenza quasi fastidiosa il massimo disinteresse verso ogni tipo di social: ogni due righe ci infilate uno “sticazzi” per un qualche (altrui) comportamento, ogni due giorni vi lanciate in una crociata verso le (altrui) fissazioni.

Perché i fissati ovviamente sono sempre gli altri, non voi: voi siete diversi, voi siete superiori.

 

Fratelli, facciamo attenzione: siamo tutti peccatori, ed errare è umano… soprattutto sui social.

Ma cerchiamo di non diventare “diabolici”.

 

Il culto del romanticismo

Ma lo avete notato anche voi questo insopportabile, insistente, stomachevole odore di vaniglia e romanticismo che appesta l’aria? 

Come uno di quei profumi così forti da intontire e così generici da risultare volgari, il romanticismo ci perseguita in ogni frangente. Lo vediamo spopolare nella stampa scandalistica, dove le notizie su matrimoni, fidanzamenti, tradimenti, passioni e similari sono messe in secondo piano solo dai fatti morbosamente violenti. Lo troviamo su Facebook, dove ogni bacheca è vittima di penosi meme dove improbabili manga giapponesi si abbracciano su letti di rose. Lo leggiamo nelle frasi melense che spopolano su Twitter.

E se rimanesse solo li, sarebbe anche facile evitarlo… ma il problema è che il puzzo di questo romanticismo finisce per appestarsi addosso a noi, alla nostra vita, al nostro modo di percepire i sentimenti: che devono essere sempre, costantemente sbandierati, urlati, eccessivi. Come se non potessero esistere senza una continua legittimazione pubblica.

Il lezzo di questo romanticismo ci perseguita e lo portiamo ovunque: non esiste sfera della società che non ne sia invasa: dalla ricetta afrodisiaca al ristorante-cioccolateria romantico, dalle trasmissioni TV ai reality.

Ciccipucci e smancerie ostentate in pubblico (nella vita reale come sui social), mani eternamente intrecciate, saliva che scorre a fiumi: come se senza la testimonianza degli altri l’amore non esistesse.

Telefonate continue, messaggi infiniti, chat, WhatsApp… fino ad arrivare ad applicazioni dedicate (come Avocado) che servono solo per comunicare con la propria dolce metà e che prevedono funzioni speciali quali l’invio di foto corredate di bacini e la condivisione della lista della spesa: perché anche la tecnologia deve sostenere la potenza del mio sentimento.

Un mercato dell’intimo in pieno boom, dove sia per lui che per lei si delinea un’immagine di romantica bagascia “solo per i tuoi occhi amore!” tutta pizzi, tanga, intarsi nei posti giusti, inserti in pelle per derive dolcemente sadomaso à la 50 Sfumature di grigio.

Perché se si ama BISOGNA necessariamente recitare una specifica parte ben delineata: altrimenti non si ama, non abbastanza.

E va bene, accettiamolo pure: viviamo in una società che ci permea fortemente, dove la privacy è ridotta, dove la condivisione è data per scontata… Ma è possibile che perfino una sfera così intima, personale e delicata della vita di una persona, debba essere invasa? Possibile che questo mondo moderno pieno di libri di auto-aiuto, di tutorial e di gruppi di sostegno mi debba insegnare anche come dimostrare il mio sentimento?

Perché i miei sentimenti devono essere quelli dei protagonisti di Twilight per essere degni di chiamarsi “amore”? Altrettanto ostentati, altrettanto violenti, altrettanto fintamente romanzati?

Diciamo tutti insieme “Basta!” a questo massacro della nostra personalità!

Ammettiamolo, a voce alta e senza problemi: le rose ci fanno schifo, preferiamo le peonie; il peluche rosa è un regalo inutile, regalami una cover dell’iPhone verde acido; i cioccolatini fanno ingrassare e i Baci Perugina comunque non ci piacciono, vogliamo le Goleador; l’intimo in pizzo FA PRURITO (ma perché nessuno lo dice? Perchè!?); il tanga mi dà fastidio; Twilight faceva lacrimare dal ridere e se mi scrivi 400 volte al giorno io non ti sono grata, ma ti mando anche a quel paese.

Reclamiamo fortemente la realtà! Diciamo “NO!” alla teoria e “SI!” alla pratica!

Perché l’amore, quello vero, non vive in un mondo di puttini, non si nutre di ostentazione sulle bacheche di Facebook, non dà importanza all’intimo che si indossa, non si quantifica in righe di messaggi.

L’amore, quello vero, è l’assoluta, totale e semplice sicurezza che l’altra persona c’è, per noi: una sicurezza così solida che non ha bisogno né di app dedicate, né di conferme pubbliche, né di regali idioti, perché viene vissuta e messa in pratica ogni giorno.

Anche senza dirlo a nessuno.

