Le tre lezioni della pixel art

Prendete Van Gogh. O Leonardo. O un altro grande, indiscusso genio artistico. O qualsiasi portentoso grafico con il suo splendido Photoshop.

Toglietegli i pennalli, toglietegli i colori, i grandi spazi, le tele, le mille possibilità tecniche.

Lasciategli solo una manciata di cubetti e di colori, un primitivo set di Lego.

Ditegli di creare con quelli, e solo con quelli, e avrete più o meno un’idea di cosa sia la pixel art.

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Il target è morto, per fortuna i clienti stanno bene!

Fra le molte cose che non ho mai capito nel Magico Mondo del Marketing (MMM) c’è la tendenza a puntualizzare sempre e con precisione allucinata il target di un prodotto: “Questo è per maschi adulti 25-38 che amano fare sport e detestano il colore verde. Segno zodiacale: Bilancia.”

Ogni volta che qualcuno ha fatto questa puntualizzazione a proposito di un prodotto, inevitabilmente mi sono trovata a pensare: “Quindi se io voglio tantissimo questa cosa e NON sono un maschio adulto 25-38 che ama fare sport e detesta il colore verde, voi questo prodotto non me lo volete vendere?!”

Con questo non sto dicendo di lanciare ogni prodotto nel mucchio, urlando alla folla: “Chi lo vuole se lo pigli!”, certo… ma siamo proprio sicuri che certe puntualizzazioni siano utili?

Chi forma DAVVERO il target di un prodotto?
Semplicemente, chi quel prodotto lo vuole fortemente.

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La privacy è morta, lunga vita alla responsabilità!

Quindi ora dobbiamo tutti usare Telegram, perché Whatsapp è il MALE, perché è stato comprato da Facebook e Facebook non rispetta la nostra privacy.
Non vorremmo mica che Facebook diventi proprietario delle nostre fotine porche da adescamento on-line, dei nostri pettegolezzi malvagi con la collega, delle nostre faccine sceme mandate al fidanzatino, vero?

La nostra privacy è sacra!
E per preservarla cosa facciamo?
Cambiamo social network e migriamo su Telegram!

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Che cosa legge veramente la gente

Ci sono miliardi di blog personali, su internet. Ci sono raccolte di recensioni, content marketing più o meno sponsorizzato dalle aziende, social network densi di contenuti, siti densi di opinioni personalissime e definizioni super oggettive.

E per questa mi affermazione non dispongo di dati scientifici e nessuna Università dell’Oklahoma ha fornito studi in merito, eppure potete stare sicuri che è verissima e per averne conferma vi basterà un singolo secondo di autocritica.

La gente presta attenzione solo a quello che vuole sentirsi dire.

Altrimenti detto: di tutto questo ben di Dio di informazioni, contenuti, idee, recensioni, opinioni, problemi, dubbi, esternazioni, parole, leggiamo solo quello che parla di noi, quello che conferma le nostre teorie, quello che avvalora le nostre ipotesi?

Perché?
Perché vogliamo sentirci gratificati.
Perché vogliamo sentirci intelligenti.
Perché vogliamo annuire e dire “Si, proprio così, proprio come dico sempre io!”

Perché siamo una razza egoista e dominata dal desiderio di conferme più che di confronti.

Amen.
(E lunga vita alla curiosità!)

 

 

Del perché ho deciso di bandire la parola “consumatore” dal mio vocabolario

Perché è brutta.

Perché consumare è un verbo atroce.

Perché fa pensare ad un film horror di serie B: “Dalle profondità della terra, una nuova minacci: I Consumatori!”

Perché il Consumatore io lo immagino tipo un Tremors.

 

Cosa voglio usare al suo posto?

Non lo so, ancora non ci ho pensato bene.

“Cliente”, “essere umano”, “Marco”, “bambino”, “Ehi tu, delusa!”, “creatura predisposta all’acquisto del prodotto”, “possibile utilizzatore”, un complesso acronimo di quattro o più lettere, tipo QCMSCSLA (Quello Che Magari ‘Sta Cosa Se La Accatta”, una stupida parola inglese scelta dal Magico Mondo del Marketin (MMM) perché fa figo.

