Del perché ho deciso di bandire la parola “consumatore” dal mio vocabolario

Perché è brutta.

Perché consumare è un verbo atroce.

Perché fa pensare ad un film horror di serie B: “Dalle profondità della terra, una nuova minacci: I Consumatori!”

Perché il Consumatore io lo immagino tipo un Tremors.

 

Cosa voglio usare al suo posto?

Non lo so, ancora non ci ho pensato bene.

“Cliente”, “essere umano”, “Marco”, “bambino”, “Ehi tu, delusa!”, “creatura predisposta all’acquisto del prodotto”, “possibile utilizzatore”, un complesso acronimo di quattro o più lettere, tipo QCMSCSLA (Quello Che Magari ‘Sta Cosa Se La Accatta”, una stupida parola inglese scelta dal Magico Mondo del Marketin (MMM) perché fa figo.

 

Non lo so davvero, non importa, ci penserò di volta in volta.

Tanto qualsiasi cosa è meglio di “consumatore”.

 

Anche perché il mio brand non voglio che me lo consumino: voglio che lo adorino, che lo venerino, che lo adoperino, che se lo portino a letto per farci l’ammore, ma che me lo lascino esattamente come lo hanno trovato.

Intonso. Non consumato.

Perché un brand si ama, non si consuma.

Quindi, non chiamiamoli “consumatori”.

Siamo uomini, anche se lavoriamo

Da sempre nel mondo della comunicazione e del marketing esistono due realtà parallele, destinate a non incontrarsi mai. Due galassie lontanissime separata da anni luce di stelle e di pulviscoli. Due comete in viaggio verso opposte direzioni.

Parlo del cosiddetto mass market, da un lato, e del mondo B2B dall’altro.

Altrimenti detto: da una parte c’è laggente che compra larrobba nei supermarket, dall’altra parte ci sono seri e distinti professionisti che scelgono servizi e oggetti per il loro lavoro.

Da una parte si vende ai consumatori, dall’altra si vende alle aziende.

Le due cose sono separate distinte e diversissime e chi si occupa di una cosa non può categoricamente essere capace di fare l’altra perché si tratta di segmenti del marketing lontani quando il pizzo al tombolo è lontano dal canto lirico.

 

Ora, miei cari, carissimi esperti del Magico Mondo del Marketing (MMM), usatemi questa cortesia e spiegatemi una cosa: siete davvero sicuri sicuri sicuri che siano mondi così tanto separati?

 

Esattamente cosa fanno quei seri e distinti professionisti, la sera dopo il lavoro? Esattamente chi credete che lavori nelle aziende?

Esattamente dove trova i soldi laggente per comprare larrobba nei supermarket? Forse lavorando? O più semplicemente vive acquistando in massa, come il nome “mass market” fa pensare?

Le aziende sono fatte da persona, i consumatori lavorano nelle aziende, i prodotti di massa vengono comprati dagli stessi identici individui che comprano i servizi per le industrie. Stesse persone. Stesse teste.

E mi viene da ipotizzare che anche il marketing non possa essere poi così tanto DIVERSO.

 

 

Le aspettative, il sale della vita…

Quello che ci delude non è mai la realtà, nuda e cruda..

La realtà, di suo, è lì per essere vista e non può essere deludente: va accolta e percepita con semplicità. Possiamo e dobbiamo giudicarla, può piacerci o farci schifo, ma non è mai la realtà a deluderci.

Quello che ci delude è il divario fra la realtà e l’aspettativa, magari soltanto inconscia, che ne ci eravamo pazientemente arredati su una nuvoletta.

E sarebbe troppo ovvio e troppo impossibile sentenziare: per non essere delusi è sufficiente non avere aspettative. Perché dove andremmo, senza aspettative?

Le aspettative sono tutto quello che ci permette di guardare al futuro, di programmare, di costruire, di immaginare: tolte le aspettative rimane solo un Buddha gettato nel fango della realtà.

Ed io preferisco schiantarmi al suolo un altro milione di volte, piuttosto che smettere di costruire castelli in aria.

 

Lettera aperta ai brand

Care, carissime Generiche Identità Aziendali,

Paghereste qualcuno per fare sesso con vostra moglie al vostro posto?

E allora perché pagate le agenzie per dirvi cosa fare dei vostri brand?
Perché andate da loro senza un chiaro brief e senza chiare idee?
Perché vi aspettate che qualcuno di esterno vi dia quello che internamente non sapete di volere?

E poi guardate un direttore fintamente creativo con barba lunga e jeans strappato negli occhi e gli dite: “Noi siamo un marchio giovane ma con radici antiche, fatto per un target di teenager bisexsui 45 con forti propensioni alla destrutturazione sintattica del divenire.”
E lui (poverino!) annuisce pensieroso per dare l’idea di aver capito (in realtà sta pensando che ieri ha saltato yoga e oggi deve andare nel nuovo localino vegano sui navigli con la movida creativa), poi tira fuori la prima cosa che gli viene in mente, che può andare bene per voi (o per chiunque altro), ve la serve su un piattino. Poi arriverà uno strategist non troppo dotato (come potrei essere io) che ve la retro-ingenierizza e vi convince che è PERFETTA per voi e infine un art director tatuato tribal-truzzo ci farà sopra dei disegnini.

Ed eccovi servita la vostra campagna.
Ma siamo sicuri sia ancora vostra?

Care, carissime Generiche Identità Aziendali,
il mio è un accorato appello!

Riprendetevi il vostro brand,
ripensate le vostre idee,
ricordate le vostre storie,
ritrovate il vostro target.

Si, ci vogliono tempo, fatica, intelligenza, coraggio e strategia. Ci vogliono idee e sudore e lacrime e memoria storica. Ci vuole un confronto intelligente con la realtà, con i competitor, con i clienti. Ci vuole un pensiero critico alimentato dall’entusiasmo più idiota e ci vuole un amore sincero e spassionato per quello che si fa.
Ma queste cose, se non le avete voi, non ve le darà nessuno, nemmeno la migliore agenzia al mondo.

Quando avrete tutto questo, quando sarete sicuri di chi siete e della vostra storia e della vostra identità, allora (e solo allora!) andate da un’agenzia e ditele: “Ecco, questi siamo noi! Portate la lieta novella al Consumatore!”

“Per raccontare la storia del nostro brand non abbiamo bisogno di sederci con un’agenzia e fare brainstorm su idee improvvisate; dobbiamo solo trovare modi creativi per raccontare le storie che abbiamo già.”
Se lo dice il vice-presidente del celebrato marchio di scarpe Vans (nonché ex direttore marketing) Doug Palladini, forse qualcosa di vero ci sarà.

