Alle origini del gusto

Quando ero bambina “La Bella Addormentata Nel Bosco” di Walt Disney era uno dei miei film preferiti e lo guardavo fino a saperlo a memoria. Quello che da bambina non sapevo e che ho impiegato decenni per capire era perché quel film mi piacesse così tanto: non era per la storia (il personaggio con più personalità è senza dubbio il cavallo del principe, e abbiamo detto tutto…) e nemmeno per le musiche. Quello che mi faceva impazzire era l’art direction: ma da bambina non sapevo nemmeno cosa volesse dire questa parola.

E tantomeno conoscevo la storia affascinante di Eyvind Earle: un artista incredibile, forgiato da un padre-padrone che lo obbligava ogni giorno a leggere 50 pagine o a dipingere un quadro. Quando venne affidato alla madre, il bambino le chiese, come prima cosa: “Ti spiacerebbe molto se io non dipingessi mai più?”, eppure poi andò avanti e divenne uno dei più grandi art director della Disney (e un grandissimo artista di questo secolo).

Quando sono cresciuta ho studiato l’arte medioevale: ma da adolescente e ragazza piena di pretese intellettuali non sarei mai stata capace di ammettere che in realtà buona parte dei capolavori fiamminghi mi piacevano solo perché gli alberi mi ricordavano quelli di Earle, perché le atmosfere erano quelle della Bella Addormentata. Ma la realtà è che mi sono innamorata dell’arte medioevale solo perché mi ricordava il bosco di quel film.

Qualche anno fa, durante una breve vacanza in Germania, ho visitato per la prima volta la Foresta Nera e molti splendidi borghi medioevali. E li ho trovati del tutto incantevoli, perché di nuovo mi ricordavano La Bella Addormentata nel Bosco, Pinocchio, Biancaneve e i sette nani. La realtà mi risultava incantevole perché si era ispirata alla fantasia di un cartone animato, come lo immaginavo io nella mia testa di ormai trentenne.

Ed in realtà so bene che tutto era mischiato, tutto era al contrario: il bosco del film era ispirato all’arte medioevale, che era ispirata a quel bosco fisico, o a qualche altro bosco simile, re-interpretato con una sintesi quasi minimalista da un artista del tardo 1300.
Amavo un bosco rappresentato, ispirato da un’altra rappresentazione, ispirata alla realtà. E quella realtà da cui era partito tutto, l’ho conosciuta per ultima, in un processo ce non ha avuto nulla né di ordinato, né di concreto: un discorso maledettamente complicato!

Ma non importa. Non importa quanto sia complicato il percorso: quello che ho scoperto è che le cose che amiamo davvero le conosciamo, in maniera completamente istintiva ed irrazionale, e torneranno sempre da noi, sotto mille nuove forme.
I nostri gusti sono li, nonostante il caos della nostra formazione, la disorganizzazione della nostra “cultura” e del nostro apprendimento: sono come un fiume sommerso che trova sempre il modo di affiorare, nella maniera più inaspettata e meravigliosa.

Per anni mi sono interrogata sui percorsi di queste correnti, sulle loro origini, sui flussi e i riflussi sotterranei, sugli affluenti di questi fiumi: ma in realtà non importa nulla. La cosa più affascinante è vedere come tutto questo trovi sempre un modo per emergere.
La cultura visiva di una persona assume forme originalissime ed uniche, che trascendono dall’età e dalla formazione. Ma nessuno, neanche l’individuo più disattento o apparentemente grossolano, neanche chi fa pubblico vanto della propria noncuranza verso queste “frivolezze” è privo di un suo gusto visivo, personalissimo e molto ben caratterizzato, formato nel corso degli anni, plasmato con cura dalle sue esperienze.

Lo vediamo nella grazia inaspettata con cui una commessa realizza le proprie vetrine, nel guizzo di classe e di colore che un manager sceglie di dare alle proprie cravatte, nel dettaglio di un laccio per le scarpe abbinato in maniera contrastante ad una serissima calzatura di vernice nera, nella tappezzeria di gusto fortissimo che un’amica timida e altrimenti quasi trascurata sceglie per la propria stanza da letto.
Lo vediamo nei dettagli, ma anche nelle scelte macroscopiche.

Saper interpretare i nostri gusti, conoscerli ed anticiparli, ci rende persone più sicure di noi stesse, più coerenti: ci fornisce un incredibile asset interpersonale, perché ci rende davvero “memorabili” agli altri e contribuisce in maniera decisiva a creare un nostro unico “personal brand”.