 

Non lo so davvero, non importa, ci penserò di volta in volta.

Tanto qualsiasi cosa è meglio di “consumatore”.

 

Anche perché il mio brand non voglio che me lo consumino: voglio che lo adorino, che lo venerino, che lo adoperino, che se lo portino a letto per farci l’ammore, ma che me lo lascino esattamente come lo hanno trovato.

Intonso. Non consumato.

Perché un brand si ama, non si consuma.

Quindi, non chiamiamoli “consumatori”.

Siamo uomini, anche se lavoriamo

Da sempre nel mondo della comunicazione e del marketing esistono due realtà parallele, destinate a non incontrarsi mai. Due galassie lontanissime separata da anni luce di stelle e di pulviscoli. Due comete in viaggio verso opposte direzioni.

Parlo del cosiddetto mass market, da un lato, e del mondo B2B dall’altro.

Altrimenti detto: da una parte c’è laggente che compra larrobba nei supermarket, dall’altra parte ci sono seri e distinti professionisti che scelgono servizi e oggetti per il loro lavoro.

Da una parte si vende ai consumatori, dall’altra si vende alle aziende.

Le due cose sono separate distinte e diversissime e chi si occupa di una cosa non può categoricamente essere capace di fare l’altra perché si tratta di segmenti del marketing lontani quando il pizzo al tombolo è lontano dal canto lirico.

 

Ora, miei cari, carissimi esperti del Magico Mondo del Marketing (MMM), usatemi questa cortesia e spiegatemi una cosa: siete davvero sicuri sicuri sicuri che siano mondi così tanto separati?

 

Esattamente cosa fanno quei seri e distinti professionisti, la sera dopo il lavoro? Esattamente chi credete che lavori nelle aziende?

Esattamente dove trova i soldi laggente per comprare larrobba nei supermarket? Forse lavorando? O più semplicemente vive acquistando in massa, come il nome “mass market” fa pensare?

Le aziende sono fatte da persona, i consumatori lavorano nelle aziende, i prodotti di massa vengono comprati dagli stessi identici individui che comprano i servizi per le industrie. Stesse persone. Stesse teste.

E mi viene da ipotizzare che anche il marketing non possa essere poi così tanto DIVERSO.

 

 

Le aspettative, il sale della vita…

Quello che ci delude non è mai la realtà, nuda e cruda..

La realtà, di suo, è lì per essere vista e non può essere deludente: va accolta e percepita con semplicità. Possiamo e dobbiamo giudicarla, può piacerci o farci schifo, ma non è mai la realtà a deluderci.

Quello che ci delude è il divario fra la realtà e l’aspettativa, magari soltanto inconscia, che ne ci eravamo pazientemente arredati su una nuvoletta.

E sarebbe troppo ovvio e troppo impossibile sentenziare: per non essere delusi è sufficiente non avere aspettative. Perché dove andremmo, senza aspettative?

Le aspettative sono tutto quello che ci permette di guardare al futuro, di programmare, di costruire, di immaginare: tolte le aspettative rimane solo un Buddha gettato nel fango della realtà.

Ed io preferisco schiantarmi al suolo un altro milione di volte, piuttosto che smettere di costruire castelli in aria.

 

Lettera aperta ai brand

Care, carissime Generiche Identità Aziendali,

Paghereste qualcuno per fare sesso con vostra moglie al vostro posto?

E allora perché pagate le agenzie per dirvi cosa fare dei vostri brand?
Perché andate da loro senza un chiaro brief e senza chiare idee?
Perché vi aspettate che qualcuno di esterno vi dia quello che internamente non sapete di volere?