 

PS: Chi mi conosce potrebbe facilmente pensare che io mi scagli con tanta rabbia contro queste cose semplicemente per nascondere la mia completa incapacità in termini di romanticheria, dolcezzitudine, salameccosità e affini. 

Ma queste sono solo le impietose calunnie della vita reale.

 

La fratellanza di Narciso

Concisa premessa mitologica: Narciso era convinto che la persona più bella del mondo fosse il proprio riflesso, perché era esattamente come lui. Insomma, un tipo modesto.
Eppure prima di dargli del rincoglionito affetto da mania di grandezza, forse dovremmo farci un esamino di coscienza.

Gli specchi sono di tanti tipi. Non tutti sono superfici di vetro riflettente: questo è solo il modello base, di gran lunga più noioso. Uno degli specchi più interessanti in cui ammirarsi sono le altre persone: se non tutte sono tali e quali a noi, basta cercarle con cura e sceglierle bene per scovarne di assolutamente identiche. Internet viene in nostro aiuto!

Un ampio decennio fa, ero un’assidua utilizzatrice di ICQ. Cercavo le persone in base ai loro interessi, e li interrogavo in maniera ossessiva per verificare subito la loro perfetta adesione ai miei: stessi gusti musicali, stessa cultura, stessi hobby, stesso libro/pittore/film/quadro/poeta/feticcio preferito, fino al magico momento in cui “Oh ma è incredibile anche tu sei dell’Acquario?! Che coincidenza assurda”.
Così: fratelli separati alla nascita.

Non conoscerli dal vivo era praticamente impossibile, e infatti li ho conosciuti: erano care, carissime persone. Con le quali non avevo assolutamente NULLA da dire, perché parlare da soli, alla lunga, stufa.

Eppure ogni volta ci ricadiamo, nel facile entusiasmo di Narciso: è così dannatamente comodo e piacevole avere qualcuno con cui condividere tutto! Come sedersi in una poltrona calda davanti al fuoco e raccontare a chi non fa altro che annuire, senza mai farci sentire messi in discussione: una coccola per il nostro ego, un bagno caldo per le nostre gelide insicurezze.

“Perché litigare ogni volta con qualcuno che dice che Tom Waits canta come se avesse la gastrite, quando ho chi annuisce con grandi occhi sgranati davanti ai miei monologhi sulla sua arte?”

Ed eccoci innamorati della nostra immagine riflessa in qualcun altro, eccoci immersi nella placida comodità di un dialogo inesistente. Il facile, facilissimo brivido di una condivisione di gusti e di volontà tanto immediata quanto superficiale è quello che ci fa sentire tanto attratti da persone che in realtà non sono altro che cloni immaginari di noi stessi.

On-line questa dinamica si vede in tanti modi diversi.
Per esempio, si esprime nell’infatuazione per un comune modo di sentire: “Incredibile, la pensa proprio come me su tutto, abbiamo la stessa sensibilità, lo stesso modo di vedere le cose!”
Oppure si manifesta in maniera più “allargata”, con la creazione di un “circolino”: un gruppetto di persone tutte amiche e tutte orgogliose della propria amicizia, accartocciato su se stesso e sul proprio rigidissimo codice di analogie interne.

Un meccanismo assolutamente comprensibile: trovare sulla nostra strada qualcuno di diverso da noi ci obbliga a quella faticosissima e ormai obsoleta operazione nota come “dialogo”. Il dialogo è uno sport estremo: regala grandi emozioni, ma il rischio è quello di trovarsi con le ossa rotte.
Amare il proprio riflesso è molto più comodo. La condivisione è sempre totale: stesso umore, stesse scelte, mai una discussione… insomma, una scelta vincente.

Forse bisognerebbe chiedersi che fine faccia Narciso. Beh, muore annegato. A voler essere dei poeti la si potrebbe prendere per una sublime metafore sull’asfissia di certi rapporti umani.

L’arte fotografica ai tempi di Instagram

Con un bacino di utenza di milioni di iscritti, e migliaia di foto nuove postate ogni ora, Instagram è diventato molto più di un semplice social-network: è un vero e proprio fenomeno di costume. Ha portato alla ribalta l’iPhone come “macchina fotografica” (la più usata, anche su Flickr) e con i suoi filtri “vintage” ha generato un rinnovato interesse verso il mondo delle Lomo e delle Olga, che di colpo sono tornate ad essere ambiti strumenti.

Chiedersi “perché?” è quantomeno lecito, ma la risposta in realtà è drammaticamente semplice: perché tutto sembra bello, con i filtri di Instagram.

Metti una mattina per caso, struccata e mal vestita: ti tiri la sciarpa sul naso, ti fai una foto su Instagram, ci aggiungi un filtro carino e un po’ di sfocatura ai bordi, la posti. La guardi: “Va beh, forse non sono bella, ma mi spaccio per interessante!”. Arrivano i commenti: incoraggianti. Ed è così per tutto quello che passa da Instagram, che sia scrivania, paesaggio, macchina, strada di città, fiore, albero o sole che tramonta.

