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Il culto del minimalismo mentale

“Andai nei boschi perché desideravo vivere con saggezza, per affrontare solo i fatti essenziali della vita.”
Henry David Thoreau, Walden

Il mio gusto estetico è sempre stato dominato da una forma patologica di horror vacui: tendo a riempire tutto lo spazio a mia disposizione con un conglomerato di cose discordanti fra di loro, ad indossare troppi braccialetti, a mettere insieme colori forti.
Eppure, singolarmente, il mio pensiero è ossessionato da sempre dal minimalismo: tendo ad una forma altrettanto patologica di minimalismo mentale e ho una vera e propria adorazione per le semplificazioni.

Le semplificazioni sono una delle categorie mentali più ingiustamente disprezzate di questo secolo: viviamo in un mondo abituato a considerarle sempre e comunque negative, perché semplificare vuole dire sempre e soltanto rinunciare a qualcosa.

Verissimo, dico io, e perché no? Siamo davvero sicuri che la complessità sia sempre e soltanto un valore? Non è anche questa, in fondo, una semplificazione… e del tipo più dannoso?

La verità è che le semplificazioni sono demonizzate perché, se vengono fatte nel modo giusto, sono dannatamente difficili da fare! Per ridurre qualcosa ai propri minimi termini e semplificarlo davvero occorre averlo compreso in maniera totale, in tutte le sue sfaccettature.

Ma non basta ancora: occorre averlo posto in relazione con il contesto in modo da aver chiaro il valore di ogni sua parte. Solo in questo modo possiamo iniziare a distinguere il superfluo dall’essenziale: è il lavoro dell’archeologo, che scava con lentezza e toglie lo sporco per riportare in luce il poco che resta di un’antica civiltà.

Quando si è scavato via tutto il resto, rimane il nocciolo della questione: il “fatto essenziale”, come lo chiamava Thoreau. Affrontare solo i fatti essenziali della vita e semplificare è una delle più alte forme di intelligenza.

Emotivamente, il sentimento “vero” è quello che rimane dopo un accurato processo di sintesi alchemica: le persone ci arrivano impastate di emotività, ed è solo dopo un’operazione di filtraggio che riusciamo ad avere chiari i nostri reali sentimenti nei loro confronti. E forse allora scopriamo che quel senso di fastidio e antipatia che ci trasmette un collega in realtà è invidia, che in realtà è ammirazione, che in realtà è insicurezza. O che quel senso di disagio che avvertiamo accanto alla ragazza del nostro miglior amico in realtà è senso di colpa, che in realtà è attrazione, che in realtà è innamoramento.

Occorre precisare che Walden aveva un’unica finalità, quando diceva di voler “affrontare solo i fatti essenziali della vita”: “Volevo vivere in profondità.”

E la profondità è tremendamente difficile da raggiungere. Purtroppo abbiamo limiti grandi, come esseri umani: di tempo, di attenzione, di energie.

Non possiamo fare tutto, amare tutto, comprendere tutto; ciascuno di noi ha dei propri personalissimi limiti oltre i quali non è più umanamente in grado di gestire le complessità e bisogna umilmente imparare a riconoscerli ed accettarli. Capire dove non si possono complicare troppo le cose e iniziare a semplificarle, trovare il giusto e personale equilibrio tra analisi e sintesi, è davvero la massima forma di saggezza.
Ma per arrivarci, forse bisogna smettere di vivere le semplificazioni come superficialità ed iniziare ad accettare che è vero il contrario: per arrivare a una certa profondità bisogna sacrificare qualcosa, almeno in ampiezza.