E poi guardate un direttore fintamente creativo con barba lunga e jeans strappato negli occhi e gli dite: “Noi siamo un marchio giovane ma con radici antiche, fatto per un target di teenager bisexsui 45 con forti propensioni alla destrutturazione sintattica del divenire.”
E lui (poverino!) annuisce pensieroso per dare l’idea di aver capito (in realtà sta pensando che ieri ha saltato yoga e oggi deve andare nel nuovo localino vegano sui navigli con la movida creativa), poi tira fuori la prima cosa che gli viene in mente, che può andare bene per voi (o per chiunque altro), ve la serve su un piattino. Poi arriverà uno strategist non troppo dotato (come potrei essere io) che ve la retro-ingenierizza e vi convince che è PERFETTA per voi e infine un art director tatuato tribal-truzzo ci farà sopra dei disegnini.

Ed eccovi servita la vostra campagna.
Ma siamo sicuri sia ancora vostra?

Care, carissime Generiche Identità Aziendali,
il mio è un accorato appello!

Riprendetevi il vostro brand,
ripensate le vostre idee,
ricordate le vostre storie,
ritrovate il vostro target.

Si, ci vogliono tempo, fatica, intelligenza, coraggio e strategia. Ci vogliono idee e sudore e lacrime e memoria storica. Ci vuole un confronto intelligente con la realtà, con i competitor, con i clienti. Ci vuole un pensiero critico alimentato dall’entusiasmo più idiota e ci vuole un amore sincero e spassionato per quello che si fa.
Ma queste cose, se non le avete voi, non ve le darà nessuno, nemmeno la migliore agenzia al mondo.

Quando avrete tutto questo, quando sarete sicuri di chi siete e della vostra storia e della vostra identità, allora (e solo allora!) andate da un’agenzia e ditele: “Ecco, questi siamo noi! Portate la lieta novella al Consumatore!”

“Per raccontare la storia del nostro brand non abbiamo bisogno di sederci con un’agenzia e fare brainstorm su idee improvvisate; dobbiamo solo trovare modi creativi per raccontare le storie che abbiamo già.”
Se lo dice il vice-presidente del celebrato marchio di scarpe Vans (nonché ex direttore marketing) Doug Palladini, forse qualcosa di vero ci sarà.

 

Quando il troppo diventa niente

L’avidità è un vizio capitale, e ci sono mille modi per essere avidi: essere avidi di ricchezze è quello di gran lunga meno grave.

Abbiamo il culto dell’accumulo.

Accumuliamo vestiti e scarpe, soprammobili, libri, dischi. Cose inutili, che non usiamo e che non ci servono ma che vogliamo con foga.
Accumuliamo ricordi, che accatastiamo convulsamente nelle foto brutte fatte di fretta con lo smartphone, negli scarabocchi non curati che postiamo sui social, nei monologhi che riversiamo sui blog.
Accumuliamo sensazioni, emozioni, idee, in una continua ricerca di stimoli.
Accumuliamo persone, con cui ci manca il tempo materiale per creare rapporti profondi.

E poi, in questi accumuli, non troviamo mai quello che ci serve davvero: è perso, come la specifica foto della nonna nei terabite di hard disk dove siamo SICURI di averla salvata. Sicuramente è li, ma non la troveremo mai.

Forse invece di accumulare dovremmo seriamente pensare di SCEGLIERE.
Scegliere vuole dire ridurre, eliminare, perdere, inevitabilmente, qualcosa di cui sentiremo la mancanza… ma almeno in quella mancanza sapremo ancora che esiste.

Così invece è tutto li. Disponibile e perso, dentro un armadio di cose altrettanto inutili.

SCEGLIERE è tutto quello che ci distingue dai computer: i computer non scelgono, immagazzinano e basta. Se vogliamo sperare di essere migliori di loro, dobbiamo smettere di affidare archivi senza cervello a macchine senza capita di discernimento e iniziare a esercitare, di nuovo, il nostro libero arbitrio.

L’alternativa è comprare un altro hard disk, spendendo poche centinaia di euro e rimanendo perfettamente idioti, come il computer a cui lo andremo a collegare.

