Le conversazioni interrotte

Qualche tempo fa un amico mi ha suggerito di parlare nel blog delle conversazioni interrotte, da lui considerate (cito testualmente) “una delle barbarie dell’ultimo periodo, in costante aumento: si lascia la gente appesa, così, come se fosse normale non dire né sì né no né fottiti né muori”.

Sarebbe facile far ricadere questa problematica nel solito calderone delle dimenticanze o delle cose cadute in proscrizione per “mancanza di tempo” (ma ho già detto mille volte che il tempo non è mai il vero problema ed è sempre solo una scusa). Ma il problema è più complesso e più doloroso: la verità amare è che le conversazioni non si interrompono mai per caso. Mai. Le persone smettono di comunicare per la stessa ragione per cui iniziano: la necessità.

La conversazione termina quando non è più percepita come necessaria. 

Certo, si diceva con l’amico, comprensibile… ma ci sarebbe sempre quel problemino dell’educazione. Interrompere una conversazione è piuttosto maleducato. Per fortuna nella nostra moderna società del consumo e dell’iper-attività siamo superiori a certe squallide ipocrisie piccolo borghesi, tipo l’educazione. L’utilità viene prima di tutto: una conversazione inutile è una conversazione che sparisce, e basta.

Insomma quando una conversazione si interrompe, la colpa è sempre di qualcuno. Nello specifico, è sempre di qualcun… ALTRO. Dell’altra parte. Che è maleducata. Che è assente. Che non trova il tempo, l’interesse, lo stimolo, l’utilità. Che ci lascia appesi, per pura villania o cattiveria. Perché assolutamente noi siamo solo le povere vittime, innocenti ed ignare. O no?

Però una conversazione, per definizione, non dovrebbe funzionare così. Una conversazione non è affidata alle decisioni di un singolo: è una responsabilità di più persone e tutti contribuiscono a portarla avanti… o a interromperla. Dare la colpa agli altri non serve a molto.

Una conversazione si interrompe perché TUTTI i partecipanti stanno sbagliando qualcosa.

Quindi mi sono fermata a pensare a tutte le mie conversazioni interrotte: non solo quelle dove io sono stata lasciata “appesa” ma anche quelle (e ce ne sono, lo ammetto!) dove io ho lasciato “appeso” qualcun altro. Che cosa avevano in comune? Per ragioni differenti, il confronto era diventato inutile… e in certi casi addirittura tossico.

Alimentare il confronto non è mai facile (in nessuna situazione: personale, lavorativa, sentimentale) ma è una componente essenziale di ogni conversazione… e di ogni persona coinvolta nella conversazione.

1. Ascoltare, prima di parlare

Comunicare non vuole dire parlare solo di sé stessi, di quel che si pensa, di quel che si crede, delle proprie opinioni: se non vuoi stare a sentire quel che ho da dire ma vuoi solo dirmi cosa pensi tu, non aspettarti che ti risponda.

Non importa se la conversazione avviene di persona o in forma scritta: l’empatia è fondamentale e senza quella nessuna conversazione va lontana. Questa caratteristica manca in quasi tutte le discussioni che finisco per lasciare perdere: non vedo reale volontà di capire il mio punto di vista.

2. Usare il giusto tono

Si, questo è valido anche nelle email. Comunicare in forma scritta è più complesso, è vero, ma è anche infinitamente più comodo. Quindi impariamo a farlo meglio. A scrivere meglio, in modo più chiaro, senza strafalcioni e sciatterie. E a leggere meglio, quando qualcuno ci scrive: è essenziale avere un buon livello di comprensione del testo.

Bisogna imparare a “leggere fra le righe”. Si, anche nelle email.

Non è solo questione di cosa si dice, ma anche di come lo si dice: capire il tono della comunicazione, saperlo interpretare, e sapersi adattare è essenziale. Buona parte delle mail di lavoro sono assolutamente carenti in questo senso: troppo formali, troppo informali, troppo brusche, troppo prolisse, semplicemente fuori luogo. Non lamentiamoci se queste conversazioni vengono interrotte!

3. Dare più di quel che si riceve

Siamo cronicamente portati a sopravvalutare il nostro sforzo e a sottovalutare quello altrui: questa disparità fisiologica sta alla base di buona parte delle incomprensioni. In ogni comunicazione abbiamo la costante certezza di essere noi quelli che stanno facendo tutta la fatica, stanno portando il massimo valore, stanno contribuendo. Peccato che anche i nostri interlocutori abbiamo la stessa medesima impressione.

C’è un unico modo per scardinare questo meccanismo: (avere l’impressione di) dare molto più di quello che si riceve. Perché in realtà è molto probabile che sia solo un’impressione: forse non stiamo dando poi così tanto… altrimenti la conversazione proseguirebbe.

Ogni volta che ci troviamo “appesi” dovremmo chiederci, prima di tutto, se il nostro contributo era adeguato. Non solo dal nostro punto di vista, ma anche da quello altrui: se ci troviamo li appesi, forse, è perché dall’altra parte sono in attesa di un contributo più significativo.

4. Rinunciare all’ultima parola

Accettiamo anche la sconfitta: non tutte le conversazioni possono andare avanti. Non sempre sono utili. Occasionalmente sono tossiche. Probabilmente non ci stiamo perdendo molto. Certe conversazioni interrotte vanno lasciate dove sono.

Tornare indietro per mettere tutti i puntini sulle “i”, in certi casi, è solo un gesto di orgoglio inutile.