 

Quando il troppo diventa niente

L’avidità è un vizio capitale, e ci sono mille modi per essere avidi: essere avidi di ricchezze è quello di gran lunga meno grave.

Abbiamo il culto dell’accumulo.

Accumuliamo vestiti e scarpe, soprammobili, libri, dischi. Cose inutili, che non usiamo e che non ci servono ma che vogliamo con foga.
Accumuliamo ricordi, che accatastiamo convulsamente nelle foto brutte fatte di fretta con lo smartphone, negli scarabocchi non curati che postiamo sui social, nei monologhi che riversiamo sui blog.
Accumuliamo sensazioni, emozioni, idee, in una continua ricerca di stimoli.
Accumuliamo persone, con cui ci manca il tempo materiale per creare rapporti profondi.

E poi, in questi accumuli, non troviamo mai quello che ci serve davvero: è perso, come la specifica foto della nonna nei terabite di hard disk dove siamo SICURI di averla salvata. Sicuramente è li, ma non la troveremo mai.

Forse invece di accumulare dovremmo seriamente pensare di SCEGLIERE.
Scegliere vuole dire ridurre, eliminare, perdere, inevitabilmente, qualcosa di cui sentiremo la mancanza… ma almeno in quella mancanza sapremo ancora che esiste.

Così invece è tutto li. Disponibile e perso, dentro un armadio di cose altrettanto inutili.

SCEGLIERE è tutto quello che ci distingue dai computer: i computer non scelgono, immagazzinano e basta. Se vogliamo sperare di essere migliori di loro, dobbiamo smettere di affidare archivi senza cervello a macchine senza capita di discernimento e iniziare a esercitare, di nuovo, il nostro libero arbitrio.

L’alternativa è comprare un altro hard disk, spendendo poche centinaia di euro e rimanendo perfettamente idioti, come il computer a cui lo andremo a collegare.

 

Un carnet di buoni propositi intonsi

Il problema dei buoni propositi è che ci piacciono solo finché sono nuovi, immacolati, intonsi. E i buoni propositi, per definizione, sono soggetti ad una costante usura.

A noi piacciono solo il primo giorno dell’anno: quando cominciamo un nuovo diario, installiamo una nuova app di produttività, stabiliamo nuove regole per il nostro casellario email, appiccichiamo al frigo la nostra nuova dieta.

Per un po’ va tutto bene: siamo produttivi e taglienti, magri e scalcianti, scriviamo creiamo meditiamo dimagriamo produciamo tutti i giorni. Ed ecco che i nuovi propositi ci piacciono, sono ancora senza macchia, sono fiammeggianti.

Poi incominciano le prime ammaccature: una pizza con la provola di troppo, un giorno in cui “oggi salto yoga, chè proprio non c’ho voglia”, un paio d’ore in cui l’app di produttività proprio ce la dimentichiamo. Basta un nulla, basta una macchiolina: ed ecco il che i buoni propositi sono sporchi e brutti e imperfetti e non ci piacciono più. E finiscono nel dimenticatoio.
I buoni propositi non sopravvivono al primo tentennamento.

Forse sarebbe tutto più facile, dimagrire, stare in forma, produttivi taglianti scalcianti meditativi e vincenti, se accettassimo la banale realtà: non lo siamo. Siamo solo umani. Siamo pieni di difetti e di limiti e i nostri buoni propositi cadranno in frantumi miliardi di volte e se vogliamo sperare di andare da qualche parte dovremmo chinarci e raccoglierli non una ma mille miliardi di volte.

I buoni propositi non sono quelli nuovi e vincenti,
sono quelli che sopravvivono a tutti i fallimenti.

Chi non ha una vita avvelena anche te: digli di smettere!

Viviamo in un mondo dove la democrazia è ormai rotolata nella buia valle del qualunquismo e dove tutti devono poter dire-fare-essere tutto, perché altrimenti i loro diritti vengono lesi. E tutti siamo liberi di vivere come vogliamo.

C’è un’unica eccezione a questo sento comandamento: non si dovrebbe lasciare nessuno libero di NON-vivere.

Ora non voglio entrare nei meandri filosofici ed esistenziali di cosa sia o non sia la vita, ma procedo con darne una definizione tanto banale quanto generica, basata esclusivamente sul buon senso: una vita prevede un lavoro, una famiglia, degli affetti, degli amici, degli hobby. Vogliamo essere ancora più generici? Una vita è fatta da TANTE cose diverse, a cui ciascuno decide di dare una diversa importanza.

Una non-vita prevede solo UNA di queste cose.

Una non-vita è una monomania: solo il lavoro, solo il marito, solo la tipa, solo un hobby specifico.

Questo genera degli zombie: creature senza cervello, affamate dei cervelli altrui, che vivono un’esistenza idiota. Hanno un solo neurone, un’unica idea. Vivono per lavorare, per andare in palestra, per allattare il pupo, per correre dietro al coniuge. Si riconoscono perché, al di fuori di questa singola e sola cosa, non hanno nulla da dire, non sembrano avere sentimenti, non sanno come occupare il proprio tempo.

 

Queste persone sono ottuse, egoiste, limitate: non si può lavorare, con chi lavora così; non si può amare, chi ama così.

Queste persone fanno del male anche a te. 

Perché non sono persone: sono zombie che ci vogliono contagiare con la loro stessa malattia!

 

Siamo in guerra, amici. Dobbiamo combattere quotidianamente contro un’invasione di zombie ed essere contagiati dalla loro stessa non-vita è questione di un attimo.

Basta credere, anche solo una volta, anche solo per un secondo, che non ci sia altro: che la vita si riduca a QUELLO, a quel lavoro, a quell’amore, a quella ragazza, a quella specifica piccola vile e banale quotidianità. Basta dimenticare tutto il resto e pensare che tutto si riduca a NOI.

Ed ecco, che diventiamo a nostra volta zombie.

 

Non lasciate che gli zombie vi mangino il cervello: combatteteli a colpi di curiosità, di altruismo, di interesse, di empatia. Ricordatevi di tutte le cose che amate ogni giorno, anche solo per un minuto.

Non dimenticatevi di vivere.