 

Un carnet di buoni propositi intonsi

Il problema dei buoni propositi è che ci piacciono solo finché sono nuovi, immacolati, intonsi. E i buoni propositi, per definizione, sono soggetti ad una costante usura.

A noi piacciono solo il primo giorno dell’anno: quando cominciamo un nuovo diario, installiamo una nuova app di produttività, stabiliamo nuove regole per il nostro casellario email, appiccichiamo al frigo la nostra nuova dieta.

Per un po’ va tutto bene: siamo produttivi e taglienti, magri e scalcianti, scriviamo creiamo meditiamo dimagriamo produciamo tutti i giorni. Ed ecco che i nuovi propositi ci piacciono, sono ancora senza macchia, sono fiammeggianti.

Poi incominciano le prime ammaccature: una pizza con la provola di troppo, un giorno in cui “oggi salto yoga, chè proprio non c’ho voglia”, un paio d’ore in cui l’app di produttività proprio ce la dimentichiamo. Basta un nulla, basta una macchiolina: ed ecco il che i buoni propositi sono sporchi e brutti e imperfetti e non ci piacciono più. E finiscono nel dimenticatoio.
I buoni propositi non sopravvivono al primo tentennamento.

Forse sarebbe tutto più facile, dimagrire, stare in forma, produttivi taglianti scalcianti meditativi e vincenti, se accettassimo la banale realtà: non lo siamo. Siamo solo umani. Siamo pieni di difetti e di limiti e i nostri buoni propositi cadranno in frantumi miliardi di volte e se vogliamo sperare di andare da qualche parte dovremmo chinarci e raccoglierli non una ma mille miliardi di volte.

I buoni propositi non sono quelli nuovi e vincenti,
sono quelli che sopravvivono a tutti i fallimenti.

Chi non ha una vita avvelena anche te: digli di smettere!

Viviamo in un mondo dove la democrazia è ormai rotolata nella buia valle del qualunquismo e dove tutti devono poter dire-fare-essere tutto, perché altrimenti i loro diritti vengono lesi. E tutti siamo liberi di vivere come vogliamo.

C’è un’unica eccezione a questo sento comandamento: non si dovrebbe lasciare nessuno libero di NON-vivere.

Ora non voglio entrare nei meandri filosofici ed esistenziali di cosa sia o non sia la vita, ma procedo con darne una definizione tanto banale quanto generica, basata esclusivamente sul buon senso: una vita prevede un lavoro, una famiglia, degli affetti, degli amici, degli hobby. Vogliamo essere ancora più generici? Una vita è fatta da TANTE cose diverse, a cui ciascuno decide di dare una diversa importanza.

Una non-vita prevede solo UNA di queste cose.

Una non-vita è una monomania: solo il lavoro, solo il marito, solo la tipa, solo un hobby specifico.

Questo genera degli zombie: creature senza cervello, affamate dei cervelli altrui, che vivono un’esistenza idiota. Hanno un solo neurone, un’unica idea. Vivono per lavorare, per andare in palestra, per allattare il pupo, per correre dietro al coniuge. Si riconoscono perché, al di fuori di questa singola e sola cosa, non hanno nulla da dire, non sembrano avere sentimenti, non sanno come occupare il proprio tempo.

 

Queste persone sono ottuse, egoiste, limitate: non si può lavorare, con chi lavora così; non si può amare, chi ama così.

Queste persone fanno del male anche a te. 

Perché non sono persone: sono zombie che ci vogliono contagiare con la loro stessa malattia!

 

Siamo in guerra, amici. Dobbiamo combattere quotidianamente contro un’invasione di zombie ed essere contagiati dalla loro stessa non-vita è questione di un attimo.

Basta credere, anche solo una volta, anche solo per un secondo, che non ci sia altro: che la vita si riduca a QUELLO, a quel lavoro, a quell’amore, a quella ragazza, a quella specifica piccola vile e banale quotidianità. Basta dimenticare tutto il resto e pensare che tutto si riduca a NOI.

