Lavorare bene in team: l’unica regola utile

Giuro che questo titolo non è un clickbait. Questo articolo contiene l’unica, fondamentale, magica regola che serve a qualsiasi team per lavorare bene in team. No, non sto scherzando. Leggete questo e tutte quelle barbosissime e costosissime attività di team building (“Facciamo le torte/bugee jumping/Gardaland/il corso di macramé/le lezioni di cucina(la cena aziendale/il calcetto/lo psicologo tutti insieme!!!!!”) diventeranno inutili. La vostra vita lavorativa è destinata a una svolta. Che dico? Per LA svolta. Stavolta nessuna complicazione inutile: sono qui solo per semplificare.

L’unica regola per lavorare bene in team è questa: rispettare le competenze degli altri membri del team come complementari alle proprie.

Se vi sentite delusi e dentro di voi sta te pensando “Ma come? Tutto qui?!” i casi sono due: o questo articolo è un puro clickbait e la delusione che provate e la logica conseguenza di quello, o non avete ancora colto appieno la rivelazione. Per aiutarvi a coglierla, analizziamo insieme punto per punto l’affermazione qui sopra.

Rispettare le competenze

Sembra facile, non lo è. Citando indirettamente Bilbo Baggins: il 90% delle persone che parlano di rispetto e che dicono di trovarlo essenziale non ha alcun rispetto per il 90% delle persone che dice di rispettare. E questo è ancora più vero nel mondo del lavoro.

Qualsiasi persona inserita nel mondo del lavoro inizia la propria giornata lavorativa ripetendo nel proprio inconscio il seguente mantra: “Il mio lavoro è più importante, difficile e significativo di quello di chiunque.” E no, questa non è una buona base di partenza per il concetto di rispetto necessario a lavorare bene in team.

Inutile negarlo. Forse siamo dei manager e pensiamo a quanto siano limitati tutti gli altri, sotto di noi, laggiù nella piramide gerarchica, che non vedono le cose abbastanza dall’alto. Forse siamo creativi in un’agenzia di comunicazione e pensiamo a quanto siano paraculi gli account, capaci solo di dire sempre di si ai clienti. Forse siamo commerciali e spregiamo i tecnici, bieca manovalanza, che fa (male, ovviamente!) i prodotti che noi fatichiamo a vendere, o forse è il contrario e siamo tecnici intenti a spregiare i commerciali troppo pagati, che fanno mercimonio del nostro duro lavoro senza capirlo. Forse siamo ingegneri e ironizziamo sugli architetti, o forse è il contrario.

Siamo tutti uguali in una cosa: chiunque lavora accanto a noi vale meno della metà di noi, che siamo poveri tesori incompresi. L’empatia è illustre assente. Non proviamo nemmeno a capire che cosa succeda nella testa e nella quotidianità di chi abbiamo accanto: troppo spesso il nostro lavoro procede per compartimenti stagni.

La colpa, spesso, non è nemmeno solo nostra: bisognerebbe pensare a dei modi più efficaci per far fare esperienze un po’ più trasversali a tutti. E non solo in termini di formazione, per fare esperienza astratta. Forse tutte le aziende e tutti i settori potrebbero beneficiare da scelte come quella di Zappos, che obbliga TUTTI a collaborare nel team di customer care. Questa trasversalità di esperienza e di lavoro renderebbe molto più facile capire quali siano le tematiche e le difficoltà delle altre persone del team e renderebbe il lavoro di tutti un po’ più produttivo. Non solo per il team, ma anche per il risultato finale.

Complementarietà

Per funzionare bene, una squadra deve essere formata da persone con caratteristiche, esperienze e capacità diverse… ma tutta questa diversità spesso diventa un’arma a doppi taglio e finisce per paralizzare l’empatia e la comunicazione. Come faccio a rispettare qualcuno che non capisco?

La complementarietà delle competenze è un’arma segreta complicata, da gestire. Il suo contrario è la competizione.

Poco importa che le persone siano in realtà chiamate a lavorare insieme al medesimo risultato: spesso finiscono per dimenticarselo. Il risultato collettivo è meno importante delle piccole, meschine battaglie quotidiane per mettersi in buona luce e prevaricare. Questa non è solo una logica conseguenza della mancanza di rispetto (vedi sopra), ma anche un’evidente richiamo al fatto che non viene riconosciuto il carattere complementare delle competenze altrui.

Addirittura, in molte aziende la competizione interna viene alimentata come produttiva: quale modo migliore per tenere i team “giovani e dinamici” sempre “taglienti ed aggressivi”, se non alimentare sempre la competizione interna? Questo comportamento è tanto più paradossale negli ambienti creativi (siccome è scientificamente provato come la competizione sia l’anatema della creatività) ma avviene un po’ ovunque, spesso in modo subdolamente inconscio.

Basterebbe provare ad ascoltare le persone, per capire che valore aggiunto e complementare al nostro hanno da mettere sul tavolo. Invece spesso il dialogo fra colleghi è un “ammazzare il tempo senza ascoltare finché non tocca a me dire la mia”, e no, questo non è dialogo. Non sarebbe così se la persona che sta parlando fosse riconosciuta come complementare: ci sarebbe qualcosa di utile da ascoltare.

La complementarietà genera l’ascolto. E l’ascolto è alla base del rispetto.

Lavorare bene in team… è possibile?

Ovviamente si. E non è nemmeno difficile… ma per farlo occorre un impegno radicale e consapevole ed un coraggio da leoni.

Bisogna avere l’umiltà assoluta di riconoscere a chi lavora con noi delle competenze che noi non abbiamo.

Ammettere di essere ignoranti, inferiori, incapaci, bisognosi, incerti: tutto questo è alla base di ogni persona che vuole avere una chance di lavorare bene in team. E quanti sono disposti a farlo, sul luogo di lavoro?

Non è quello che ci hanno insegnato, quanto abbiamo cominciato a lavorare! Ci hanno insegnato, prima di tutto, a pararci il culo, proteggerci, farci percepire come fondamentali. Ci hanno insegnato che ogni persona accanto a noi è in competizione con noi per il posto in paradiso. Ci hanno insegnato a essere solo i migliori.

Ma in un team non servono solo i migliori: servono tutti. Inclusi quelli che non sono migliori. Inclusi quelli che ne sanno meno, di quello (ma più di un altro argomento, magari?), inclusi i timidi, gli insicuri, i silenziosi.

In un team bisogna, innanzitutto, creare uno spazio sicuro, dove tutti possano mettere da parte la competizione per riscoprire la complementarietà. E per farlo bisogna creare una cultura aziendale, diversa, e non solo sulla carta, ma anche nella quotidianità.

Photo by Josh Calabrese on Unsplash