Al tempo stesso, imparare ad identificare e riconoscere i gusti degli altri ci rende più sensibili e ci aiuta ad interfacciarci con loro in maniera più responsabile: è il requisito fondamentale di ogni attività di consulenza e ci fornisce indizi preziosi sui gusti e sulle richieste del nostro cliente.
Pensare che il manager con la cravatta rossa voglia tutto il sito web di quel colore è senza dubbio un po’ semplicistico… ma i mille indizi lasciati dalle persone nel loro abbigliamento, nella scelta dell’arredamento e dei dettagli dello spazio in cui decide di vivere sono una merce preziosa, che sarebbe stupido ignorare: in fondo, sono le goccioline di condensa lasciate dalla turbinosa corrente sotterranea dei suoi gusti.

 

Apple e Coca-Cola a confronto: dal superbrand all’unbrand

È di qualche giorno fa la notizia del sorpasso: la Apple è riuscita a battere la Coca-Cola e a conquistarsi il posto di brand più potente del mercato. Al di là di ogni considerazione sull’effettivo valore di queste classifica (stilata annualmente da Interbrand sulla base di una complessa serie di fattori), il confronto fra questi due giganti è decisamente interessante, soprattutto da un punto di vista della comunicazione.

Abbiamo infatti davanti due società che stanno facendo branding in maniera del tutto antitetica: da un lato il superbrand tetragono della Apple, recentissimo e minimale, gelido e inalterabile; dall’altro un brand con così tanta storia ed immagine da potersi permettere anche di non esistere più.

Coca-Cola con la sua più recente operazione “Condividi una Coca-Cola” ha perfino rinunciato al proprio logo: un vero e proprio anatema per la comunicazione e per il marketing. Al posto di un logo con un secolo di storia, è stato messo il nome proprio di un consumatore: il brand si toglie di metto, e resta la persona. Qualcosa che per la Apple, con la propria Mela scolpita nel marmo ineluttabile del branding eterno, sarebbe completamente inconcepibile.

La campagna ha avuto un successo incredibile sia presso il pubblico (con deliri di folla per ottenere una singola lattina personalizzata), che presso i media (con un’autentica campagna virale di prese per i fondelli, giochi di parole e parodie) fino a ottenere la massima forma celebrazione possibile nel mondo della comunicazione: la copia sfrontata, fatta dalla Ferrero per la Nutella.

Non è un caso nemmeno che a copiare questa operazione sia stato un altro marchio storico del settore alimentare: perché nulla è caldo, emozionale, personale e vicino alla persona come il cibo, ed è ovvio che siano questi brand a cercare un nuovo e più intimo contatto con i loro consumatori.

Resta il fatto che vedere il proprio nome, o quello di un proprio amico, al posto del logo Coca-Cola è profondamente spiazzante e che la campagna “Condividi una Coca-Cola” è molto più che una brillante iniziativa di marketing: è un incontrovertibile segno dei tempi.

Il brand più vecchio di tutti, il brand che ha inventato Babbo Nalate, il brand a cui basta un’onda per definirsi e una bottiglia per parlare di sè, non ha più bisogno di essere un brand: la Coca-Cola non è un brand, non è una bevanda, non è un passatempo, non è la Felicità. La Coca-Cola è la Coca-Cola. E basta.

Alla Coca-Cola non serve più nemmeno un logo, tantomeno delle guideline di utilizzo o di riferimento. Alla Coca-Cola serve una cosa sola: dei consumatori. Ed eccola, la nostra eroina in rosso, che si lancia al loro inseguimento con la più geniale e vistosa marketta pubblicitaria della storia degli ultimi anni: “Io non sono niente senza di voi, quindi metto il vostro nome al posto del mio logo, perché voi valete più di me, più dei miei esperti di branding di comunicazione di stile di grafica.”

Il pubblico applaude.
E compra, ovviamente. Che è l’unica cosa che deve fare.

Dall’altro lato, la Apple: il brand più potente della terra, il brand a cui ogni altro brand guarda come al Capolavoro. Una società che venderebbe anche ghiaccioli al Polo Nord, se questi fosse bianchi, a forma di iPhone e con una mela sopra: perché ogni cosa al mondo con una mela sopra acquisisce un nuovo valore.

I compratori della Apple nel pack minimale del loro costosissimo ultimo gingillo non trovano neanche il caricabatterie MA trovano quella che per loro è la massima e più eccelsa ricompensa: due preziosi adesivi della mela. Due semi del brand da andare a riversare nella terra dei comuni mortali la fuori che vivo circondati da oggetti brutti, vecchi e inutili perché drammaticamente privi dell’unica cosa che serve: una mela.

