Oggi un mio carissimo amico, di notorie tendenze anarchiche, ha criticato con veemente passione i miei jeans strappati, nuovi di zecca. In fondo il mio amico ha ragione: viviamo in un mondo dove i difetti si pagano più della perfezione, solo perché vanno di moda.
Ma quello che il mio amico, che come tutti gli anarchici non segue la moda, non sapeva è che i miei jeans di oggi erano ancora peggio di quel che sembravano.

Il modello, comprato da GAP, si chiama “Sexy boyfriend”: un jeans un po’ logoro e un po’ largo, progettato per imitare con cura l’effetto del jeans di lui addosso a lei. Come se un jeans potesse essere creato su misura per esprimere la sensualità e la complicità di un indumento raccattato di fretta da terra, dopo una notte di passione, e indossato con la grazia disinvolta di una donna che si sente così figa che non ha neanche bisogno di vestiti da donna per esserlo (lui si sveglia dopo, e si trova con il leggins aderentissimo di lei, ma questa è un’altra storia).

Quindi nei miei jeans da 70 dollari non c’era solo una finzione di moda, ma una finzione di esperienza: nel loro essere logori e nel loro imitare ad arte un pantalone maschi si annida la voglia di fingere tutta una complessa e personalissima situazione. Indossare i vestiti di qualcun altro è un po’ portargli via l’anima: è un grado di complicità che non ha prezzo. Tutto il resto è in vendita da GAP a 69.95 dollari.

Per quella cifra posso SEMBRARE una che si è svegliata alle 11 fra le nerborute braccia del suo lui, ha raccolto da terra “la prima cosa che ha trovato” ed è uscita a pranzo, bella come il sole nonostante la notte in bianco (o forse proprio grazie a quella): e chi non li pagherebbe 70 dollari (anzi, 69.95!) per sembrare tutto questo?!

Notare bene: altri negozi definiscono lo stesso modello di jeans “Ex boyfriend”. Che è la stessa storia di prima, in versione depressa: perché cosa ti lascerebbe mai in casa lui, dopo averti lasciata, se non un jeans logoro?

Poi qualcuno di più anarchico di me potrebbe obbiettare che viviamo in un tragico mondo dove è possibile acquistare l’apparenza che si preferisce, e io dovrei pure dargli ragione… ma in realtà quello che mi intriga è il modo in cui scegliamo di apparire: dimessi, usati, stropicciati.
In un mondo usa e getta, il passato diventa un valore tale che arriviamo a simularlo, a inventarci le storie dietro agli oggetti, a creare oggetti nuovi con storie vecchie simulate disegnate sopra. L’esperienza passata vale più di ogni altra cosa: lo storytelling è il valore sovrano.

Questa parola è salita alla ribalta del marketing anni fa, ed è assai probabile che sia li per rimanere. Wikipedia la eleva a “disciplina”, ma il suo significato è molto semplice: vuole dire creare una storia, per conferire valore aggiunto a qualcosa. Vuole dire che questo non è un paio di jeans: sono jeans dietro a cui immagino tutto un mondo di situazioni, di rapporti umani, di complicità, che me li fa risultare doppiamente desiderabili. Sono jeans goffi e con un buco sul ginocchio, ma io non li voglio per il loro intrinseco valore estetico: li voglio perché parlano di un mondo, perché hanno una storia che mi risuona dentro e con cui mi identifico.

Lo storytelling è un meccanismo umano, intimo, bellissimo: il cervello umano empatizza subito con le storie, non con gli oggetti nudi e crudi. Questa strategia ha preso piede in quasi ogni ramo della fuffologia, dal marketing alla pubblicità: non posso più venderti qualcosa, se non ti racconto la storia che c’è dietro e non te ne motivo l’acquisto.

Perché in realtà lo storytelling è un modo come un altro per creare valore dove in realtà non ce n’è: è soltanto la nuova frontiera del culto dell’apparenza, un modo nuovo per renderla meno apparente.

Lo storytelling è profondità simulata: come raccontare ad un bambino che un ciondolo di latta ha poteri magici, perché viene dall’interno di un fatato uovo di cioccolato. Come illudere i passanti che quei pantaloni appartengano davvero a qualcun altro, con cui sono tanto in confidenza da indossarli.

Ma con tutto lo storytelling del mondo, la realtà non cambia: i miei erano goffi pantaloni sportivi… e mi facevano anche il culo grosso.

Categorie: idee, markette

Una risposta finora.

  1. […] Oggi un mio carissimo amico, di notorie tendenze anarchiche, ha criticato con veemente passione i miei jeans strappati, nuovi di zecca.  […]

Rispondi