 

 

Il focus e la sottile linea fra operai e sognatori

A volte ho l’impressione che il mondo si divida in due grandi categorie, in eterno conflitto fra di loro. Da un lato ci sono i sognatori, che vedono chiaramente il castello fra le nuvole, meta finale del loro percorso, ma non sanno come arrivarci e non sono disposti a scendere a compromessi (“Ho detto che devono essere nuvole, non mi accontenterò mai dello zucchero filato!”). Dall’altro ci sono gli operai, che si dimenticano perfino che esista un castello e fanno le loro piccole cose quotidiane, perdendosi completamente lungo la strada, perché non riescono in alcun modo a capire la direzione (“Mattoni. Devo pensare ai mattoni e niente altro!”).

E non solo il mondo, a dividersi in questi due gruppi… anche il nostro cervello ha lo stesso problema: siamo sempre sospesi fra sogni troppo bellissimi e realtà troppo bruttissime e raramente riusciamo a colmare il fosso che separa le due cose. 

Eppure sognatori ed operai hanno qualcosa in comune: entrambi mancano di un focus definito: non hanno minimamente chiare le priorità.

Per focus non intendo la “semplice” concentrazione: non sto parlando del mettersi a lavorare a testa bassa, isolati da tutto e da tutti, assorbiti dal proprio compitino quotidiano. Il focus di cui parlo io è esattamente l’opposto.

Avere focus vuole dire avere una chiara e netta immagine mentale del risultato che ci prefiggiamo e della strada per raggiungerlo. 

Non vuole dire immaginarlo, in termini astratti e vaporosi (“Sogno di essere bella come Kate Moss!”), non vuole dire dimenticarlo per trovarsi travolta dalla quotidianità (“Dieta, palestra, poi lavoro per pagare il chirurgo estetico, poi altra dieta, domani corsa, dopodomani palestra… ma per cosa? Non mi ricordo… a si: Kate Moss!”). Mantenere il proprio focus vuole dire vivere in bilico sul confine che divide il sogno dalla realtà: usare la concentrazione per creare e non per isolarsi dal risultato, usare i sogni per avere una prospettiva ampia senza isolarsi dal mondo.

Avere focus vuole dire lavorare sodo, con semplicità, nella vita di tutti i giorni… ma senza lavorare fino al punto di perdere di vista lo scopo per cui si sta lavorando; vuole dire essere operai e sognatori, poeti ed ingegneri, INSIEME.

Il focus è quella corda sottile e tagliente come un rasoio, tesa fra l’abisso del fallimento ed il cielo azzurro che ospita i nostri castelli in aria: è il progetto.

Purtroppo avere un focus chiaro sul proprio futuro non è per niente facile: la ricetta per ottenerlo è complicata e miscelarlo bene è il lavoro di una vita intera. Ci vuole una giusta combinazione di razionalità (per capire cosa si può concretamente fare) e immaginazione (per vederlo nella propria testa e capire se ci piacerebbe). E poi ci vogliono, in dosi massicce, altre due doti rare: l’onestà personale per capire cosa vogliamo davvero (andando oltre le storielle che ci raccontiamo la sera, per prendere sonno) e il coraggio, per andarci a prendere tutti i nostri desideri (senza paura di sporcarci le mani).

Ma soprattutto bisogna imparare a rinunciare a tutto: tutto quello che non è una priorità va eliminato. Siamo sospesi sull’abisso: per noi deve esistere solo la corda su sui camminare. La nostra priorità è una e una soltanto, il nostro focus è chiaro, limpido, davanti a noi. Dobbiamo avere chiaro che non possiamo avere tutto e le rinunce saranno strazianti: è il prezzo che si paga per ogni scelta e per ogni risultato.

 

Il dramma di questo decennio è un’evidente mancanza di chiare priorità:  lo si vede, purtroppo, in ogni sfera della vita politica, sociale e personale. Lo si vede nel marketing, sempre più confuso e approssimativo. Lo si vede nel modo di lavorare convulso e ottuso.

A furia di fare multitasking nel presente, finiamo per farlo anche nel futuro vogliamo tutto, non rinunciamo a nulla, otteniamo molto poco. 

Non siamo capaci di scegliere. Non siamo capaci di rinunciare.

Eppure per realizzare davvero i nostri sogni non ci sono altri modi: ogni creazione richiede un sacrificio… e se non impariamo ad avere un focus preciso e concreto su quello che vogliamo ottenere, rischiamo di sacrificare la cosa sbagliata. E di perderla per sempre.

 

 

Buon Natale?

Se sarà buono o meno, starà a voi deciderlo…

Ma io ve lo auguro: un buon Natale, un buon anno nuovo, un buon resto della vostra esistenza!

BuonaNatale_pempipot

(ma se volete un buon Natale, non lasciate decidere agli altri…)

Elenco di cose che NON voglio per Natale

Caro Babbo Natale,

siccome sono una bambina viziata, quest’anno non sprecherò tempo a dirti cosa voglio, ma ti indicherò soltanto cosa NON mi devi portare.
Perché vorrei che per una volta questo Natale non aggiungesse nulla, ma andasse a levare gli eccessi. Sai, un Natale contro il consumismo, un Natale minimale, un Natale da autentico Robin Hood che dà ai poveri e toglie ai ricchi. Perché io sono una bambina viziata dalle troppe ricchezze, sai, e di tutto il sovrappiù questo Natale mi voglio liberare.
Quindi ecco, caro Babbo Natale, portami via tutte queste cose… ché me ne hai date troppe in tutti i Natali passati e ti ringrazio, ma quest’anno te le rendo.

Portami via un po’ di idee: ne ho tante che non so più dove metterle, ne ho tante da riempirci libri e caricarci cammelli, ne ho tante da caricarci aerei e bombardarci chi di idee non ne ha mai. E siccome non ne realizzo nessuna, le mie idee sono inutili! Quindi eccole, caro Babbino: dalle a chi di idee non ne ha nessuna, che se le goda e che le metta al mondo e le faccia felici!

Portami via un po’ di desideri, che ne ho cassetti e armadi e stanze intere e sono tutti perfetti come vestiti troppo eleganti che non si sa mai quando indossare. Non ho più occasione, sai Babbino, di desiderare tanto sontuosamente… gli anni passano per tutti! Conserverò i miei desideri più intimi e affezionati, quelli che indosso tutti i giorni e senza cui mi sento nuda, quelli che mi accompagnano da sempre e di cui non importa se sono un poco logori.