Ed ecco che il logo Apple trova posto sulle automobili, sulle biciclette, sulle valige, sui PC. Quello che ho di più caro al mondo lo merita, perché ne riceve un nuovo valore.
Per la Apple rinunciare al proprio logo vorrebbe dire rinunciare a TUTTO: anche perché il loro branding è talmente minimale da non essere fatto praticamente da nient’altro che un logo e carrettate di sublime e rarefatta eleganza.

La Apple porta la NON-personalizzazione ad estremi livelli: i suoi dispositivi possono essere usati solo nel modo che decide lei, solo con le app da lei approvate, solo con gli accessori che lei seleziona.
E perfino la loro perfetta, impeccabile, assistenza clienti è tanto disumana da risultare inquietante: al Genius Bar si viene accolti da identici assistenti vestiti con identiche tshirt. Sorridenti, gentilissimi, ti stringono la mano e si presentano con il proprio nome… ma il forte sospetto è che anche quello sia stato assegnato loro dal marketing: sono così cortesi e perfetti, che forse sono dei cloni.

E siccome nessun brand quanto la Apple può contare su un gruppo di fan tanto esaltati quanto entusiasti, forse è questo il modo giusto di fare. Apple è un SUPERBRAND: mette il proprio brand prima di tutto ed i suoi fan la adorano in funzione di questo.

Eppure indagando emergono cose curiose. Tipo un mercato di nicchia, ma fiorente, di adesivi per MacBook che personalizzano la mela della Apple in mille modi uno più assurdo dell’altro: si va da parodie di altre mele celebri (da Biancaneve a Magritte) a intriganti cross over con altri personaggi famosi (da Topolino a Batman, passando per Iron Man ed i Peanuts).

E tutto questo fatto dagli utenti del modello più prestigioso della complessa filiera di prodotti Apple, i veri fan irriducibili del brand, quelli che usano un computer da migliaia di euro e non per il suo brand ma perché davvero lo apprezzano per quello che fa. Lo usano tutti i giorni, innumerevoli ore al giorno: lo vogliono rendere davvero loro, se ne vogliono impossessare rendendolo su misura per quello che sono. Migliaia di persone hanno un MacBook Pro, ma solo sul mio la mela che si illumina è color verde acido.

Perché forse, in fondo, quello che vuole il consumatore vero è questo: è mettere le mani sul brand che ama, sporcarlo, infangarlo, trascinarlo nel fango della vita reale e renderlo suo. Renderlo PERSONALE. 

Forse Coca-Cola ci è soltanto arrivata prima di tutti gli altri, e non è un caso: in fondo è il brand più vecchio di tutti, quello con più storia. Coca-Cola sta indicando la strada verso cui tutti gli altri brand si incammineranno.

L’esempio lanciato è senza dubbio estremo: pochi altri marchi al mondo avrebbero potuto permetterselo e avrebbero potuto realizzare e coordinare un’iniziativa di questo tipo con altrettanta potenza e visibilità. Eppure il futuro dei brand, in un panorama economico dove la crisi sembra ogni giorno più radicata e dove il proliferare dei canali media genera un rumore di sottofondo sempre più elevato, in grado di oscurare ogni comunicazione: è tutto da rivedere e da riscoprire.

Forse il futuro dei brand è proprio questo: scomparire progressivamente lasciando sempre più spazio al consumatore, che in fondo è il vero protagonista del marketing.

 

 

L’arte fotografica ai tempi di Instagram

Con un bacino di utenza di milioni di iscritti, e migliaia di foto nuove postate ogni ora, Instagram è diventato molto più di un semplice social-network: è un vero e proprio fenomeno di costume. Ha portato alla ribalta l’iPhone come “macchina fotografica” (la più usata, anche su Flickr) e con i suoi filtri “vintage” ha generato un rinnovato interesse verso il mondo delle Lomo e delle Olga, che di colpo sono tornate ad essere ambiti strumenti.

Chiedersi “perché?” è quantomeno lecito, ma la risposta in realtà è drammaticamente semplice: perché tutto sembra bello, con i filtri di Instagram.

