L’Italia nella morsa dei social

Internet è fra noi da vent’anni. I social network, nella moltitudine dei loro esempi, da quasi dieci. Eppure in Italia ancora si urla al miracolo, ancora si parla di rivoluzione digitale, ancora si riempiono i giornali, cartacei e non, di discussioni: “Twitter e la violenza”, “I social ed il Festival di Sanremo”, “Facebook omofobo”, “Grillo e la democrazia coi blog”.

 

Perché il problema non è la violenza verbale, non è lo schifo della tv italiana, non è l’omofobia, non sono i partiti politici: il problema è che tutto questo accade sui “social” (un’entità quasi mitologica a cui tutti si collegano ogni mattina ma che in Italia ha ancora un alone tutto magico).

Nel frattempo, agenzie di comunicazioni che si proclamano “esperte” e dovrebbero essere popolate di “professionisti” parlano ai propri clienti di fumosi concetti quali “pensiamo a qualcosa da fare coi social”. E i clienti, da bravi coglioni, le stanno pure a sentire.

In Italia, stiamo ancora parlando di un contenitore come se fosse un contenuto ed il mezzo fa ancora più notizia della notizia.

Internet, i social, le app, il mondo digitale che tanto vi affascina e vi terrorizza e su cui vi sprecate a versare fiumi di inchiostro digitale, diversificando casistiche e vivisezionando fantomatiche rivoluzioni eternamente in atto non sono niente: sono solo stupidi canali.

 

La fuori il mondo va avanti: ed è un mondo violento, omofobo, egoista… che però ha nuovi modi per comunicarsi, in maniera più efficace.

I social sono solo un mezzo, non un fine: bisogna capire come usarli per comunicare le proprie idee e innescare un dialogo (biunivoco), non pensare che siano di per sé un’idea.

Non esiste “la violenza sui social”: purtroppo esiste la violenza nella vita reale, che i social amplificano perché aiutano le teste di cazzo a incontrarsi fra di loro.

Non esistono “strategie per i social”: esistono strategie di comunicazione integrata, che trovano nei social un nuovo canale per essere amplificate.

Invece in Italia siamo ancora qui a fare polemica fine a sé stessa.

 

In fondo aveva ragione Arthur C. Clarke: “Ogni tecnologia sufficientemente avanzata è indistinguibile dalla magia”. E in Italia siamo sufficientemente ignoranti da vivere ancora nel magico mondo di Pollon.