Ossessioni condivise

Che bello, avere internet e poter condividere con dei perfetti sconosciuti di cui non ci importa assolutamente nulla quello che non diremmo mai ai nostri più cari amici. Ma è davvero così bello?

L’essere umano non è progettato per stare da solo: deve avere accanto qualcuno con cui condividere i pensieri, le parole, le idee. Ed internet, con il suo proliferare di social di ogni tipo, permette la condivisione assoluta e totale di ogni cosa.
Per le idee brevi abbiamo Twitter, per quelle lunghe i blog. Per le situazioni e le amicizie c’è Facebook, per le immagini Instagram, per la musica Spotify. Viviamo immersi in un universo di condivisione. Pinterest ci mostra quello che vorremmo essere, Facebook quel che abbiamo intorno, Twitter ci fa sorridere, i blog ci fanno riflettere.

La parola chiave di ogni social network è questa: condivisione. Vuole dire esprimere un qualsiasi pensiero goffo su Twitter e vederlo apprezzato e compreso da altre 12 persone. Vuole dire avere qualcuno che vede il tramonto con noi su Instagram. Tutto questo con la massima comodità, nel palmo delle nostre mani grazie ai nostri potentissimi smartphone, al caldo delle nostre case, comodamente seduti dietro ai nostro computer.

Condivisione vuole dire non sentirsi mai soli.

Quello che inevitabilmente ci si chiede è: da dove viene questa ossessione per la condivisione? Quando si è deciso che condividere tutto sia sempre un piacere e sempre un valore? Chi ha stabilito che ogni nostro pensiero debba necessariamente risonare online?

Le ragioni hanno radici profonde, immerse nella società e nel modo di pensare di tutta la nostra società.
L’ossessione dell’ultimo secolo è l’inconscio: da Freud in avanti, la lotta è stata tutta indirizzata a squarciare il velo dei nostri pensieri sommersi, portandoli alla luce.

Esporre il proprio inconscio e far emergere il proprio pensiero è una vera e propria missione per chiunque e viviamo come un limite profondo non riuscirci.

Inoltre essere soli è considerato socialmente inaccettabile: la solitudine è vista come un aperto segno di fallimento.

Se si fa qualcosa da soli non è mai per scelta, ma sempre e solo per mancanza di qualcuno con cui condividerlo. Se sei solo, sei uno sfigato. I gentiluomini solitari di Friedrich, stagliati contro il cielo al tramonto sulle montagne erano li solo perché la tipa non gliela dava: non è accettabile che fossero li da soli perché lo preferivano.

Quindi, ricapitoliamo: il figo per antonomasia è uno pieno di amici e capace di condividere senza alcun problema ogni proprio pensiero. Guarda caso, è proprio l’utente perfetto per un qualsiasi social network!
Condividere tutto (di persona o on-line) è un modo semplicissimo per sentirsi socialmente integrati: ci si circonda di persone da bombardare con i propri pensieri.

Tutto questo è bellissimo, è assolutamente PERFETTO! Abbiamo a portata di mano un sacco di persone e possiamo condividere con loro tutto, ma proprio tutto (e il proliferare di foto dai cessi lo testimoniano) quello che ci succede!
Infatti la moderna società è felice, felice, felice. Siamo tutti quanti felici come delle pasque piene di uova di cioccolato con sorprese bellissime, vero?
Beh, non proprio: qualcosa che non funziona ci deve pure essere, perché internet e i social sono solo un brulicare di infelicità, scrupolosamente condivise.

Ci sono dei nodi da sciogliere.
Rimane da capire come mai il gentiluomo di Friedrich fosse a spasso da solo nei boschi.
Rimane da capire quale fosse lo scopo dell’indagine psicologica di Freud: non era certo una superficiale condivisione fine a se stessa!

Lo scopo era era scavare, in profondità; era comprendere a fondo gli ingranaggi del cervello umano, studiarli; era indagare nell’intimo, gettare luce sul silenzio: lo stesso silenzio che oggi vogliamo coprire con le nostre esternazioni, tanto facili quanto inconsistenti.
Diamo subito voce ai nostri pensieri, li condividiamo immediatamente, con chiunque ci capiti a tiro nella vita e nella rete, per toglierceli dal cuore, per addomesticarli. Li vogliamo allontanare e chiamiamo questa ossessiva volontà di girare la testa dall’altra parte “voglia di condividere”.

Il gentiluomo di Friedrich non condivideva nulla con nessuno: pensava. Indagava il proprio io e faceva ordine nella propria testa, nei propri pensieri. Si, da solo. Si, senza dirlo a nessuno, nemmeno a Freud!

Forse invece di pensare a come esprimerci dovremmo pensare a come capirci. Forse prima di condividere qualsiasi cosa con chiunque, dovremmo provare a tenerla per noi e a rifletterci, a fare silenzio, a stare da soli, senza paura. A capire e a capirci, senza voler buttare fuori ogni pensiero che ci sfiora: i pensieri esistono anche se nessuno li sente, mentre cadono nella nostra testa.
Forse la nostra ossessione per la condivisione non è altro che un modo per esorcizzare il pensiero e la profondità: un modo sterile, che non genera niente perché tiene tutto in superficie, fermo. Espelliamo le sensazioni e le diamo in pasto al mondo, ma non è mai sazio perché sono tutte un cibo povero, senza contenuti o utilità.

Senza la solitudine e il silenzio della riflessione le nostre parole sono vuote e inutili. E se non abbiamo nulla di profondo da dire a noi stessi, non abbiamo nulla neanche da condividere.