Ed ecco, che diventiamo a nostra volta zombie.

 

Non lasciate che gli zombie vi mangino il cervello: combatteteli a colpi di curiosità, di altruismo, di interesse, di empatia. Ricordatevi di tutte le cose che amate ogni giorno, anche solo per un minuto.

Non dimenticatevi di vivere.

 

 

Il focus e la sottile linea fra operai e sognatori

A volte ho l’impressione che il mondo si divida in due grandi categorie, in eterno conflitto fra di loro. Da un lato ci sono i sognatori, che vedono chiaramente il castello fra le nuvole, meta finale del loro percorso, ma non sanno come arrivarci e non sono disposti a scendere a compromessi (“Ho detto che devono essere nuvole, non mi accontenterò mai dello zucchero filato!”). Dall’altro ci sono gli operai, che si dimenticano perfino che esista un castello e fanno le loro piccole cose quotidiane, perdendosi completamente lungo la strada, perché non riescono in alcun modo a capire la direzione (“Mattoni. Devo pensare ai mattoni e niente altro!”).

E non solo il mondo, a dividersi in questi due gruppi… anche il nostro cervello ha lo stesso problema: siamo sempre sospesi fra sogni troppo bellissimi e realtà troppo bruttissime e raramente riusciamo a colmare il fosso che separa le due cose. 

Eppure sognatori ed operai hanno qualcosa in comune: entrambi mancano di un focus definito: non hanno minimamente chiare le priorità.

Per focus non intendo la “semplice” concentrazione: non sto parlando del mettersi a lavorare a testa bassa, isolati da tutto e da tutti, assorbiti dal proprio compitino quotidiano. Il focus di cui parlo io è esattamente l’opposto.

Avere focus vuole dire avere una chiara e netta immagine mentale del risultato che ci prefiggiamo e della strada per raggiungerlo. 

Non vuole dire immaginarlo, in termini astratti e vaporosi (“Sogno di essere bella come Kate Moss!”), non vuole dire dimenticarlo per trovarsi travolta dalla quotidianità (“Dieta, palestra, poi lavoro per pagare il chirurgo estetico, poi altra dieta, domani corsa, dopodomani palestra… ma per cosa? Non mi ricordo… a si: Kate Moss!”). Mantenere il proprio focus vuole dire vivere in bilico sul confine che divide il sogno dalla realtà: usare la concentrazione per creare e non per isolarsi dal risultato, usare i sogni per avere una prospettiva ampia senza isolarsi dal mondo.

Avere focus vuole dire lavorare sodo, con semplicità, nella vita di tutti i giorni… ma senza lavorare fino al punto di perdere di vista lo scopo per cui si sta lavorando; vuole dire essere operai e sognatori, poeti ed ingegneri, INSIEME.

Il focus è quella corda sottile e tagliente come un rasoio, tesa fra l’abisso del fallimento ed il cielo azzurro che ospita i nostri castelli in aria: è il progetto.

Purtroppo avere un focus chiaro sul proprio futuro non è per niente facile: la ricetta per ottenerlo è complicata e miscelarlo bene è il lavoro di una vita intera. Ci vuole una giusta combinazione di razionalità (per capire cosa si può concretamente fare) e immaginazione (per vederlo nella propria testa e capire se ci piacerebbe). E poi ci vogliono, in dosi massicce, altre due doti rare: l’onestà personale per capire cosa vogliamo davvero (andando oltre le storielle che ci raccontiamo la sera, per prendere sonno) e il coraggio, per andarci a prendere tutti i nostri desideri (senza paura di sporcarci le mani).

Ma soprattutto bisogna imparare a rinunciare a tutto: tutto quello che non è una priorità va eliminato. Siamo sospesi sull’abisso: per noi deve esistere solo la corda su sui camminare. La nostra priorità è una e una soltanto, il nostro focus è chiaro, limpido, davanti a noi. Dobbiamo avere chiaro che non possiamo avere tutto e le rinunce saranno strazianti: è il prezzo che si paga per ogni scelta e per ogni risultato.

