La comfort zone è uscita da sé stessa

Avrei voluto intitolare questo brano “Appunti su un concetto che ha ufficialmente rotto i coglioni”, ma la parola comfort zone ovviamente è MOLTO più performante come SEO, sicché… eccomi qui a utilizzare con profitto il carrozzone da cui voglio scendere, che è quello di queste buzz words che nascono per esprimere concetti interessanti e anche utili e finisco per diventare degli slogan mercificati a uso e consumo di altre idee, molto meno interessanti e sicuramente molto meno utili.

Il luogo dei luoghi comuni

L’idea di comfort zone è ormai associata solo e unicamente a un concetto negativo. La comfort zone è l’equivalente mentale della pizzeria sotto casa, che fa una pizza disgustosa ma in cui puntualmente si finisce per andare perché tanto Foodora te la porta sempre fredda. La comfort zone è lo sforzo intellettuale di un impiegato comunale che la sera si addormenta guardando un talk show in tv; è un film che sapete a memoria e non vi piace neanche più di tanto; è un giallo dove l’assassino è il maggiordomo (e lo avete capito dalla quarta pagina).

La comfort zone è uno spazio mentale asfittico, che non serve a nessuno e a niente, da cui non può venire fuori niente di produttivo: è l’antitesi dei concetti di creatività e genio che da un po’ di secoli a questa parte vanno tanto di moda. Lavorativamente la comfort zone è il male assoluto, un ambito mentale per cui instaurare una vera e propria caccia alle streghe, uno spazio da rifiutare come una corsia di ospedale che puzza di alcol e ammoniaca.

E va bene, lo capisco: fare sempre le stesse cose e sempre nello stesso modo di certo non porta a ottenere risultati diversi… quindi per migliorare il cambiamento è fondamentale. Capisco anche che la curiosità intellettuale non basti mai e vada sempre stimolata e che imparare cose nuove sia essenziale anche per fare meglio/diversamente quelle vecchie. Capisco che sul lavoro le persone vadano pungolate, stimolate, educate, accompagnate, incentivate e titillate in continuazione e senza sosta… perché altrimenti non lavorano proprio. Lo capisco, davvero.

Vorrei però fare garbatamente presente una cosa: la comfort zone è uno spazio che ha anche un sacco di buone qualità!

In difesa di un’idea incompresa

Il lavoro creativo, quello vero, ha bisogno di una confort zone come una pianta ha bisogno di una serra. Ci sono fasi della vita di un’idea nuova che hanno un bisogno estremo e insostituibile dell’humus e del riparo di una comfort zone: perché senza quel riparo NESSUNA nuova idea può venire al mondo. No, quell’idea nuova non può passare tutta la vita dentro quella sera. Si, sarà inevitabilmente tirarla fuori da li e farla scorazzare nel mondo. Ma a furia di ingigantire la retorica dietro alla “sperimentazione” e alla “novità” si finisce per dimenticare quanto la “sicurezza” sia fondamentale per arrivare a delle idee nuove.

Senza una confort zone da cui partire non ci sentiamo abbastanza a nostro agio per agire… ed eccoci li fermi e immobili, alla ricerca spasmodica del colpo di genio che ci salverà e che non arriva mai. Ogni brainstorming parte dalla comfort zone e la lascia poco a poco, senza fretta e solo nel momento in cui serve.

Ma non solo: spesso in termini lavorativi questa demonizzazione del concetto di comfort zone ci porta a dimenticare come quello spazio lì sia uno spazio privato, personalissimo e con una dimensione quasi “sacra”.

Uno spazio personalissimo

Non si esce dalla propria comfort zone a comando: non funziona così. Chiedere a qualcuno di abbandonare la propria comfort zone vuole dire obbligare qualcuno a fare qualcosa che non si sente di fare: insomma è, fondamentalmente, una mancanza di rispetto.

Questo perché ogni comfort zone è uno spazio completamente e totalmente privato: ogni singolo individuo ne fissa i limiti e i confini e sta a lui (e solo a lui!) decidere come, quando e se oltrepassarli. Ogni forma di obbligo a abbandonare la propria sicurezza intellettuale è un’invasione che può avere effetti solamente negativi: le insicurezze delle persone non sono facili da cambiare, anzi! Di solito le persone sono legate alle proprie insicurezze ancora più a doppio filo di quanto siano legate alle proprie idee…

Non sta alle aziende pretendere che i dipendenti escano dalla loro confort zone: le aziende possono solo, al massimo, incentivarli. Come? Facendoli sentire apprezzati e accolti anche mentre vanno a tentativi e (inevitabilmente) sbagliano, fuori dal luogo mentale dove si sentono sicuri.

Peccato che poi, in realtà, nel mondo del lavoro la comfort zone sia qualcosa di molto diverso.

E fattela, una risata!

Quello che di fatto è accaduto è stata una completa mercificazione del concetto di comfort zone. Quando qualcuno non vuole fare quello che serve all’azienda e che lui (ahinoi!) non è in grado di fare, ecco che “è un bravo ragazzo, ma non vuole uscire dalla sua comfort zone”: è la versione moderna di “è intelligente, ma non si impegna”.

L’uscita (sempre positiva e sempre necessaria) dalla comfort zone è un ideale in nome del quale si può chiedere qualsiasi cosa, a chiunque. Se “chiunque” non lo fa… la colpa è sua, che è “poco disponibile”. Commenti come ” Ti prendi troppo sul serio” (perchè in certi casi anche la serietà diventa un limite!) e l’inevitabile “E fattela una risata!” sono dietro l’angolo.

La comfort zone per i freelance è spesso più o meno questo: quello che sai fare bene e che non ti viene chiesto di fare, perché dovrebbe essere adeguatamente ricompensato. E allora, evviva la non-comfort zone: lo spazio meravigliosamente sperimentale (e altrettanto meravigliosamente sottopagato) in cui si vivacchia di improvvisazioni, tentativi e “mai fatto prima ma ora cerco il tutorial”.

Ridefinire il proprio spazio

C’è un tempo e un luogo per ampliare i propri confini intellettuali, per sperimentare, per scardinare il sistema, per uscire dagli schemi. Sono un tempo e un luogo fondamentali per la crescita di ogni individuo e tutti noi abbiamo il dovere di definirli, di cercarli, di trovarli. Quei confini sono quelli che ci rendono le persone che noi siamo: ci definiscono, sono parte di noi… e ampliarli è l’anima del nostro progetto di sviluppo interiore, personale, lavorativo e umano.

Il tempo e il luogo in cui articoliamo i nostri confini non sono però un nostro dovere: sono anche un nostro diritto. Che dobbiamo strenuamente far rispettare, perché sta solo e soltanto a noi decidere quali siano quei confini. Nessuno può sentirsi nella posizione toccare i limiti che noi abbiamo deciso di definire: nessun azienda, nessun partner sentimentale, nessun amico, nessun guru santone analista o “life coach”.

Riprendiamo il controllo e la responsabilità della nostra comfort zone: è nostra e la gestiamo noi. E se ci fa di ampliarla, la cambieremo noi, quando e come vorremo, perché ciascuno è signore in casa propria…

… ma chi, potendo, non vorrebbe trasferirsi subito in una casa molto più grande?

Photo by Yann Allegre on Unsplash