Una cosa bella, diventa meglio; una cosa mediocre diventa carina; una cosa bruttarella diventa “interessante”. Instagram è la crema magica che ogni donna vorrebbe avere, è il fluido fatato della instant-beauty 2.0. Instagram ha inventato l’algoritmo della bellezza.

Perché i suoi colori filtrano le brutture, perché i suoi tagli eliminano quello che non va, perché le sue sfocature studiate ad arte permettono di escludere quello che non si vuole vedere. Un bravo fotografo riesce a farlo anche con una reflex da migliaia di euro, ma per noi comuni mortali c’è Instagram, che permette di fare la magia, alla modica cifra di un iPhone.

E se i professionisti storcono il naso, dicono che il formato quadrato è il più difficile, lamentano la mancanza di bravura nella scelta delle inquadrature e dei tagli, spregiano la scarsa risoluzione “perché è comunque solo un telefono!”, non si può negare che i fatti parlino chiaro: Instagram ha avuto successo perché è in grado di realizzare foto gradevoli a partire più o meno dal nulla. E in realtà il circolo è quasi vizioso: ormai noi ci aspettiamo che le foto gradevoli siano fatte con Instagram.

Ormai una foto “normale”, a vederla, ci sembra manchi di qualcosa: perché non ha l’effetto sfocato, non ha il look da Polaroid stinta, non ha quel fare un po’ vissuto di foto on the road. La presenza sul web di foto made in Instagram è ormai talmente massiccia che il gusto sta rapidamente cambiando. In altre parole Instagram ci piace perché è bello… ma è anche vero che il bello ci piace solo se è fotografato con Instagram. Ah, cosa avrebbe fatto Steve Mc Curry, con Instagram! E perchè dovrei apprezzare quelle macro professionali di libellule tanzanesi in volo, quando mia cugina ha fotografato i frollini su Instagram e mi sembrano più belli?

Chi decide, in fondo, cosa è bello? Il bello, ormai, è solo quello che va di moda, alla faccia di Platone e di quanti prima di lui si sono scervellati per trovare una definizione perfetta di un concetto così complesso. E oggi va di moda Instagram, vanno di moda le finte Lomo, vanno di moda i colori desaturati: filtri che abbelliscono del 200% ogni cosa, senza alcuno sforzo.

Un po’ è per l’immediatezza, inutile negarlo. Piuttosto che trascinarsi in giro 10 chili di reflex con tanto di obiettivi e annessi e connessi, tiro fuori dalla tasca l’iPhone, e questo da a tutto quello splendido tono di giornalismo di guerrilla.

Ma un po’ è anche una reazione, ad un certo modo di intendere la fotografia. Le pubblicità hanno divulgato delle immagini talmente perfette, talmente ritoccate, talmente sintetiche da non risultare più credibili: fotomodelle satinate tramite sabbiatrici, la cui pelle non ha più alcun segno, automobili lucidate in stile Karate Kid, senza un singolo sfriso, cibi e vivande che paiono appena sfornati dalla cucina di Gualtiero Marchesi anche quando vengono dal container di una nave cinese.

Tutto studiatissimo, tutto fintissimo: la reazione? Instagram, apparentemente autentico, ma in realtà altrettanto studiato e altrettanto finto, in modo diametralmente opposto. Se sulle pagine di Vogue anche ciò che è carne e sangue pare plastica, sulle videate di Instagram anche la plastica pare viva, partecipe, calda, umana. E bellissima. Si tratta, in un caso come nell’altro, di scegliere in che modo farsi prendere in giro dalle immagini…

Forse, è solo un passatempo per nerd che si improvvisano fotografi. Forse hanno ragione gli indigeni che pensano che le fotografie rubino l’anima (e restituiscano solo menzogne). In ogni caso la fotografia, quella vera, non dovrebbe limitarsi a “filtrare” la realtà: dovrebbe metterla a nudo.

Ossessioni condivise

Che bello, avere internet e poter condividere con dei perfetti sconosciuti di cui non ci importa assolutamente nulla quello che non diremmo mai ai nostri più cari amici. Ma è davvero così bello?

L’essere umano non è progettato per stare da solo: deve avere accanto qualcuno con cui condividere i pensieri, le parole, le idee. Ed internet, con il suo proliferare di social di ogni tipo, permette la condivisione assoluta e totale di ogni cosa.
Per le idee brevi abbiamo Twitter, per quelle lunghe i blog. Per le situazioni e le amicizie c’è Facebook, per le immagini Instagram, per la musica Spotify. Viviamo immersi in un universo di condivisione. Pinterest ci mostra quello che vorremmo essere, Facebook quel che abbiamo intorno, Twitter ci fa sorridere, i blog ci fanno riflettere.