Metti una mattina per caso, struccata e mal vestita: ti tiri la sciarpa sul naso, ti fai una foto su Instagram, ci aggiungi un filtro carino e un po’ di sfocatura ai bordi, la posti. La guardi: “Va beh, forse non sono bella, ma mi spaccio per interessante!”. Arrivano i commenti: incoraggianti. Ed è così per tutto quello che passa da Instagram, che sia scrivania, paesaggio, macchina, strada di città, fiore, albero o sole che tramonta.

Una cosa bella, diventa meglio; una cosa mediocre diventa carina; una cosa bruttarella diventa “interessante”. Instagram è la crema magica che ogni donna vorrebbe avere, è il fluido fatato della instant-beauty 2.0. Instagram ha inventato l’algoritmo della bellezza.

Perché i suoi colori filtrano le brutture, perché i suoi tagli eliminano quello che non va, perché le sue sfocature studiate ad arte permettono di escludere quello che non si vuole vedere. Un bravo fotografo riesce a farlo anche con una reflex da migliaia di euro, ma per noi comuni mortali c’è Instagram, che permette di fare la magia, alla modica cifra di un iPhone.

E se i professionisti storcono il naso, dicono che il formato quadrato è il più difficile, lamentano la mancanza di bravura nella scelta delle inquadrature e dei tagli, spregiano la scarsa risoluzione “perché è comunque solo un telefono!”, non si può negare che i fatti parlino chiaro: Instagram ha avuto successo perché è in grado di realizzare foto gradevoli a partire più o meno dal nulla. E in realtà il circolo è quasi vizioso: ormai noi ci aspettiamo che le foto gradevoli siano fatte con Instagram.

Ormai una foto “normale”, a vederla, ci sembra manchi di qualcosa: perché non ha l’effetto sfocato, non ha il look da Polaroid stinta, non ha quel fare un po’ vissuto di foto on the road. La presenza sul web di foto made in Instagram è ormai talmente massiccia che il gusto sta rapidamente cambiando. In altre parole Instagram ci piace perché è bello… ma è anche vero che il bello ci piace solo se è fotografato con Instagram. Ah, cosa avrebbe fatto Steve Mc Curry, con Instagram! E perchè dovrei apprezzare quelle macro professionali di libellule tanzanesi in volo, quando mia cugina ha fotografato i frollini su Instagram e mi sembrano più belli?

Chi decide, in fondo, cosa è bello? Il bello, ormai, è solo quello che va di moda, alla faccia di Platone e di quanti prima di lui si sono scervellati per trovare una definizione perfetta di un concetto così complesso. E oggi va di moda Instagram, vanno di moda le finte Lomo, vanno di moda i colori desaturati: filtri che abbelliscono del 200% ogni cosa, senza alcuno sforzo.

Un po’ è per l’immediatezza, inutile negarlo. Piuttosto che trascinarsi in giro 10 chili di reflex con tanto di obiettivi e annessi e connessi, tiro fuori dalla tasca l’iPhone, e questo da a tutto quello splendido tono di giornalismo di guerrilla.

Ma un po’ è anche una reazione, ad un certo modo di intendere la fotografia. Le pubblicità hanno divulgato delle immagini talmente perfette, talmente ritoccate, talmente sintetiche da non risultare più credibili: fotomodelle satinate tramite sabbiatrici, la cui pelle non ha più alcun segno, automobili lucidate in stile Karate Kid, senza un singolo sfriso, cibi e vivande che paiono appena sfornati dalla cucina di Gualtiero Marchesi anche quando vengono dal container di una nave cinese.

Tutto studiatissimo, tutto fintissimo: la reazione? Instagram, apparentemente autentico, ma in realtà altrettanto studiato e altrettanto finto, in modo diametralmente opposto. Se sulle pagine di Vogue anche ciò che è carne e sangue pare plastica, sulle videate di Instagram anche la plastica pare viva, partecipe, calda, umana. E bellissima. Si tratta, in un caso come nell’altro, di scegliere in che modo farsi prendere in giro dalle immagini…

Forse, è solo un passatempo per nerd che si improvvisano fotografi. Forse hanno ragione gli indigeni che pensano che le fotografie rubino l’anima (e restituiscano solo menzogne). In ogni caso la fotografia, quella vera, non dovrebbe limitarsi a “filtrare” la realtà: dovrebbe metterla a nudo.

La cultura del vomito pubblico

Che ogni esperienza umana abbia il suo valore intrinseco è una lezione che in letteratura è arrivata con il Verismo. Però ci sono alcune cose da puntualizzare.

