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La gratitudine serve a poco

Ogni giorno leggo inviti (religiosi e non) alla “gratitudine”: bisogna ringraziare Dio, la mamma, gli amici, chi ci ama… Ringraziare ci rende migliori, ci aiuta a relativizzare, ci fa capire che possiamo sempre essere felici, eccetera. Vero.

Ma questo modo di pensare finisce per ritorcersi contro di noi, perché ci spinge a concentrarci sempre su quello che ci viene dato, dalle persone e dalle situazioni, e non su quello che possiamo e dobbiamo dare noi: il punto non siamo più noi, ma quello che gli altri fanno per noi.

Ed ecco che in ottica sentimentale il vero amore è sempre e solo qualcuno che ci protegge e ci coccola e ci cura (guai, guai a metterci in discussione!) e in ambito lavorativo perseguiamo strenuamente gli impieghi-cuccia, quelli in cui appallottolarci ed essere felici. E ci troviamo radicati nella nostra comfort zone, quella cuccia di benessere che ci rende felici e di cui siamo grati, certo… ma che non ci porta da nessuna parte!

Tutto diventa molto limitativo ed egocentrico, ed i nostri rapporti umani diventano puri esercizi di egoismo: apprezziamo le persone e le situazioni SOLO per quello che ci danno!

Invece persone e situazioni andrebbero apprezzate non per quello che ci danno, ma per quello che si prendono, per quello che ci obbligano a tirar fuori (qualcosa che magari non sapevamo neanche esistesse!), per quando ci fanno piangere la sera e svegliare incazzati come animali la mattina, pronti a fare, a cambiare e a migliorare. 

Ricevere ha senso solo in funzione di cosa suscita in noi, di quale reazione contraria va ad innescare. Se quello che riceviamo ci rende contenti, seduti, grassi e soddisfatti… forse abbiamo ben poco di cui essere grati.

Il miracolo non è l’Amore incondizionato che riceviamo, ma cosa questo Amore ci faccia diventare: un collega bastardo può essere molto più stimolante che non un amante accecato dall’affetto e incapace di vedere il noi il minimo difetto (e di correggerlo).

Invece di intonare lodi ed essere grati, facciamo il contrario: chiediamoci cosa possiamo fare per far si che qualcuno pensi a noi con gratitudine. Meno preghiere e più esami di coscienza!

E nel valutare le persone e le situazioni smettiamo di pensare a cosa ci possono dare e cominciamo a chiederci: “Cosa ci possono chiedere? Che cosa mi potrebbero obbligare a tirar fuori?”.

(E si, c’è uno spazio per festeggiare i propri risultati e intonare inni di gratitudine… ma non deve occupare più di 10 minuti della vostra giornata, quel tanto che basta a sapere che siamo bravi. Poi si va avanti.)