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Le tre lezioni della pixel art

Prendete Van Gogh. O Leonardo. O un altro grande, indiscusso genio artistico. O qualsiasi portentoso grafico con il suo splendido Photoshop.

Toglietegli i pennalli, toglietegli i colori, i grandi spazi, le tele, le mille possibilità tecniche.

Lasciategli solo una manciata di cubetti e di colori, un primitivo set di Lego.

Ditegli di creare con quelli, e solo con quelli, e avrete più o meno un’idea di cosa sia la pixel art.

La pixel art è la forma più semplice, più primitiva, più minimale di rappresentazione. I computer non c’entrano più di tanto: per secoli le nonne hanno fatto pixel art ricamando a punto croce, con cubetti di tela grezza, colori limitati dalla disponibilità della locale merceria e tanta, tanta pazienza.

(Chissà perché quando lo facevano le nonne era “che palle”, ma ora che lo fa il nostro vicino di casa su un MacBookEsticazzi da un quanquillione di dollari astrali è “figatona galattica”. Prima lezione del giorno: il computer rende tutto “art”.)

Potete provare a fare pixel art anche voi, perché so già cosa state pensando: “se ci riesce la mi’ nonna, ci riesco pure io, al volo”. E in effetti è proprio così: non ci vuole nulla… ed è proprio quel tipo di nulla a renderla così difficile. La pixel art non è art: è un puro e struggente esercizio di minimalismo. È quello che rimane dell’art quando si è tolto tutto: cubetti colorati.

(Ora non vorrei sembrare quella che la mette giù dura per giustificare i propri evidenti insuccessi… ma credetemi, non è per niente facile! Anzi! Chissà perché disegnare con colori e pitture e tavolette grafiche e vettori e pennelli e carta e tutto il resto è terribilmente più facile! Seconda lezione del giorno: il minimalismo è un esercizio di esasperazione. Un esercizio DIFFICILE.)

Ed è bellissima.

Perché quando si rimuove tutto, rimangono solo le idee. Le banalità. Le semplicità più esasperate. Un devastante labor limae di cubetti riposizionati fino a comporre qualcosa di vagamente sensato che poco per volta diventa tutto un mondo. Arte concettuale nell’era in cui tutti hanno un PC.

E mentre stavo li ad allineare pixel mi chiedevo che cosa rimanesse dell’arte o di quella cosa che noi chiamiamo arte e che tante volte non sappiamo bene cosa sia. E dopo interi rosari di imprecazioni e di numerose maledizioni verso tutto e tutti, mi sono risposta.

Rimane quella forma un po’ idiota di “manualità” che avevano le nonne.

Dell’arte, rimane la pazienza.

La pazienza: la virtù più inutile e bistrattata della moderna società 2.0, tutti con il cellulare in mano per non sprecare neanche quel secondo in cui si porta fuori il cane. La pazienza: quella cosa sempre data per scontata, di cui a nessuno importa più nulla (tranne forse alle nonne).

Cosa rimane dell’arte, quando si toglie tutto? Rimangono i cubetti colorati, allineati insieme con pazienza.

E mentre i foglie e la carta e i pennelli e i colori mi bloccano, con le loro infinite possibilità, questi cubetti colorati mi liberano: perché in fondo le possibilità sono così poche che tutto sembra già deciso, era solo questione di avere pazienza e di allineare qualche cubetto.

Quindi ecco la Terza lezione del giorno: quando dicono che i limiti aiutano ad essere creativi, hanno ragione. Ma non perché obbligano a chissà quale idea, per compensare: semplicemente perché forniscono una struttura, dei limiti fisici, su cui lavorare, con pazienza, dopo aver chiuso in un cassetto tutte le fantomatiche esuberanti idee di arte magistrale che avevamo in testa.

Rimangono i cubetti colorati.

 

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