Innanzitutto Verga, Zola e compagnia avevano degli indiscussi meriti letterari. Inoltre raramente scrivevano di vicende autobiografiche: erano sempre racconti verosimili, si, ma opportunamente romanzati ad uso e consumo del lettore (e spesso infarciti da elementi di buonismo, o da dure lezioni morali). E quando Praga poetava “canto una misera canzone,/ ma canto il vero!” era pur sempre una canzone!

Poi la cosa ha preso piede ed hanno inventato Splinder, poi Blogger, poi WordPress… ed eccoci qui, tutti novelli Verga a raccontare pubblicamente le nostre drammatiche vicende VERE! Che hanno automaticamente valore perché per prima cosa sono VERE, e poi sono NOSTRE! E quale individuo al mondo, quindi, non dovrebbe essere interessato ad ascoltarle?!

Anni fa leggevo qualche blog su Splinder. Erano tutti tenuti da adolescenti lesbiche, cocainomani, anoressiche, provenienti da famiglie con vari stati di disagio (dal “banale” divorzio, ai più turpi maltrattamenti). Pareva una gara a quello che stava messo peggio: perché chiaramente a nessuno interessa leggere di una persona sana, felice, psicologicamente serena e senza particolari traumi esistenziali. Il vero artista deve essere così: infelice, depresso, drogato, circondato dal disagio.

Con questo non intendo minimamente minimizzare le difficoltà, le infelicità o i problemi altrui, anzi. Quello su cui mi interrogo è la loro pubblica esibizione, ed il loro elevarli a materia utile da condividere con il pubblico. Perché?

È semplice necessità di condivisione (di cui ho già parlato altrove), o è qualcosa di più?
In questa pubblica esibizione dei propri panni sporchi non c’è anche una forma sottile ed auto-compiaciuta di arroganza?
Qualche secolo di storia dell’arte non è ancora bastato a farci capire la differenza (non piccola) fra una spiccata sensibilità artistica e un becero esibizionismo?

La maggior parte dei blog è lontana dalla letteratura: non sono “canzoni”, non hanno lezioni morali e raramente è presente un minimo di rielaborazione ad uso e consumo del lettore.
In pratica la differenza tra uno scrittore professionista ed il blogger medio è la stessa che c’è tra una pole dancer professionista e la vostra amica quella sera che ha bevuto troppo: magari voi ne siete segretamente innamorati e vi pare bellissima e sensuale, ma se qualcuno la vedesse potrebbe al massimo riderci su.

Eppure a chi scrive non importa nulla: non vogliono fare letteratura, non vogliono intrattenere, non voglio fornire alcun tipo di contenuto, alcuna idea, alcuno spunto.
Forse vogliono solo vomitare, pubblicamente, le loro sensazioni: per condividerle, per liberarsene, per avere una forma di solidarietà espressa in “commentini”, per parlare in maniera indiretta a chi non hanno il coraggio di interpellare direttamente.
Eppure, per quanto sia grande il loro malessere, una volta che è venuto fuori quello è solo vomito: non ha altro valore, se non al massimo una forma un po’ morbosa di identificazione da parte del lettore (“Una volta ho vomitato così anche io, mi ricordo!”).

Se si sta veramente così tanto male, non è meglio fermarsi un attimo a riflettere, prima di sedersi al computer e di riversare tutto il nostro dolore e tutta la nostra acredine li dove tutti possono leggerlo?
Il Verismo serviva a far emergere la Verità: a mettere in luce le cose per come stavano, ad analizzare. Questo invece è solo un placebo: vomitare fa stare subito meglio. Ma le ragioni del nostro imbarazzo rimangono li, non scalfite, non viste, non indagate, annidate in qualche punto fra lo stomaco e la gola. Magari non abbiamo nulla da nascondere e nemmeno nulla di cui vergognarci, ma è pur sempre vomito e non andrebbe nemmeno esibito: andrebbe curato con pazienza, usando le medicine del silenzio e della riflessione.

Un’ennesima forma di esibizionismo: una delle malattie di questa epoca. Perché il vomito di certi blog è lo stesso della stampa scandalistica, dove le personali vicende ed i privati errori di personaggi pubblici grandi e piccini sono esibiti come trofei. Ed è lo stesso vomito di certe vicende pubbliche, dove le private colpe di privati cittadini diventano l’unico metro di valutazione del loro operato.

Invece di riflettere e di elaborare, condividiamo. Buttiamo fuori le nostre difficoltà, per condividerle con un pizzico di arroganza e per dimenticarle più facilmente, togliendocele dallo stomaco.