La parola chiave di ogni social network è questa: condivisione. Vuole dire esprimere un qualsiasi pensiero goffo su Twitter e vederlo apprezzato e compreso da altre 12 persone. Vuole dire avere qualcuno che vede il tramonto con noi su Instagram. Tutto questo con la massima comodità, nel palmo delle nostre mani grazie ai nostri potentissimi smartphone, al caldo delle nostre case, comodamente seduti dietro ai nostro computer.

Condivisione vuole dire non sentirsi mai soli.

Quello che inevitabilmente ci si chiede è: da dove viene questa ossessione per la condivisione? Quando si è deciso che condividere tutto sia sempre un piacere e sempre un valore? Chi ha stabilito che ogni nostro pensiero debba necessariamente risonare online?

Le ragioni hanno radici profonde, immerse nella società e nel modo di pensare di tutta la nostra società.
L’ossessione dell’ultimo secolo è l’inconscio: da Freud in avanti, la lotta è stata tutta indirizzata a squarciare il velo dei nostri pensieri sommersi, portandoli alla luce.

Esporre il proprio inconscio e far emergere il proprio pensiero è una vera e propria missione per chiunque e viviamo come un limite profondo non riuscirci.

Inoltre essere soli è considerato socialmente inaccettabile: la solitudine è vista come un aperto segno di fallimento.

Se si fa qualcosa da soli non è mai per scelta, ma sempre e solo per mancanza di qualcuno con cui condividerlo. Se sei solo, sei uno sfigato. I gentiluomini solitari di Friedrich, stagliati contro il cielo al tramonto sulle montagne erano li solo perché la tipa non gliela dava: non è accettabile che fossero li da soli perché lo preferivano.

Quindi, ricapitoliamo: il figo per antonomasia è uno pieno di amici e capace di condividere senza alcun problema ogni proprio pensiero. Guarda caso, è proprio l’utente perfetto per un qualsiasi social network!
Condividere tutto (di persona o on-line) è un modo semplicissimo per sentirsi socialmente integrati: ci si circonda di persone da bombardare con i propri pensieri.

Tutto questo è bellissimo, è assolutamente PERFETTO! Abbiamo a portata di mano un sacco di persone e possiamo condividere con loro tutto, ma proprio tutto (e il proliferare di foto dai cessi lo testimoniano) quello che ci succede!
Infatti la moderna società è felice, felice, felice. Siamo tutti quanti felici come delle pasque piene di uova di cioccolato con sorprese bellissime, vero?
Beh, non proprio: qualcosa che non funziona ci deve pure essere, perché internet e i social sono solo un brulicare di infelicità, scrupolosamente condivise.

Ci sono dei nodi da sciogliere.
Rimane da capire come mai il gentiluomo di Friedrich fosse a spasso da solo nei boschi.
Rimane da capire quale fosse lo scopo dell’indagine psicologica di Freud: non era certo una superficiale condivisione fine a se stessa!

Lo scopo era era scavare, in profondità; era comprendere a fondo gli ingranaggi del cervello umano, studiarli; era indagare nell’intimo, gettare luce sul silenzio: lo stesso silenzio che oggi vogliamo coprire con le nostre esternazioni, tanto facili quanto inconsistenti.
Diamo subito voce ai nostri pensieri, li condividiamo immediatamente, con chiunque ci capiti a tiro nella vita e nella rete, per toglierceli dal cuore, per addomesticarli. Li vogliamo allontanare e chiamiamo questa ossessiva volontà di girare la testa dall’altra parte “voglia di condividere”.

Il gentiluomo di Friedrich non condivideva nulla con nessuno: pensava. Indagava il proprio io e faceva ordine nella propria testa, nei propri pensieri. Si, da solo. Si, senza dirlo a nessuno, nemmeno a Freud!

Forse invece di pensare a come esprimerci dovremmo pensare a come capirci. Forse prima di condividere qualsiasi cosa con chiunque, dovremmo provare a tenerla per noi e a rifletterci, a fare silenzio, a stare da soli, senza paura. A capire e a capirci, senza voler buttare fuori ogni pensiero che ci sfiora: i pensieri esistono anche se nessuno li sente, mentre cadono nella nostra testa.
Forse la nostra ossessione per la condivisione non è altro che un modo per esorcizzare il pensiero e la profondità: un modo sterile, che non genera niente perché tiene tutto in superficie, fermo. Espelliamo le sensazioni e le diamo in pasto al mondo, ma non è mai sazio perché sono tutte un cibo povero, senza contenuti o utilità.

Senza la solitudine e il silenzio della riflessione le nostre parole sono vuote e inutili. E se non abbiamo nulla di profondo da dire a noi stessi, non abbiamo nulla neanche da condividere.