Portami via queste speranze scomode che sono solo una scusante per sedermi qui ed aspettare tutto quello che si è perso lungo la strada e da solo sono saprà mai raggiungermi. Portale via, dalle ai bisognosi, sgomberami il campo perché possa andare a cercare da sola ciò che voglio, senza sperare più che arrivi qualcuno a bussare con un mazzo di tulipani e una promessa.

Portati via l’orgoglio, che me ne faccio ormai di questo orpello inutile? Eccovi qui tutti i miei errori, tette cadenti e smagliature, sono qui per essere visti e sbeffeggiati, sono miei ed io li amo tutti come figli. Portati via questo telone goffo che li copriva, caro Babbino, e lasciali brillare con tutta la loro luce deforme.

Portati via tutto questo interesse morboso per le cose e le persone, questa mia infantile e stupida curiosità: le cose da capire sono troppe e il tempo troppo poco. Dovrò anche imparare a accontentarmi, prima o poi: possibile che io non sia mai sazia?

Ma soprattutto, caro e dolce Babbino mio, portati via questo mio malsano e ingenuo attaccamento. Rendimi meno collosa, Babbo, puoi? Che a me le cose e le persone restano attaccate addosso come pellucchi con il velcro, come maglioni nelle spine. Sono uno zuccherino insalivato, sopra cui va a cadere la sporcizia e sono stanca di essere sporca: rendimi liscia e dura come quelle caramelle cattive che nessuno vuol mai mangiare!
Liberami! Che possa anche io padroneggiare la sublime e sacra arte del fottersene di tutto e che di ogni cosa al mondo possa far spallucce e dire “non importa”!

Da grande voglio essere un Buddha di bronzo, grasso e impenetrabile, seduto sorridente ed idiota fuori dalla vita stessa. E forse allora nessuno potrà più umiliarmi ed infangarmi, corrodermi ed affrontarmi, deridermi ed amarmi, scuotermi e affogarmi.

Non chiedo nulla, caro Babbo Natale, solo di portare via tutto.
E di lasciarmi poco, quel tanto che basta ad essere felice, ché con tutto questo attorno non riesco proprio più.

 

La nuova vita del content-marketing

Durante tutto il 2013 mi sono trovata a seguire con interesse, per alcuni clienti e direttamente per me, il mondo del content-marketing. Con questo nome si indicano tutte quelle attività di promozione indiretta, che mirano a creare interesse preso il proprio target veicolando dei contenuti a lui utili. 

Altrimenti detto: se io ho un business di salvaslip “Asciugoni”, decido di creare un blog dove parlo dello spinoso tema dell’incontinenza (una nota marca di insegna che dopo i 30 anni è in agguato per noi tutte!) dove fornisco alle mie lettrici mille utili indicazioni sul tema. Ovviamente sponsorizzate, ma in maniera piuttosto discreta. Il messaggio non è “Comprai salvaslip Asciugoni!” ma “Leggi qui e scopri come i salvaslip (Asciugoni) possono risolvere i tuoi problemi”. Il senso del content-marketing è tutto in quel mettere relativamente tra parentesi il brand per fornire al target interessato delle informazioni di natura universale: una forma più discreta e al tempo stesso più efficace per promuoversi, rendendosi utili.

 

Attualmente il content-marketing è tutto un esercizio a dire qualcosa di significativo relativamente al proprio prodotto, alla propria esperienza, alle proprie conoscenze. Eppure trovare dei contenuti nuovi e interessanti diventa ogni giorno più difficile mentre il panorama si fa sempre più carico: ogni settore è stato letteralmente invaso di blog, incontri, ebook, tumblr e chi più ne ha più ne metta. Non è un caso se all’estero il content-marketing stia già passando di moda: tutto quello che si poteva dire è ormai stato detto e parlare di “contenuti innovativi” risulta a dir poco ironico. Il content-marketing è già morto (pure lui?!) e per promuoversi bisogna trovare qualcosa di nuovo (ancora!).

 

Poi ieri trovo questo incantevole sito, sopra il quale mi soffermo. Riassunto dell’iniziativa: due celebri e celebrati designer newyorkesi decidono di stare insieme per 40 giorni e documentano il loro esperimento attraverso un sito web, corredando il tutto con deliziosi esperimenti di grafica e tipografia prodotti da loro e da altri. Hanno fatto anche il negozio online per acquistare i poster con le frasi!

La mia reazione iniziale è stata di puro disgusto: percepivo questo come una forma volgare e fastidiosa per buttare la propria vita sulla pubblica piazza del web, in cambio solo di pubblicità e contatti. Che squallore. Dove finisce il personal brand dove inizia la caricatura di se stessi?

 

Eppure leggendo mi sono trovata a pensare che non solo il sito era esteticamente bello e ben realizzato, non solo le immagini erano gradevoli… era anche interessante da leggere! Perché giorno per giorno ci si trovava ovviamente a intrigarsi per le vicende personalissime di questi due personaggi reali, per la loro forte introspezione, per il loro modo di reagire alla situazione e di mettersi in gioco. La vicenda era ben calibrata, senza mai diventare né celebrativa né ostentatamente volgare: risultava appassionante come un buona storia. Sicuramente i fatti sono stati rielaborati in qualche modo, ma non importa quanto ci sia di vero finché la storia rimane realistica: quello che conta è catturare l’attenzione.

 

Ma non solo. Leggere il sito era estremamente UTILE! Perché nei due personaggi e nelle loro diversissime esigenze e finalità ci si riconosce facilmente: a partire dalla loro vita personale e dalle loro situazioni è facile trarre conclusioni di portata più ampia e universale, che diventano spunti interessanti per chiunque. Cosa succede quando la voglia di essere amati ci spinge ad annullarci? O quando il desiderio di libertà ci rende soltanto degli egoisti? Come reagiamo di fronte agli impegni, alle difficoltà, ai problemi di salute e al contatto con gli altri?

Il sito in questione non ha alcuna pretesa e non fornisce nessuna risposta: racconta soltanto l’esperienza personale di due individui. Il tono e il modo della comunicazioni erano profondamente umili: nessuna auto-celebrazione, soltanto molta personalità.

 

Fermandomi a riflettere su questo sito, come su tutti gli altri, è facile isolare un paio di caratteristiche universali per un’efficace promozione presso il pubblico: bisogna risultare interessanti, utili e MODESTI. Non si dovrebbe parlare di sé e del proprio lavoro in termini celebrativi e auto-referenziali, ma creare una storia ed un personaggio interessanti e in cui identificarsi e fornire informazioni utili a chiunque legga. Il tema della promozione non è vendere quanto creare interesse. E per farlo devo creare contenuti che interessino.