 

DISCLAIMER:
Ho provato a tenere qualche blog personale anche io, lo ammetto (questo è solo l’ultimo di una serie infinita). Ho smesso per mancanza di spunti: di cosa avrei mai dovuto parlare, con la mia mediocre esistenza fatta di mediocri casini, senza alcun reale problema? Ero priva di idee: “Mamma, perché non sono una lesbica repressa in lotta contro il mondo?! Perché non mi sono MAI drogata!? Che cosa avete sbagliato con me? Potreste almeno divorziare, per favore?! Potreste picchiarmi!?”

Di tanto in tanto l’occhio mi cade su qualche blog. Alcuni sono sublimi, veicolano pensieri oggettivamente fuori dal comune e in certi casi anche magistralmente ben scritti. I più però sono soltanto molto personali.

Dopo un po’ ho smesso di leggerli: mi facevano sentire a disagio con la mia stessa “normalità”.

 

 

Ossessioni condivise

Che bello, avere internet e poter condividere con dei perfetti sconosciuti di cui non ci importa assolutamente nulla quello che non diremmo mai ai nostri più cari amici. Ma è davvero così bello?

L’essere umano non è progettato per stare da solo: deve avere accanto qualcuno con cui condividere i pensieri, le parole, le idee. Ed internet, con il suo proliferare di social di ogni tipo, permette la condivisione assoluta e totale di ogni cosa.
Per le idee brevi abbiamo Twitter, per quelle lunghe i blog. Per le situazioni e le amicizie c’è Facebook, per le immagini Instagram, per la musica Spotify. Viviamo immersi in un universo di condivisione. Pinterest ci mostra quello che vorremmo essere, Facebook quel che abbiamo intorno, Twitter ci fa sorridere, i blog ci fanno riflettere.

La parola chiave di ogni social network è questa: condivisione. Vuole dire esprimere un qualsiasi pensiero goffo su Twitter e vederlo apprezzato e compreso da altre 12 persone. Vuole dire avere qualcuno che vede il tramonto con noi su Instagram. Tutto questo con la massima comodità, nel palmo delle nostre mani grazie ai nostri potentissimi smartphone, al caldo delle nostre case, comodamente seduti dietro ai nostro computer.

Condivisione vuole dire non sentirsi mai soli.

Quello che inevitabilmente ci si chiede è: da dove viene questa ossessione per la condivisione? Quando si è deciso che condividere tutto sia sempre un piacere e sempre un valore? Chi ha stabilito che ogni nostro pensiero debba necessariamente risonare online?

Le ragioni hanno radici profonde, immerse nella società e nel modo di pensare di tutta la nostra società.
L’ossessione dell’ultimo secolo è l’inconscio: da Freud in avanti, la lotta è stata tutta indirizzata a squarciare il velo dei nostri pensieri sommersi, portandoli alla luce.

Esporre il proprio inconscio e far emergere il proprio pensiero è una vera e propria missione per chiunque e viviamo come un limite profondo non riuscirci.

Inoltre essere soli è considerato socialmente inaccettabile: la solitudine è vista come un aperto segno di fallimento.

Se si fa qualcosa da soli non è mai per scelta, ma sempre e solo per mancanza di qualcuno con cui condividerlo. Se sei solo, sei uno sfigato. I gentiluomini solitari di Friedrich, stagliati contro il cielo al tramonto sulle montagne erano li solo perché la tipa non gliela dava: non è accettabile che fossero li da soli perché lo preferivano.

Quindi, ricapitoliamo: il figo per antonomasia è uno pieno di amici e capace di condividere senza alcun problema ogni proprio pensiero. Guarda caso, è proprio l’utente perfetto per un qualsiasi social network!
Condividere tutto (di persona o on-line) è un modo semplicissimo per sentirsi socialmente integrati: ci si circonda di persone da bombardare con i propri pensieri.

Tutto questo è bellissimo, è assolutamente PERFETTO! Abbiamo a portata di mano un sacco di persone e possiamo condividere con loro tutto, ma proprio tutto (e il proliferare di foto dai cessi lo testimoniano) quello che ci succede!
Infatti la moderna società è felice, felice, felice. Siamo tutti quanti felici come delle pasque piene di uova di cioccolato con sorprese bellissime, vero?
Beh, non proprio: qualcosa che non funziona ci deve pure essere, perché internet e i social sono solo un brulicare di infelicità, scrupolosamente condivise.

