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In difesa di Facebook

Ovvero: Salvare le persone dai social, per salvare i social dalle persone.

In difesa di Facebook? Io?! Sono davvero l’avvocato del diavolo, lo so. Il mio odio per Facebook è così noto al pubblico da essere occasionalmente fonte di ironia. Ne confronti di Facebook ho in atto una vera e propria faida personale: non sono mai stata iscritta, lo uso il meno che posso e solo “per lavoro”, lo odio, disincentivo al suo utilizzo anche i gatti che passano per strada. Non sono mancate le occasioni in cui l’ho definito (fra le altre cose) “il social network dei cretini” e “la rovina del Mondo Occidentale”.

Se avessi un minimo di coerenza personale, ora che tutti lo criticano, minacciano di cancellarlo (ma solo a parole) e tuonano contro il suo fondatore io dovrei essere la prima a saltare sul carrozzone e brandire un forcone. Invece cosa mi metto a scrivere? Un apologo.

Un apologo a un sistema che non ho e che non voglio usare.

Lo so, lo so… faccio ridere.

Però ecco, vostro onore, posso spiegare: ho barattato la coerenza con la curiosità e mi alleno (non sempre con successo) all’empatia, come unica attività sportiva della mia vita. Quindi in questo momento, in cui tutti (FINALMENTE) prendono atto di quanto sia bacato un sistema per me è inevitabile fermarmi e cominciare a farmi delle domande del tutto opposte. Scrivere in difesa di Facebook non è solo un esercizio di stile: è un modo per chiedermi “che cosa posso fare, io, per farlo funzionare meglio?”

Che cosa non mi piace di Facebook?

In realtà il problema per me è davvero molto semplice: non mi piace il suo algoritmo. E ci tengo a sottolineare subito che non è che non mi piace l’algoritmo di Facebook: non mi piace NESSUN algoritmo.

Si, è perché non sono brava in matematica. Ma non solo per quello: è perché l’algoritmo di Facebook filtra le mie scelte e usurpa il mio consenso. In parole povere: qualcuno decide per me cosa vedo, come lo vedo, quanto lo vedo e in che ordine lo vedo.

A me, che qualcuno decida senza il mio consenso, proprio non va bene: vivo gli algoritmi come una forma di violenza.

Esempio. Se io seguo qualcuno/qualcosa è perché io ho deciso che mi interessa. Poi arriva Facebook, con il suo maledetto algoritmo ed ecco che decide che quel qualcuno/qualcosa no, non mi interessa. A me, in realtà interessano i gattini che il mio amico Pippo condivide a tutte le ore.

Questo perché a tutti gli altri della mia timeline i gattini di Pippo piacciono. O forse perché Pippo ha pagato Facebook per promuovere i suoi gattini. O perché mia mamma ha usato il computer una volta per cercare “gattini”. Le ragioni non sono note, ma ecco che io seguo certe cose/persone e non le vedo mai e in compenso ne vedo certe altre che Facebook (non lui, il suo algoritmo) ha deciso al posto mio.

Sostituite ai gattini di Pippo l’ennesimo bebè urlante, la pubblicità delle spugnette in silicone, il test cretino di turno usato da Cambridge Analytica per profilare gli utenti (erhm) o la fake news della troll farm russa, ed ecco che il problema si ingigantisce.

“Ma se il problema è solo quello è facile: basta togliere l’algoritmo!”

Purtroppo non è così semplice. L’algoritmo è quello che permette a Facebook di guadagnare (tanto). È quello che fa si che ci siano i contenuti sponsorizzati, le pubblicità etc: le aziende pagano per aggirare l’algoritmo e manipolarlo a proprio vantaggio.

Quello che spesso gli utenti dimenticano è che Facebook non è un servizio pubblico: non è li per i comodi loro. Anzi, è vero il contrario: sono gli utenti a essere lì per i comodi di Facebook. Considerato che non paghi per usarlo, non puoi aspettarti nulla da lui… anzi forse devi incominciare a farti qualche domanda.

In ogni transizione commerciale dove la merce è gratis, la merce sei tu. E su Facebook la merce sono gli utenti.

Fermiamoci a pensare un attimo alle implicazioni di questa affermazione, perché è fondamentale per capire buona parte delle attuali tematiche. Se io accetto di usare un servizio che non pago, automaticamente dò il mio consenso a essere usato da lui: da qui in poi sono tutte sfumature. Se questo vi sembra brutto la soluzione è solo una: smettere di usare quel servizio. Questa è la ragione per cui personalmente non ho mai avuto Facebook… e se non sembra una cosa in difesa di Facebook forse dobbiamo iniziare a vederla in un altro modo.

Ma è davvero così sbagliato, Facebook?

Siamo tutti arrabbiati perché Facebook invade la nostra privacy… ma forse abbiamo dimenticato che cosa Facebook ci dà in cambio.

Siamo tutti li a tuonare contro il tempo che ci fa perdere e le dinamiche interpersonali malate che crea… ma forse ci siamo dimenticati del fatto che siamo noi a fissare lo schermo.