 

Già vi sento congratularvi tutti in coro con me all’urlo di “Complimenti, hai appena scoperto le regole basilari del content marketing! Ecco una bambolina in fuffa transgenica per il disturbo!”… ma io sto dicendo una cosa un po’ diversa.

Pur non condividendo il tema ed il modo scelto, ho letto estensivamente quel sito e l’ho trovato significativo e memorabile (più del portfolio dei due diretti interessati): perchè era universalmente interessante e veicolava delle informazioni potenzialmente utili a chiunque. Il sito non parlava minimamente del lavoro delle persone coinvolte che sono, incidentalmente, due designer di levatura internazionale: chi loro fossero e cosa loro facessero lo si apprendeva solo dal contesto e dalle immagini bellissime con cui arricchivano il sito (e il negozio online del sito stesso, ovvio!). Il sito parlava di tutt’altro, eppure promuoveva attivamente la loro attività di designer… solo che lo faceva in maniera indiretta. Si tratta di content-marketing?

 

Forse il content-marketing è morto. O forse no. Forse deve soltanto rilassarsi, uscire dalla propria cameretta per andare a giocare con gli amici.

I contenuti non sono infiniti: se il nostro scopo è trovare sempre qualcosa di nuovo da dire ci troveremo presto a corto di idee, annegati in una pozzanghera di superficialità e di ripetizioni.

L’unica cosa infinita, nel mondo della comunicazione, sono i punti di vista… e forse la direzione in cui andare per creare contenuti originali è proprio questa: impegnarsi non tanto per dire sempre cose nuove, quanto per trovare una formula personale e unica per veicolare un punto di vista. E avere l’umiltà di dire che quello non è un contenuto, ma solo e soltanto un punto di vista: sta al lettore trarne conclusioni e riflessioni universali, è arrogante da parte di chi scrive veicolarne. Così facendo si andrà a costruire, poco per volta, un contatto nuovo e diretto con chi legge: non basato su dogmi cattedratici ma su un contatto diretto e personale con il proprio pubblico. Io-persona parlo del mio brand a delle altre persone, senza pretendere di insegnare loro nulla, ma semplicemente raccontando la MIA esperienza.

 

Per avere un futuro il content.marketing deve ridimensionarsi, rinunciare alle proprie pretese universali e tornare a essere quello che in realtà è sempre stato: un punto di vista personale.

 

 

Beyoncé e la morte del marketing

Il marketing è morto. Da creatura vistosa e un po’ truzza quale lui è sempre stato, a dare l’annuncio della sua (neanche poi tanto) triste dipartita arriva Beyoncé.

I fatti sono semplici e sulla bocca di tutti. Beyoncé rilascia un disco nuovo su iTunes, senza dirlo a nessuno “se non ai propri fans” e senza (apparentemente) spendere una lira di marketing. I mezzi di marketing utilizzati per il lancio? Una foto su Instagram con la scritta “Sorpresa!”

Detto disco vende in 24 ore 400.000 copie, quando il di lei disco precedente, lanciato con grande dispendio di risorse ed inventiva ne vendette 300.000 in una settimana.

 

Perché Beyoncé ha fatto una cosa simile?

Perché (cito testuale la press release): “voleva veicolare la sua musica direttamente ai suoi fans, senza alcun filtro intermedio”. http://www.columbiarecords.com/

Perché i social *parte lo stacco musicale sponsorizzato* permettono un contatto innovativo, diretto e senza precedenti con i propri fan, i quali hanno percepito questo disco come un dono, fatto direttamente a loro senza alcun intermediario. Perché la musica è una cosa tra artista e ascoltatore e tutto il resto non c’entra e non ha alcun valore. *fine dello stacco musicale sponsorizzato*.

“Senza i social però tutto questo non sarebbe stato possibile!”

Che figata, i social! La rivoluzione della comunicazione! La rivoluzione del marketing! La rivoluzione del mercato! La rivoluzione delle rivoluzioni!!11!!

Le agenzie non servono più, ora dobbiamo diventare tutti social media manager! La pubblicità è morta, la TV è morta, le riviste sono morte, è morto tutto quello che non è un social!

I social permettono a chiunque di vendere qualsiasi cosa senza spendere un centesimo di pubblicità! I social hanno ucciso il marketing!

 

Magari prima di partire alla carica urlando cose del genere (che ho già letto in un numero imbarazzante di blog) forse sarebbe il caso di fermarsi un attimo ad analizzare alcuni piccoli dettagli della situazione in esame.

Per esempio, che stiamo parlando di Beyoncé.

Quando Beyoncé si taglia i capelli, Chuck Norris si chiude in bagno a piangere; quando Beyoncé ha un’idea, Steve Jobs in paradiso si vergogna delle proprie; quando Beyoncé dà un colpo di natica, la gente muore: cosa se ne fa Beyoncé, del marketing?!?

Forte di milioni di fan in tutto il mondo, di una carriera stellare, di premi vinti e dischi venduti, Beyoncé non ha alcun bisogno di alcun tipo di marketing.

A Beyoncé per vendere un disco serve una cosa sola: un disco da vendere.

Quindi, perché Beyoncé ha deciso di fare un lancio del genere, rinunciando ad ogni orpello? Va bene, si voleva il contatto diretto coi fan che la amano, certo, certo, come no. Seriamente… perchè?

Lo ha fatto perché poteva. Altrimenti detto: non aveva alcun bisogno del marketing. 

 

Ora, disgrazia vuole che non tutti siano Beyoncé e non tutti i prodotti siano fichissimi come il nuovissimo disco di una rockstar meravigliosamente popputa (per non parlar del resto).

Mettiamo il caso che io abbia un business di salvaslip e posti una mia bella fotina su Instagram con scritto “Sorpresa! Mi sono arrivate proprio oggi, ma con Asciugone sono asciutta e pulita!”. L’idea è geniale, lo so, ma nonostante questo c’è il rischio che le mie vendite non siano proprio altrettanto stellari e massificate quanto quelle di Beyoncé. In altre parole: non basta un account Instagram a fare di me la Beyoncé dei salvaslip.

Capisco bene che i social siano bellissimi: permettono a tutti di sognare. Danno anche ai prodotti un bel sogno: quello che per avere successo sul mercato non serva più spendere un centesimo in marketing.

 

Detesto essere foriera di cattive notizie, ma no: non è così. E temo non sarà così per molto tempo ancora.

