Il problema del tono

Il “tone of voice”, inteso come quel mix fra volume, intonazione e sfumatura, è uno degli elementi più complessi, fondamentali e discussi di ogni comunicazione. Trovare i contenuti adatti è ormai un scienza… ma azzeccare il tono è un problema, una complessità, un’arte.

Perché non è solo questione di cosa dire: anche la cosa più corretta diventa sbagliata, se viene detta con un tono inappropriato.

Il problema del tono è amplificato nella comunicazione scritta, dove tutta la corporeità viene a mancare: sarà capitato mille volte a chiunque di sprofondare in una discussione per un’ironia mal colta in chat o per una email “involontariamente” un po’ brusca. È la ragione per cui lo scrivere non ha solo un contenuto e una quantità, ma anche un livello qualitativo, più sottile da cogliere, quantificare, utilizzare (e, aggiungo, monetizzare… ma questo è un altro discorso!)

Ultimamente però la difficoltà più grande legata al tono è un’altra: è tutta una questione di volume. Che continua, incessantemente, a crescere.

Lo vediamo nella politica, dai twit di Trump ai “comizi” dei “politici”, alle dichiarazione dei rappresentanti del Governo: il crescere dei toni è continuo, incessante, massacrante. L’aggressività sembra non bastare mai. Le dichiarazioni devono diventare sempre più assurde, più gonfie, più dissacranti.

Lo vediamo anche nella nostra vita persona: rapporti umani logori che si basano su una continua, perenne, escalation di tono. Amori che diventano una gara a chi urla di più, perché tanto le cose da urlare sono sempre le stesse e le urliamo da anni, l’unica differenza è nel volume. Riunioni di lavoro che diventano estenuanti partite a un ping pong di prevaricazioni. Rapporti di “buona” vicinato che diventano piuttosto maratone di (sempre meno) piccole vendette personali, offese e ricatti (“Lui mette li il passeggino? E io allora faccio pisciare il cane sul balcone!”).

Il problema è che così si innesca una spirale che ha sempre la stessa conseguenza: si finisce per preferire il silenzio alle urla.

Un po’ perché tutto diventa velocemente relativo: quello che ieri scandalizzava oggi lascia freddi, quello che ieri pareva oltraggioso oggi diventa banale, le urla del giorno prima non fanno più notizia. Anni fa la stampa americana prendeva ogni sciocchezza scritta da un presidente senile come oro colato: oggi per avere un po’ di attenzione deve proclamare la luna parte di Marte.

E un po’ perché, alla fine, il volume (come ogni dato quantitativo!) non è infinito e prima o poi si arriva a fondo scala. Offrire sconti è un modo facile per avere clienti… finché non si arriva al sottocosto (o alla saturazione del mercato). Urlare è un modo facile per avere attenzione… finché le persone non decidono di cambiare stanza.

Certo, ogni comunicazione basata solo su quantità e volume è facile da mettere insieme: non servono idee o finezze. Il problema è che se si trascura la componente qualitativa del tono, la comunicazione non diventa semplicemente “povera” ma anche, in tempi rapidissimi, irrilevante.

Ed il tono di voce perfetto non lo scovano le intelligente artificiali, i politici, i social media manager con l’occhio puntato sul numero, i copywriter SEO che monetizzano: è un’arte. E chi la possiede merita appieno, nella vita e sul lavoro, la qualifica di artista.