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L’attesa non dovrebbe esistere

Attesa = spazio di tempo in cui ci sentiamo legittimati a non fare niente perché stiamo aspettando che qualcun altro faccia qualcosa.

Altrimenti detto: l’attesa è quel magico luogo in cui fissiamo il telefono per ore, aggiorniamo le mail ogni 4 secondi, tamburelliamo con il piede, fumiamo una sigaretta dietro l’altra, imprechiamo contro il collega che non ci manda il report su cui dobbiamo lavorare. E non facciamo assolutamente niente.

Nelle nostre vite moderne ed iper produttive l’attesa è l’unico spazio non-multitasking: attendiamo e basta, possiamo al massimo fissare il telefonino senza neanche vedere cosa sta scritto sul monitor, o perdere tempo tra mail, Facebook e attività correlate.

Ma di portare avanti una qualsiasi attività produttiva mentre siamo in attesa, no, non se ne parla proprio: perché se stessimo facendo altro quella non sarebbe più un’attesa.

Quando si aspetta qualcosa (o qualcuno) si aspetta e basta, tutto il resto è in stand by.

Come se il nostro non fare nulla possa in qualche modo agevolare o velocizzare la cosa che stiamo aspettando; come se la concentrazione ossessiva su quella singola cosa la possa magicamente concretizzare.

Invece no. Pensandoci non passa e non succede.

E ci sono ottime possibilità che la cosa che aspettiamo tanto andrà avanti a non succedere finché ci limitiamo ad aspettarla, senza farla accadere.

Forse aveva ragione la maestra del catechismo (se solo non fossimo stati troppo occupati a colorare il libro con le figure invece che a starla a sentire!): nella dimensione evangelica l’Avvento è un momento di allerta e di preparazione. E sarebbe tremendamente utile usare le nostre attese con lo stesso spirito: non passivo, ma attivo; meno sigarette fumate e unghie mangiate, più consapevolezza e preparazione.

Il report che il nostro collega non ci manda non arriverà più in fretta, in questo modo, ma quando finalmente lo avremo per le mani potremo lavorarci più velocemente.

In alternativa potremmo anche prendere in considerazione l’idea di alzare il culo dalla sedia e andarlo a chiedere… (ma questa è un’altra storia).