L’unica cosa rimasta uccisa dai social network, finora, è il nostro tempo: non si hanno notizie di altri feriti. Quanto al marketing… dalla sua villa a Miami Beach manda a dire che lui sta benissimo.

 

Eppure io ci spero, ci spero tanto, ci spero insensatamente che quel bastardo muoia! Possibilmente trascinando con sé tutti i suoi accoliti con i loro simpatici falò portatili creati solo per produrre fumo senza combustione. E un giorno il marketing morirà: ce lo rivelano episodi come questo di Beyoncé… ma non saranno certo i social ad ucciderlo!

 

Il marketing sparirà quando sparirà la ragione per cui è stato creato: vendere cose inutili e/o brutte a chi non ne ha bisogno. 

Perché quando un prodotto è realmente bello, realmente utile, realmente innovativo… il marketing non serve a molto e non è MAI servito. Basta vedere la Apple, che negli ultimi anni ha dato al proprio marketing un budget assolutamente ridicolo in proporzione alle proprie vendite: perché il marketing è nel PRODOTTO.

 

Eppure il clamoroso lancio di Beyoncé è un ennesimo dato significativo.

I brand si stanno muovendo in una direzione nuova: creare un contatto diretto con il proprio audience di fan e di appassionati. Perché il futuro del marketing è questo: creare un prodotto eccellente che emozioni le persone e che le faccia davvero sentire coinvolte, in maniera diretta e personale.

Il marketing è soltanto un filtro fra l’utente ed il prodotto, nato per amplificare il messaggio e per veicolarlo alle masse: quando questo filtro diventerà inutile, si dissolverà. Finalmente i brand scenderanno dal piedistallo e smetteranno di urlare le loro idee e le persone torneranno a viverli e costruirli, a chiamarli con il loro nome e a interpretarli. Finalmente finirà questo rumore assordante e semplicemente si tornerà a parlare con il tono di voce normale che si userebbe con chi ci vuole ascoltare davvero.

E allora finalmente il marketing morirà.

E la colpa non sarà certo dei social: sarà dei prodotti, che di lui non avranno più bisogno.

 

 

Stimolate i bambini a FARE, non a subire!

Premetto che non ho e probabilmente non avrò mai figli, ma recentemente sento crescermi dentro quel grande desiderio di sputare sentenze su quelli degli altri, noto al mondo come “menopausa precoce”. So già che verrò lapidata per quello che sto scrivendo, perchè parlo di bambini… “e tu non ti devi permettere!”

 

Il bambino è il più grosso e drammatico tabù di questo secolo. 

Non mi metto neanche a parlare di quelle madri che vivono il parto come una novella Immacolata Concezione e che si atteggiano a Vergini Beatificate perchè LORO hanno partorito moderni piccoli Gesù… ma da lì in avanti, i bambini sono criceti che vanno tenuti nella loro brava piccola ruotina, perchè il mondò là fuori non li impolveri e non li consumi.

E vanno fatti costantemente correre, correre, correre.

 

Ed eccoli li: a tre anni, tra TV, film accuratamente scelti in base all’elevato impatto formativo (“A mia figlia niente cartoni animati, solo film magrebini di animazione in stop-motion che importo tramite il mercato nero su VHS!”), libri, giochi didattici, iPad, iPhone, computer (“Lui è bravissimo, a tre anni lo usa meglio di me! Ovvio che è sempre monitorato!”) e chi più ne può comprare (perchè alla fine è tutta una questione di denaro, diciamolo), più ne metta. Stimoli a gogo, senza sosta: perchè gli stimoli non bastano mai.

Poi scopri che a tre anni sono: stressati, insonni, iperattivi esoffrono di sindromi di deficit di attenzione varie.

 

Ed è vero, è verissimo: gli stimoli non bastano mai… ma c’è stimolo e stimolo. 

Gli stimoli veri stimoli a fare e costruire, a creare e provare e giocare, non sono solo e sempre quintali di informazioni da assorbire passivamente! 

Questi bambini sono massacrati dagli stimoli: li assorbono ovunque, come spugne, e non sono minimamente in grado di elaborarli. Si sovraccaricano come molle e non arriva mai il momento di saltare: si va a letto la sera con tutta questa mole di input immagazzinati dentro e ci si svegli la mattina e si ricomincia. Ma il momento di tirarli fuori non arriva mai. Perché?

 

Per comodità. Perché per i genitori è mille volte più comodo e facile stimolare i figli in modo passivo piuttosto che in modo attivo. Perché per farlo in modo attivo ci vuole tempo, presenza, attenzione, capacità: i bambini non lo fanno da soli, vanno guidati ed aiutati. Serve qualcuno che li guidi ad elaborare gli stimoli, che si sieda accanto a loro e gli insegni a dare forma ai loro sogni.

Perché per insegnare ad un bambino ad essere tale serve un adulto. Serve qualcuno che ci è passato. Lasciati da soli, vivono come poveri animaletti frastornati, in un mondo pieno di cose e di idee che non riescono a prendere forma.

 

Genitori, SVEGLIA! I bambini non sono piccoli capolavori del creato che nascono perfetti dal grembo delle loro mamme e vivono in un mondo di caramelle un’esistenza autogestita. SONO SOLO BAMBINI. Da soli non fanno NULLA.

 

NON crescono da soli, NON imparano da soli, NON sono felici da soli: sono bambini, dipendono da voi! Si crescono giocando con loro e dedicando loro tempo, attenzione e intelligenza: non accendendo tre TV, due iPad, un Mac e quattro libri illustrati.

I bambini si crescono con i fatti, non con gli stimoli. Gli stimoli sono solo un succedaneo per il vostro senso di colpa.

 

Se pensate che regalare loro la collezione completa di pop-up artistici realizzati a mano di Andy Warhol serva in qualche modo a farli diventare dei geni, andrete incontro a una grossa delusione.

Se credete che guardare solo i film Disney (“che sono educativi!”) vietando loro i Gormiti li renderà piccoli radical chic quali voi siete, finirete con il cuore spezzato.

Se credete che fornire loro gli strumenti mentre voi andate serenamente avanti a badare ai fatti loro ignorandoli li renderà felici e intelligenti ci sono ottime possibilità che stiate crescendo dei mentecatti infelici.

 

Questo Natale ai vostri figli, regalate un libro in meno e un’ora del vostro tempo in più.

Ve ne saranno più grati di quanto riusciranno ad esprimere e farà un sacco bene anche a voi.