 

Il dramma di questo decennio è un’evidente mancanza di chiare priorità:  lo si vede, purtroppo, in ogni sfera della vita politica, sociale e personale. Lo si vede nel marketing, sempre più confuso e approssimativo. Lo si vede nel modo di lavorare convulso e ottuso.

A furia di fare multitasking nel presente, finiamo per farlo anche nel futuro vogliamo tutto, non rinunciamo a nulla, otteniamo molto poco. 

Non siamo capaci di scegliere. Non siamo capaci di rinunciare.

Eppure per realizzare davvero i nostri sogni non ci sono altri modi: ogni creazione richiede un sacrificio… e se non impariamo ad avere un focus preciso e concreto su quello che vogliamo ottenere, rischiamo di sacrificare la cosa sbagliata. E di perderla per sempre.

 

 

Buon Natale?

Se sarà buono o meno, starà a voi deciderlo…

Ma io ve lo auguro: un buon Natale, un buon anno nuovo, un buon resto della vostra esistenza!

BuonaNatale_pempipot

(ma se volete un buon Natale, non lasciate decidere agli altri…)

Elenco di cose che NON voglio per Natale

Caro Babbo Natale,

siccome sono una bambina viziata, quest’anno non sprecherò tempo a dirti cosa voglio, ma ti indicherò soltanto cosa NON mi devi portare.
Perché vorrei che per una volta questo Natale non aggiungesse nulla, ma andasse a levare gli eccessi. Sai, un Natale contro il consumismo, un Natale minimale, un Natale da autentico Robin Hood che dà ai poveri e toglie ai ricchi. Perché io sono una bambina viziata dalle troppe ricchezze, sai, e di tutto il sovrappiù questo Natale mi voglio liberare.
Quindi ecco, caro Babbo Natale, portami via tutte queste cose… ché me ne hai date troppe in tutti i Natali passati e ti ringrazio, ma quest’anno te le rendo.

Portami via un po’ di idee: ne ho tante che non so più dove metterle, ne ho tante da riempirci libri e caricarci cammelli, ne ho tante da caricarci aerei e bombardarci chi di idee non ne ha mai. E siccome non ne realizzo nessuna, le mie idee sono inutili! Quindi eccole, caro Babbino: dalle a chi di idee non ne ha nessuna, che se le goda e che le metta al mondo e le faccia felici!

Portami via un po’ di desideri, che ne ho cassetti e armadi e stanze intere e sono tutti perfetti come vestiti troppo eleganti che non si sa mai quando indossare. Non ho più occasione, sai Babbino, di desiderare tanto sontuosamente… gli anni passano per tutti! Conserverò i miei desideri più intimi e affezionati, quelli che indosso tutti i giorni e senza cui mi sento nuda, quelli che mi accompagnano da sempre e di cui non importa se sono un poco logori.

Portami via queste speranze scomode che sono solo una scusante per sedermi qui ed aspettare tutto quello che si è perso lungo la strada e da solo sono saprà mai raggiungermi. Portale via, dalle ai bisognosi, sgomberami il campo perché possa andare a cercare da sola ciò che voglio, senza sperare più che arrivi qualcuno a bussare con un mazzo di tulipani e una promessa.

Portati via l’orgoglio, che me ne faccio ormai di questo orpello inutile? Eccovi qui tutti i miei errori, tette cadenti e smagliature, sono qui per essere visti e sbeffeggiati, sono miei ed io li amo tutti come figli. Portati via questo telone goffo che li copriva, caro Babbino, e lasciali brillare con tutta la loro luce deforme.

Portati via tutto questo interesse morboso per le cose e le persone, questa mia infantile e stupida curiosità: le cose da capire sono troppe e il tempo troppo poco. Dovrò anche imparare a accontentarmi, prima o poi: possibile che io non sia mai sazia?

