L’arte di chiedere

Quando si dice che dai bambini c’è molto da apprendere, di solito si pensa a qualità come l’innocenza, l’apertura mentale, la generosità… Invece c’è una sola cosa che amo dei bambini: la loro animalesca sincerità. 

I bambini sono le uniche creature al mondo che dicono esattamente quello che pensano: “Il re è nudo!”.

Sono anche le uniche creature al mondo che chiedono esattamente quello che vogliono: così, senza fronzoli, senza preamboli, senza giri di parole, senza motivazioni. E non è un caso se, il più delle volte, lo ottengono senza alcuna difficoltà: perché questo è il modo migliore per chiedere.

Invece poi cresciamo, ci complichiamo, ci perdiamo in un dedalo di costruzioni (altrimenti dette: seghe) mentali: fare una richiesta, di qualsiasi tipo, diventa un incubo. Perché ci vergogniamo. Perché abbiamo paura che non venga accolta. Perché ci sentiamo in una posizione di inferiorità. Perché non siamo così sicuri di volerlo.

Poi c’è un’altra costruzione: la più assurda, la più inutile, la più fintamente complessa della psicologia umana. Il più delle volte pensiamo che se vogliamo davvero qualcosa non possiamo e non dobbiamo chiederla a nessuno: deve succedere, da sola; gli altri devono darcela spontaneamente.

In altre parole ci aspettiamo che gli altri arrivino da soli a comprendere e provvedere alle nostre necessità, sollevandoci così dalla scomoda “umiliazione” di chiedere loro.

È una strategia particolarmente in voga fra le donne: le donne, in quanto donne, non possono chiedere. Soprattutto non possono chiedere al loro uomo! Perché se lui non ci arriva da solo “non vale”: in quel caso il dono risulta sminuito. Invece deve essere spontaneo.

Le donne sono infelici perché non hanno compreso la sublime arte del chiedere. 

Questo atteggiamento condanna le donne all’infelicità eterna: perché nella storia dell’umanità gli uomini che hanno capito qualcosa sono pochissimi, e mai nessuno di loro ci è arrivato senza un complesso a strutturato manuale di istruzioni.

E condanna anche gli uomini all’eterna incomprensione: perché anche quelli armati delle migliori intenzioni di questo mondo non ce la fanno proprio e prima o poi si trovano accanto al loro migliore amico (vale a dire, una birra) a scuotere la testa dicendo: “Non ce la faccio, non la capisco, cosa vuole da me?”

È la sindrome della principessa nella torre. 

Lei si siede li e aspetta: qualcuno prima o poi intuirà da solo che lei in quella torre si annoia e che vorrebbe essere salvata, ma assolutamente sarebbe disdicevole da parte sua chiederlo esplicitamente.

Quando non arriva nessuno, si arrabbia come una pantera e tuona che il mondo è insensibile, che nessuno comprende, che non c’è altruismo, attenzione per il prossimo, rispetto.

Ma non sarebbe tremendamente più facile per tutti (uomini e donne) tornare a fare come quando eravamo bambini? Puntare un dito e urlare: “Voglio quello!”, in maniera semplice e immediata, senza vergogna e senza giri di parole. 

E pazienza se nessuno ce lo consegnerà, pazienza se ci saremo mostrati deboli, bisognosi, pazienza se verremo ignorati: in fondo cosa abbiamo da perdere? Almeno ci siamo mostrati sinceri.

Soprattutto, almeno non avremo perso tempo inutilmente: perché alla fine i giri di parole, le costruzioni mentali e gli stratagemmi sono solo una perdita di tempo. 

 

I vincenti sono quelli che se vogliono qualcosa lo chiedono, con la stessa brutale sincerità dei bambini. E se nessuno glielo trova, se lo vanno a prendere da soli.