 

Disclaimer

Se pensate che il fatto di non avere figli mi renda incapace di parlare di bambini, ricordo a tutti che Maurice Sendak era gay e senza figli, ma questo non gli ha impedito di essere uno dei più acuti interpreti dell’infanzia di questo secolo. E potrei citare altri mille esempi, ma lui resta il mio preferito.

Se pensate che “chi non prova non capisce” dimenticate un dettaglio: ho un sacco di esperienza nel campo, perchè sono stata bambina per la bellezza di 33 anni e non ho la benché minima intenzione di smettere di esserlo a breve. 

Se pensate che questa sia una romantica e vaporosa affermazione sulle linee di “conserva il bambino che è il te per rimanere creativo”, la risposta è no: sono solo ferma agli 8 anni. Perché ho avuto genitori abbastanza grandiosi da farmi capire che non c’è alcun bisogno di procedere OLTRE: avere 8 anni per tutta la vita va benissimo, devi solo potertelo permettere.

Se pensate che tutto questo ancora non basti a poter sputare sentenze sulla pregiatissima prole altrui… beh io due occhi ed un cuore, oltre che un cervello. E a volte, non sempre, provo a usarli.

Ma perché i social ci piacciono tanto?

Il genere umano adora le storie: ci piace ascoltarle, perchè ci identifichiamo, ma ci piace anche raccontarle. Anzi, forse raccontare storie è il nostro passatempo preferito, dai tempi delle pitture rupestri, dai tempi del nostro primo vagito: raccontare storie ci rende felici e ci viene assolutamente spontaneo.

Le storie sono quello che ci permette di comunicare ed empatizzare con i nostri simili, di porci sulla loro stessa lunghezza d’onda mentale. Sono un meccanismo sicuro per raccogliere persone attorno ad un fuoco ed incantarle con il nostro affabulare.

 

In risposta a questa nostra esigenza tutta umana, i social-network sono diventati subito il luogo ideale per raccontare storie: sono piattaforme in cui ciascuno di noi può portare avanti la propria personalissima forma di storytelling di sé stesso. 

E non solo: sono la piattaforma attualmente di maggior successo per raccontare la storia di noi stessi. Hanno sorpassato lettere e mail, surclassato il buon vecchio diario e sgominato perfino gli amichetti della vita reale.

Ma perché? Perché i social ci piacciono tanto?

 

La prima ragione è quella più ovvia: ci forniscono un pubblico

Avere l’attenzione delle persone è forse la massima e più istintiva forma di gratificazione: ci rende felici. 

Vogliamo, pretendiamo, reclamiamo l’attenzione… e se raccontare una storia è il metodo più efficace per ottenerla, farlo su un social ci permette di avere un altissimo grado di ascolto perchè ci garantisce il massimo del pubblico possibile.

Sapere che qualcuno ci segue su qualche social ci rende felici, ascoltati e compresi… e più persone ci seguono più felice, ascoltati e compresi ci sentiamo. Come se fosse la quantità a fare la differenza.

 

E non è tutto.

I social ci offrono tutti gli strumenti per raccontare una storia stupenda con quello che abbiamo a disposizione tutti i giorni: noi stessi. 

Sui social raccontiamo il romanzo della nostra vita… che spesso ha molto poco a che fare con la realtà. Sui social forniamo il nostro, riveduto e corretto ad uso della platea, per intrigare, innamorare ed attrarre un pubblico: farlo è facile e viene assolutamente spontaneo!

Se Instagram ha inventato il filtro della bellezza, Twitter ha inventato l’algoritmo dell’ironia, Facebook la funzione della socievolezza e LinkedIn la qualifica della professionalità. E non è questione di mentire: la storia è tutta nel punto di vista. Chi decide cosa è vero e cosa è falso? Io sono libera di sentirmi una fashion-blogger, e che mi importa se poi nella realtà non lo sono affatto?

I social-network hanno successo perchè fanno apparire tutti molto meglio di quello che sono nella realtà: perché dovremmo mostrarci per quello che siamo, se possiamo mostrarci migliori?

Ed ecco il segreto del successo dei social-newtwork presso tutte le categorie di pubblico: offrono carta bianca e occhi interessati a leggere.

 

Ma perché scrivere? Da dove viene, questa umanissima passione per il raccontare storie?

Non lo facciamo solo per il nostro ineluttabile bisogno di un pubblico, non lo facciamo per coccolare il nostro ego… abbiamo esigenze molto più profonde e molto più sincere. Raccontare serve a processare le informazioni, ad estrarle dalla nostra testa per renderle comprensibili a qualcun altro. Perché se vogliamo capire possiamo farlo solo rielaborando.

Ed i social-network in fondo sono anche questo: un posto dove metabolizzare la realtà, filtrare i punti di vista, confrontare e confrontarci. Un posto dove provare a raggiungere un nuovo livello di comprensione.

 

Perché in fondo anche stare su un social è scrivere, e scrivere è la massima forma di pensiero. 

 

 

LinkedIn: il mio incubo personale

Che i social network creino delle dinamiche alienanti e potenzialmente angosciose è cosa risaputa.

Ognuno ha il proprio segreto complesso di persecuzione, la propria personalissima “ansia da social network” che si incarna in forme e modi assolutamente unici: può essere la conoscente che carica foto da vera strafiga proprio il giorno in cui ci sentiamo un po’ appesantite e sbattute, il tipo super socievole che ha mille Like su Facebook (inclusi quelli di chi a noi non ci guarda mai nemmeno da lontano), la twitstar apprezzatissima che potrebbe scrivere il proprio nome anche sulla carta del cesso e avere venti retwit.

Ecco, la mia personalissima nemesi social è LinkedIn.

LinkedIn è stato creato con un occhio di riguardo special a tutte le mie più radicate insicurezze: perchè per non sembrare cessa posso evitare di mettere autoscatti su Instagram (e tenere una rubrica di moda satirica altrove), per non sembrare un’emarginata sociale non ho mai avuto Facebook, per sembrare intelligente posso inventarmi qualche scemata da scrivere su Twitter (scrivere non è mai stato un problema, almeno quello)… ma su LinkedIn ci devo stare per forza. E in tutti questi anni, non ho ancora capito cosa cavolo devo scrivere su LinkedIn per sembrare professionale.

In teoria sarebbe tutto semplice: LinkedIn è il social-network dei contatti professionali. Quindi bisognerebbe usarlo come una specie di Curriculum Vitae interattivo: caricare le passate esperienze lavorative e le attuali mansioni e qualifiche, aggiornare mansioni e competenze, postare risorse e informazioni lavorativamente interessanti. Poi entrare in contatto con i proprio collaboratori e colleghi passati e presenti, per creare un network digitale di biglietti da visita e di professionisti sempre a disposizione.