Ma soprattutto, caro e dolce Babbino mio, portati via questo mio malsano e ingenuo attaccamento. Rendimi meno collosa, Babbo, puoi? Che a me le cose e le persone restano attaccate addosso come pellucchi con il velcro, come maglioni nelle spine. Sono uno zuccherino insalivato, sopra cui va a cadere la sporcizia e sono stanca di essere sporca: rendimi liscia e dura come quelle caramelle cattive che nessuno vuol mai mangiare!
Liberami! Che possa anche io padroneggiare la sublime e sacra arte del fottersene di tutto e che di ogni cosa al mondo possa far spallucce e dire “non importa”!

Da grande voglio essere un Buddha di bronzo, grasso e impenetrabile, seduto sorridente ed idiota fuori dalla vita stessa. E forse allora nessuno potrà più umiliarmi ed infangarmi, corrodermi ed affrontarmi, deridermi ed amarmi, scuotermi e affogarmi.

Non chiedo nulla, caro Babbo Natale, solo di portare via tutto.
E di lasciarmi poco, quel tanto che basta ad essere felice, ché con tutto questo attorno non riesco proprio più.

 

La nuova vita del content-marketing

Durante tutto il 2013 mi sono trovata a seguire con interesse, per alcuni clienti e direttamente per me, il mondo del content-marketing. Con questo nome si indicano tutte quelle attività di promozione indiretta, che mirano a creare interesse preso il proprio target veicolando dei contenuti a lui utili. 

Altrimenti detto: se io ho un business di salvaslip “Asciugoni”, decido di creare un blog dove parlo dello spinoso tema dell’incontinenza (una nota marca di insegna che dopo i 30 anni è in agguato per noi tutte!) dove fornisco alle mie lettrici mille utili indicazioni sul tema. Ovviamente sponsorizzate, ma in maniera piuttosto discreta. Il messaggio non è “Comprai salvaslip Asciugoni!” ma “Leggi qui e scopri come i salvaslip (Asciugoni) possono risolvere i tuoi problemi”. Il senso del content-marketing è tutto in quel mettere relativamente tra parentesi il brand per fornire al target interessato delle informazioni di natura universale: una forma più discreta e al tempo stesso più efficace per promuoversi, rendendosi utili.

 

Attualmente il content-marketing è tutto un esercizio a dire qualcosa di significativo relativamente al proprio prodotto, alla propria esperienza, alle proprie conoscenze. Eppure trovare dei contenuti nuovi e interessanti diventa ogni giorno più difficile mentre il panorama si fa sempre più carico: ogni settore è stato letteralmente invaso di blog, incontri, ebook, tumblr e chi più ne ha più ne metta. Non è un caso se all’estero il content-marketing stia già passando di moda: tutto quello che si poteva dire è ormai stato detto e parlare di “contenuti innovativi” risulta a dir poco ironico. Il content-marketing è già morto (pure lui?!) e per promuoversi bisogna trovare qualcosa di nuovo (ancora!).

 

Poi ieri trovo questo incantevole sito, sopra il quale mi soffermo. Riassunto dell’iniziativa: due celebri e celebrati designer newyorkesi decidono di stare insieme per 40 giorni e documentano il loro esperimento attraverso un sito web, corredando il tutto con deliziosi esperimenti di grafica e tipografia prodotti da loro e da altri. Hanno fatto anche il negozio online per acquistare i poster con le frasi!

La mia reazione iniziale è stata di puro disgusto: percepivo questo come una forma volgare e fastidiosa per buttare la propria vita sulla pubblica piazza del web, in cambio solo di pubblicità e contatti. Che squallore. Dove finisce il personal brand dove inizia la caricatura di se stessi?

 

Eppure leggendo mi sono trovata a pensare che non solo il sito era esteticamente bello e ben realizzato, non solo le immagini erano gradevoli… era anche interessante da leggere! Perché giorno per giorno ci si trovava ovviamente a intrigarsi per le vicende personalissime di questi due personaggi reali, per la loro forte introspezione, per il loro modo di reagire alla situazione e di mettersi in gioco. La vicenda era ben calibrata, senza mai diventare né celebrativa né ostentatamente volgare: risultava appassionante come un buona storia. Sicuramente i fatti sono stati rielaborati in qualche modo, ma non importa quanto ci sia di vero finché la storia rimane realistica: quello che conta è catturare l’attenzione.