Ci sono dei nodi da sciogliere.
Rimane da capire come mai il gentiluomo di Friedrich fosse a spasso da solo nei boschi.
Rimane da capire quale fosse lo scopo dell’indagine psicologica di Freud: non era certo una superficiale condivisione fine a se stessa!

Lo scopo era era scavare, in profondità; era comprendere a fondo gli ingranaggi del cervello umano, studiarli; era indagare nell’intimo, gettare luce sul silenzio: lo stesso silenzio che oggi vogliamo coprire con le nostre esternazioni, tanto facili quanto inconsistenti.
Diamo subito voce ai nostri pensieri, li condividiamo immediatamente, con chiunque ci capiti a tiro nella vita e nella rete, per toglierceli dal cuore, per addomesticarli. Li vogliamo allontanare e chiamiamo questa ossessiva volontà di girare la testa dall’altra parte “voglia di condividere”.

Il gentiluomo di Friedrich non condivideva nulla con nessuno: pensava. Indagava il proprio io e faceva ordine nella propria testa, nei propri pensieri. Si, da solo. Si, senza dirlo a nessuno, nemmeno a Freud!

Forse invece di pensare a come esprimerci dovremmo pensare a come capirci. Forse prima di condividere qualsiasi cosa con chiunque, dovremmo provare a tenerla per noi e a rifletterci, a fare silenzio, a stare da soli, senza paura. A capire e a capirci, senza voler buttare fuori ogni pensiero che ci sfiora: i pensieri esistono anche se nessuno li sente, mentre cadono nella nostra testa.
Forse la nostra ossessione per la condivisione non è altro che un modo per esorcizzare il pensiero e la profondità: un modo sterile, che non genera niente perché tiene tutto in superficie, fermo. Espelliamo le sensazioni e le diamo in pasto al mondo, ma non è mai sazio perché sono tutte un cibo povero, senza contenuti o utilità.

Senza la solitudine e il silenzio della riflessione le nostre parole sono vuote e inutili. E se non abbiamo nulla di profondo da dire a noi stessi, non abbiamo nulla neanche da condividere.

Lo storytelling delle cose

Oggi un mio carissimo amico, di notorie tendenze anarchiche, ha criticato con veemente passione i miei jeans strappati, nuovi di zecca. In fondo il mio amico ha ragione: viviamo in un mondo dove i difetti si pagano più della perfezione, solo perché vanno di moda.
Ma quello che il mio amico, che come tutti gli anarchici non segue la moda, non sapeva è che i miei jeans di oggi erano ancora peggio di quel che sembravano.

Il modello, comprato da GAP, si chiama “Sexy boyfriend”: un jeans un po’ logoro e un po’ largo, progettato per imitare con cura l’effetto del jeans di lui addosso a lei. Come se un jeans potesse essere creato su misura per esprimere la sensualità e la complicità di un indumento raccattato di fretta da terra, dopo una notte di passione, e indossato con la grazia disinvolta di una donna che si sente così figa che non ha neanche bisogno di vestiti da donna per esserlo (lui si sveglia dopo, e si trova con il leggins aderentissimo di lei, ma questa è un’altra storia).

Quindi nei miei jeans da 70 dollari non c’era solo una finzione di moda, ma una finzione di esperienza: nel loro essere logori e nel loro imitare ad arte un pantalone maschi si annida la voglia di fingere tutta una complessa e personalissima situazione. Indossare i vestiti di qualcun altro è un po’ portargli via l’anima: è un grado di complicità che non ha prezzo. Tutto il resto è in vendita da GAP a 69.95 dollari.

Per quella cifra posso SEMBRARE una che si è svegliata alle 11 fra le nerborute braccia del suo lui, ha raccolto da terra “la prima cosa che ha trovato” ed è uscita a pranzo, bella come il sole nonostante la notte in bianco (o forse proprio grazie a quella): e chi non li pagherebbe 70 dollari (anzi, 69.95!) per sembrare tutto questo?!

Notare bene: altri negozi definiscono lo stesso modello di jeans “Ex boyfriend”. Che è la stessa storia di prima, in versione depressa: perché cosa ti lascerebbe mai in casa lui, dopo averti lasciata, se non un jeans logoro?

Poi qualcuno di più anarchico di me potrebbe obbiettare che viviamo in un tragico mondo dove è possibile acquistare l’apparenza che si preferisce, e io dovrei pure dargli ragione… ma in realtà quello che mi intriga è il modo in cui scegliamo di apparire: dimessi, usati, stropicciati.
In un mondo usa e getta, il passato diventa un valore tale che arriviamo a simularlo, a inventarci le storie dietro agli oggetti, a creare oggetti nuovi con storie vecchie simulate disegnate sopra. L’esperienza passata vale più di ogni altra cosa: lo storytelling è il valore sovrano.