Fin qui nessun problema: ci carico esperienze e mansioni, ci importo un po’ di indirizzi mail, lo aggiorno man mano che le situazioni cambiano, ci metto in grande in alto che di lavoro più o meno scrivo.

Peccato che basti visitare un qualsiasi profilo LinkedIn un po’ avanzato per capire che LinkedIn non funziona così: solo i dilettanti lo usano così!

Cosa intendo per profilo LinkedIn un po’ “avanzato”?

 

Beh, li si riconosce per prima cosa dalla qualifica: il vero professionista di LinkedIn non potrebbe mai adoperare una squallida qualifica standard per il proprio profilo! Non è mai un banale “Direttore vendite”, un trito “Project Manager”, un noioso “Account”: quali tragiche trivialità!  Loro sono “Sales Ninja”, “Project Captain”, “Strategic problem assassin”: perchè in un mondo iper-competitivo ti devi differenziare subito, dalla primissima riga del tuo biglietto da visita, altrimenti cadi nel dimenticatoio.

E non importa se la tua estrosa qualifica rende praticamente impossibile ad un estraneo comprendere che lavoro tu faccia in realtà, perchè a loro gli estranei non interessano: loro viaggiano ormai sul circuito chiuso dei “professionisti di LinkedIn”, che non ha nulla a che vedere con la vita reale. 

Qualche tempo fa mi sono imbattuta in un profilo dove il lavoratore si qualificava come “Human Watcher”. Impressionata da tanta creatività l’ho mostrato a mia madre che si è stretta ha scosso la testa commentando: “La disoccupazione è davvero alle stelle, poverino, spero trovi un lavoro”. Le ho spiegato che no, il suo lavoro era proprio quello. Lei si è stretta nelle spalle: “Ma dai amore, svegliati! Anche i vecchini che guardano i cantieri c’hanno una pagina su LinkedIn come questa qui!”

 

Poi si va a guardare il numero di contatti con cui sei in collegamento: se ne hai meno di 300 sei uno stagista parvenu. Ma se per chiedere il contatto su LinkedIn bisogna aver lavorato insieme, come si fa ad avere così tanti contatti?! Ma è semplicissimo: basta cambiare la definizione di “lavorato insieme” in “una volta c’ho bevuto un caffè/stretto la mano/scambiato due parole”, et voilà il network è fatto. Eh, già vi sento sollevare perplessità: “Ma come fai a sapere come lavora una persona, dopo averci bevuto un caffè?!”. Ma è ovvio: non si sa. Ma non importa: perchè nel frattempo ho un nuovo contatto di LinkedIn *rumore di sottofondo di festeggiamenti* e questo è tutto quello che conta.

 

Quindi ricapitoliamo: una passa la vita a darsi un alone di professionalità, di serietà, di contegno. Ti compri il tailleur scuro ed uno stock di camicine bianche che spendi più in stiratura che non in alimenti; ti stampi il biglietto da visita minimale dove hai quasi paura a scrivere “copywriter” e infatti decidi di non scrivere nulla; ti fai il sito quasi con vergogna; sistemi uno stringato e sintetico portfolio dove “questo no, questo neppure, questo non posso, quest’altro nemmeno”; dai del Lei a tutti, inclusi i parenti prossimi, “che almeno sembro più seria”.

Poi arrivi su LinkedIn.

E scopri che per avere successo ti dovevi definire “Digital trasmedia storyteller exquisite”, dovevi spammare senza discriminazione il mondo intero con mail “Ehi AMICO, entra a far parte del mio netuorc su LinkedIn!” e soprattutto dovevi reinterpretare in chiave molto ma molto personale tutta la tua esperienza passata.

 

Eh già, perchè io ho scoperto come funziona LinkedIn proprio così: andando a guardare i profili di amici, conoscenti e colleghi. Che a vederli su LinkedIn erano “oh mio dio, ma davvero sono stata così fortunata da lavorare con questo incredibile e strafigo professionista del settore!?”

Quindi vai a trovare l’ex-ex-ex-ex-collega, quella del primissimo stage, nella primissima agenzia, quella insieme con cui si facevano le notte insonni scartavetrando il fondo dell’ultimo dei cessi collettivi, quella accanto alla quale si è pianto per gli insulti ricevuti… e si scopre che la TUA qualifica era “stagista”, la SUA qualifica era “Junior Executive Storytelling Associate Director”.

Poi cerchi l’amico che per ore hai ascoltato lamentarsi del proprio patetico lavoro di infame galoppino, quello che di mestiere raccoglieva la lavanderia sporca e portava la pizza, incassando pure gli insulti del capo perchè “è un po’ fredda, e ci volevo i capperi, non le acciughe”. Credevi fosse un segretario? Errore! È un “First Class Problem Solver & Personal Assistant”.

 

Quindi LinkedIn ci insegna questo:

1. Ogni lavoro diventa bello e figo inserendoci dentro a caso una o più di queste parole: associate, executive, problem solver, digital, storyteller, strategic, creative. Per un ulteriore elenco potete leggere qui.

Ma soprattutto non scordate mai il vero passe-partout della qualifica su LinkedIn: MANAGER. Perché tutti in fondo siamo manager e non importa se di mestiere sei un giardiniere: vuoi mettere quanto fa più figo scrivere “Humus Manager”? Altrimenti quando uno ti chiede che lavoro fai che rispondi? “Io concimo”?

2. Se dall’altra parte della strada passa il super-mega-direttore di Tutto e lo saluti puoi chiedergli il contatto di LinkedIn, certo: anche se lui non ti ha salutato. Perché vuoi mettere che figata averlo fra i contatti?! Ché i contatti su LinkedIn sono come le figurine e averci quelle rare dà un sacco di prestigio!

3. Se non hai curriculum non importa: che razza di GENIO CREATIVO sei se non te lo sai inventare? Se sei una persona limitata che non sa inventarsi nulla, procedi con una sistematica escalation: se eri uno stagista, metti “Junior”; se eri “Junior” metti “Senior”; se eri “Senior” metti “Director”, e via così. Se qualcuno ti chiede come mai non hai mai fatto stage sorridi e dì che tu “sei nato imparato”: funziona sempre.

Ma soprattutto, LinkedIn ci insegna questo: che sui social-networks inventarsi una carriera è molto più facile averne una nella realtà.