Il prezzo dell’innovazione

“Innovazione” è una parola che non mi piace. Perché il significato è bello, ma la parola è stata usata talmente spesso e talmente a sproposito che, francamente, non se ne può più. Ormai chiunque si sprechi ad avere un sito internet “fa innovazione” e ogni azienda che spende due centesimi per una fotocopiatrice “investe nell’innovazione”. Cose di dieci anni fa vengono riscoperte e rispolverate come “innovative”. Idee assolutamente improbabili e che nessuno ha mai considerato vengono esaltate come lampi di genio in quanto “innovative”.

Solo una buzz word?

Quando le parole diventano troppo di moda, finisce puntualmente per perdere senso… e nel caso di questa parola specifica è veramente un grandissimo peccato, perché allude a qualcosa di cui ci sarebbe un incredibile ed enorme bisogno, specialmente qui ed ora.  Ci sarebbe bisogno di cambiare le cose… ma di farlo in modo autentico, profondo e sincero: non salendo sul carrozzone della buzz word ma comprendendone il vero senso e anche, soprattutto, il vero prezzo.

Da sempre aziende e persone hanno un rapporto intricato con l’idea di innovazione: è una parola che piace molto, ma solo sulla carta. Se ne parla in termini di branding: “Siamo un’azienda moderna ed innovativa con competenze a 360° gradi”, certo… ma quanti la fanno realmente? E quanti di questi che credono realmente di farla si rendono conto che in realtà buona parte dei loro comportamenti concreti in realtà vanno in direzione contraria? Perché il problema dell’innovazione è che richiede, sempre, un cambiamento. E i cambiamenti, si sa, sono complessi, costosi e soprattutto scomodi.

Cambiare non vuole sempre dire migliorare: spesso dopo un cambiamento c’è un’inevitabile fase di peggioramento… e non è nemmeno garantito che sia solo una fase! Cambiare non vuole sempre dire “cambiare in meglio” e innovare non vuole necessariamente dire “scegliere la cosa migliore”. Non sempre l’innovazione è più performante di prima su tutti gli aspetti: spesso ci sono miglioramenti… e anche qualche peggioramento. Ogni innovazione va valutata a sé, ma una cosa le accomuna tutte: per innovare bisogna scegliere di rimettersi in discussione, trovando il coraggio di dimostrarsi vulnerabili.

La vulnerabilità dell’innovazione

Come sottolineato anche da Brené Brown in diversi dei suoi libri, l’innovazione parte solo dalla vulnerabilità. E la vulnerabilità fa letteralmente a pugni con buona parte del pensiero “aziendalese”: essere vulnerabili fa a pungi con la performance, con il successo, con il sentirsi forti, con il pararsi il culo. Essere vulnerabili vuole dire sbavare e sbagliare e fare casino e perdere tempo, denaro e risorse. E quale azienda può davvero volere tutto questo?

Ed ecco che le aziende prendono l’idea di innovazione e la rendono una buzz word: un magico fluido che trasforma le cose di bene in meglio, che aumenta i dividenti, che fa lievitare i fatturati, che genera influencers milionari (ma quali? ma dove!?) e altre meravigliose bestie mitologiche contemporanee. Perché non è che puoi dire che la tua azienda è meno performante perché tu “perdi” metà del tuo fatturato  in corsi di aggiornamento, o che passare a quel nuovo software richiede notti insonni e investimenti a fondo perso. Perché vuoi un team “giovane e dinamico” ma guai se detto team mostra appena una crepa, un dubbio, un’incertezza. Perché si bello il dialogo, ma non davanti al cliente, non davanti al supervisor, non davanti al CEO, non davanti al project manager, non davanti all’account… e allora con chi dialoghi più? Ed ecco la cultura aziendale arenata a parlare del tempo alla macchinetta del caffé. Ed ecco che in azienda arrivano “consulenti di innovation” che usano il loro tempo per bullizzare le idee altrui, creare una cultura della vergogna, sminuire chiunque provi appena a parlare con una voce fuori dal coro.

Finché non si riesce ad accettare il prezzo inevitabile dell’innovazione, è inutile anche solo parlare di innovazione. Finché non si esce da un immaginario di “nuove tecnologie per il miglioramento magico” e di “mitici flussi di lavoro alternativi per il continuous improvement come fosse antani” non si incontrerà mai l’innovazione. Chi vuole farla davvero dovrebbe prepararsi ad un altro immaginario: meno scrivanie laccate di successi e più delusioni; meno performance e “portiamo a casa il risultato” e più “cazzo, l’abbiamo fatta grossa”; più costi e meno guadagni. E disagio, chili di disagio, quintali di disagio: disagio a pacchi.

Il metro di valutazione? Il disagio.

In ultima analisi l’unico reale metro di valutazione dell’innovazione è il disagio: se non sei sufficientemente a disagio è perché in fondo non stai innovando. Ma questo disagio non puoi semplicemente buttarlo li: devi accoglierlo, gestirlo, accettarlo. Deve diventare una cosa normale: perché è una normale fase della crescita e del cambiamento.

Se siete fra quelli convinti di fare davvero innovazione, potete verificare la cosa con poche semplici domande: sono disposto ad accettare la vulnerabilità mia e dei miei collaboratori e di tutta la mia azienda? Ho alimentato una cultura della vulnerabilità, o una delle competizione? Sono disposto ad accettare il prezzo dell’innovazione, e a pagarlo per me… e per tutti i miei dipendenti?

Smettete di parlare di innovazione, se non siete disposti a fare tutto questo. Smettete di parlare di innovazione se poi trovate più comodo promuovere una cultura del risultato fine a sé stesso e del profitto come unico metro di valutazione delle persone e delle aziende. Smettete di parlare di innovazione quando non sapete accettare il dialogo sincero con persone che vi mostrano i loro limiti. Smettete di parlare di innovazione se non avete capito che i limiti delle persone sono l’altra faccia della medaglia dei loro pregi. Smettete di parlare di innovazione se preferite mostrarvi forti, pararvi il culo e tirare dritto.

Ma ha senso, fare innovazione?

L’innovazione, quella vera, è come un parto: sangue, lacrime e merda in parti uguali, fino alla nascita di qualcosa di urlante che un giorno, dopo anni di fatica, diventerà una persona. E ciononostante nessuno si chiede mai se ne valga la pena.

L’innovazione è un figlio: è quel che possiamo lasciare nel mondo, quando ce ne saremo andati via; è l’unico contributo che possiamo dare sul lungo termine. Se un’azienda non fa innovazione forse genera fatturato… ma è un’azienda, a tutti gli effetti, perfettamente inutile al mondo.

 

2 Comments

  1. Riccardo Mancinelli

    Bell’articolo, un pugno nello stomaco, io ci ragiono molto sull’innovazione, chi parla di innovazione delle soluzioni chi di innovazione di significato chi di innovazione tout court, sono d’accordo che rimane difficile definirla e difficile comprenderla quando te la trovi davanti forse si comprende con il tempo sulla base di un contesto più ampio e dell’impatto che genera.

    • Saperla riconoscere quando ce l’hai davanti forse è già qualcosa: il dramma è che spesso viene messa a tacere anche da chi dice di apprezzarla, perché costa mooooooolta più fatica di quello che si immagina. Fatica emotiva (“Ho un’idea, ma sicuramente se te la dico riderai di me!”), fatica economica, fatica organizzativa. Alla fine l’innovazione va bene giusto come slogan: da attuare veramente spesso è troppo scomoda.

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