“Quindi i social sono buoni o cattivi?”

Ci sono state due cose che hanno cominciato a farmi pensare. La prima è stata un’intervista al cosiddetto “inventore” del tasto Mi piace, Justin Rosenstein.  Rosenstein è anche in co-founder di Asana, un software di “gestione del lavoro” estremamente in voga. L’intervista, alla luce dei fatti recenti, era finalizzata a far venire fuori tutto il marcio dei social… ma le risposte di Rosenstein non sono quelle che ci si aspetterebbe. In particolare quando gli viene chiesto in modo diretto se i social siano “buoni o cattivi” la sua risposta è forse scontata: nel complesso, dice Rosenstein, i social sono buoni. Molto buoni. Hanno fatto bene al mondo. Ma ce lo dimentichiamo perché ora siamo tutti concentrati a parlare di quanto siano una merda: perché va di moda dire che siano una merda.

Il lato buono della visibilità.

La risposta di Rosenstein l’avrei trovata banale se non fosse stato per un semplice collegamento mentale. Proprio quel giorno uno degli artisti che seguo su Instagram ha pubblicato nelle sue storie una foto del padre, davanti a un dipinto. Ha commentato: “Per mio padre era impensabile dipingere da professionista. Gli artisti professionisti erano pochissimi. Eppure ora molti io e molti dei miei amici riusciamo a vivere promuovendo la nostra arte”.

Qui si potrebbe aprire una lunga parentesi su cosa si intende per arte: no, questi ragazzi non scolpiscono teste della medusa in malachite da vendere ai milionari russi… magari vendono adesivi su society6. Però hanno una cosa in comune con Damien Hirst: con quello che fanno ci pagano le spese. Questo perché attraverso i vari canali online riescono a promuoversi abbastanza da trovare un pubblico…

E non sono solo gli artisti, a poter vivere meglio grazie ai social. Con un po’ di impegno e una spesa non eccessiva ogni piccola impresa può farsi conoscere al proprio target.

E non sono solo le imprese, a farsi conoscere. Non è un caso se il movimento #MeeToo si chiama come un hashtag.

Siamo così abituati a vivere la visibilità come una forma di egocentrismo da dimenticarci che ci sono dei lati molto positivi nell’essere visibili: ci sono storie che altrimenti nessuno avrebbe raccontato.  YouTube non è solo un posto di video cretini (o addirittura offensivi), ma anche una piattaforma dove promuovere il dialogo dentro e fuori la comunità LGBT, dove trovare tutti i TED che siano mai stati fatti o dove raccontare un po’ meglio come funziona la scienza, quella vera.

Ribaltiamo punto di vista, ricominciamo a stupirci.

Magari per voi non è così, siete esperti di mindfulness e ogni giorno riuscite a ricordarvi di quanto sia positivo il mondo… ma personalmente (e so di non essere l’unica) ho molta più facilità a concentrarmi sugli aspetti negativi delle cose. Quindi Facebook è questa macchina mostruosa che fomenta l’ignoranza etc. Ma fermiamoci a pensare: sono arrabbiata con un algoritmo. No, seriamente: è possibile avercela con un algoritmo? Non so nemmeno cosa sia, un algoritmo. Eppure ce l’ho con lui. Ce l’ho con lui al punto da dimenticarmi che quello specifico algoritmo è solo un pezzo di qualcosa di più grande…

Ci sono tanti aspetti specifici di Facebook, come sistema, e dei social, come nuova dinamica di interazione, che non mi piacciono per nulla. Ma in difesa di Facebook ci sono anche tantissime cose positive, che forse facciamo male a dare per scontate. Una su tutte: non è obbligatorio esserci. Sono libera di scegliere non solo cosa seguire e come farlo, ma anche se partecipare o meno alla conversazione.

Invece di insistere sulla negatività quello che mi sforzo costantemente di fare, qui nel blog e non solo, è spostare l’attenzione sulla responsabilità: siamo noi a scegliere e dobbiamo farlo responsabilmente, rendendoci conto di quali siano le dinamiche dietro alle nostre scelte.

In difesa di Facebook si può dire che è solo un mezzo. Usarlo bene o male è in larga misura responsabilità degli utenti.

Questo ovviamente non toglie che Facebook, da molti punti di vista sia indifendibile: il suo comportamento è stato un’ulteriore violazione di quel consenso che già stava in parte usurpando. Se scrivo in difesa di Facebook non è perché penso sia senza colpa: ANZI. Continuo a non esserci, continuo a pensare di non stare perdendo nulla. Ma non sono tanto cieca da non capire che ci sono modi intelligenti e utili per usarlo: può diventare un canale per conoscere temi importanti, seguire cose interessanti e supportare attività commerciali che ci stanno a cuore e che, senza di lui, non avremmo mai trovato.

Forse semplicemente dovremmo prenderci la responsabilità dello spazio che occupiamo. Online, come altrove. 

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