 

Ma non solo. Leggere il sito era estremamente UTILE! Perché nei due personaggi e nelle loro diversissime esigenze e finalità ci si riconosce facilmente: a partire dalla loro vita personale e dalle loro situazioni è facile trarre conclusioni di portata più ampia e universale, che diventano spunti interessanti per chiunque. Cosa succede quando la voglia di essere amati ci spinge ad annullarci? O quando il desiderio di libertà ci rende soltanto degli egoisti? Come reagiamo di fronte agli impegni, alle difficoltà, ai problemi di salute e al contatto con gli altri?

Il sito in questione non ha alcuna pretesa e non fornisce nessuna risposta: racconta soltanto l’esperienza personale di due individui. Il tono e il modo della comunicazioni erano profondamente umili: nessuna auto-celebrazione, soltanto molta personalità.

 

Fermandomi a riflettere su questo sito, come su tutti gli altri, è facile isolare un paio di caratteristiche universali per un’efficace promozione presso il pubblico: bisogna risultare interessanti, utili e MODESTI. Non si dovrebbe parlare di sé e del proprio lavoro in termini celebrativi e auto-referenziali, ma creare una storia ed un personaggio interessanti e in cui identificarsi e fornire informazioni utili a chiunque legga. Il tema della promozione non è vendere quanto creare interesse. E per farlo devo creare contenuti che interessino.

 

Già vi sento congratularvi tutti in coro con me all’urlo di “Complimenti, hai appena scoperto le regole basilari del content marketing! Ecco una bambolina in fuffa transgenica per il disturbo!”… ma io sto dicendo una cosa un po’ diversa.

Pur non condividendo il tema ed il modo scelto, ho letto estensivamente quel sito e l’ho trovato significativo e memorabile (più del portfolio dei due diretti interessati): perchè era universalmente interessante e veicolava delle informazioni potenzialmente utili a chiunque. Il sito non parlava minimamente del lavoro delle persone coinvolte che sono, incidentalmente, due designer di levatura internazionale: chi loro fossero e cosa loro facessero lo si apprendeva solo dal contesto e dalle immagini bellissime con cui arricchivano il sito (e il negozio online del sito stesso, ovvio!). Il sito parlava di tutt’altro, eppure promuoveva attivamente la loro attività di designer… solo che lo faceva in maniera indiretta. Si tratta di content-marketing?

 

Forse il content-marketing è morto. O forse no. Forse deve soltanto rilassarsi, uscire dalla propria cameretta per andare a giocare con gli amici.

I contenuti non sono infiniti: se il nostro scopo è trovare sempre qualcosa di nuovo da dire ci troveremo presto a corto di idee, annegati in una pozzanghera di superficialità e di ripetizioni.

L’unica cosa infinita, nel mondo della comunicazione, sono i punti di vista… e forse la direzione in cui andare per creare contenuti originali è proprio questa: impegnarsi non tanto per dire sempre cose nuove, quanto per trovare una formula personale e unica per veicolare un punto di vista. E avere l’umiltà di dire che quello non è un contenuto, ma solo e soltanto un punto di vista: sta al lettore trarne conclusioni e riflessioni universali, è arrogante da parte di chi scrive veicolarne. Così facendo si andrà a costruire, poco per volta, un contatto nuovo e diretto con chi legge: non basato su dogmi cattedratici ma su un contatto diretto e personale con il proprio pubblico. Io-persona parlo del mio brand a delle altre persone, senza pretendere di insegnare loro nulla, ma semplicemente raccontando la MIA esperienza.

 

Per avere un futuro il content.marketing deve ridimensionarsi, rinunciare alle proprie pretese universali e tornare a essere quello che in realtà è sempre stato: un punto di vista personale.