Questa parola è salita alla ribalta del marketing anni fa, ed è assai probabile che sia li per rimanere. Wikipedia la eleva a “disciplina”, ma il suo significato è molto semplice: vuole dire creare una storia, per conferire valore aggiunto a qualcosa. Vuole dire che questo non è un paio di jeans: sono jeans dietro a cui immagino tutto un mondo di situazioni, di rapporti umani, di complicità, che me li fa risultare doppiamente desiderabili. Sono jeans goffi e con un buco sul ginocchio, ma io non li voglio per il loro intrinseco valore estetico: li voglio perché parlano di un mondo, perché hanno una storia che mi risuona dentro e con cui mi identifico.

Lo storytelling è un meccanismo umano, intimo, bellissimo: il cervello umano empatizza subito con le storie, non con gli oggetti nudi e crudi. Questa strategia ha preso piede in quasi ogni ramo della fuffologia, dal marketing alla pubblicità: non posso più venderti qualcosa, se non ti racconto la storia che c’è dietro e non te ne motivo l’acquisto.

Perché in realtà lo storytelling è un modo come un altro per creare valore dove in realtà non ce n’è: è soltanto la nuova frontiera del culto dell’apparenza, un modo nuovo per renderla meno apparente.

Lo storytelling è profondità simulata: come raccontare ad un bambino che un ciondolo di latta ha poteri magici, perché viene dall’interno di un fatato uovo di cioccolato. Come illudere i passanti che quei pantaloni appartengano davvero a qualcun altro, con cui sono tanto in confidenza da indossarli.

Ma con tutto lo storytelling del mondo, la realtà non cambia: i miei erano goffi pantaloni sportivi… e mi facevano anche il culo grosso.

Il secondo livello dei sentimenti

Non bisogna essere dei grossi nerd per sapere come funziona un videogioco: semplificando e generalizzando al massimo, potremmo dire che, chiunque sia il protagonista, deve misurarsi con una serie di ostacoli di difficoltà crescente, ottenendo ricompense sempre maggiori. Il senso del gioco, quindi, è in questo aumento progressivo e costante della difficoltà: la sfida è tutto lì.

Recentemente mi sono trovata a riflettere su come un meccanismo analogo finisca per governare parecchi altri ambiti della nostra vita, in primis quello “sentimentale”: un sentimento, per progredire, deve metterci di fronte a sfide sempre maggiori. Se questo non succede finiamo per trovarlo sterile e, in ultima istanza, vuoto. E non parlo strettamente di sentimenti “amorosi”.

La passione è il primo livello, quello introduttivo, che ci mostra come funziona il gioco.

L’entusiasmo per le cose, i progetti e le persone può avere molte facce e molte origini. Magari ci piomba addosso all’improvviso: forse è l’idea per un libro da scrivere, magari l’ispirazione per un progetto importante, o l’amore per uno strumento musicale o per la pittura. In ogni caso, la passione è facile: come tutte le cose istintive, ci viene naturale. Non dobbiamo fare nulla: la passione fa tutto da sola, arriva e ci trova li, pronti.

E se è vero che la passione, con il suo calore, con la sua immediatezza, è bellissima e coinvolgente, è altrettanto vero che agisce come una specie di anestetico e ci impedisce di vedere i difetti, i limiti, le difficoltà, nostre e della cosa/persona amata… e così è un po’ troppo facile!

Il primo livello è il più semplice: è stato creato per darci subito soddisfazione, senza sforzo.

Ma in quasi tutti i videogiochi è anche il livello più breve: è così facile che si finisce subito.
Poi arriva il secondo livello e la difficoltà inizia ad aumentare: da li in avanti, il gioco si farà sempre più difficile. Ma per chi sceglie di giocarci, diventa anche sempre più divertente.

La passione non può bruciare a lungo: quando se ne va ci viene freddo e diventiamo attenti, oggettivi, scaltri. Prima vedevamo le cose filtrate dal nostro acritico entusiasmo, ora ricominciamo a vederle per quello che sono: maledettamente complicate. Evaporata la passione, riacquistiamo un po’ di oggettività e siamo in grado di formulare giudizi che prima ci sarebbero stati impossibili.

Imparati i comandi, fatta nostra la parte immediata, il gioco diventa strategia, riflessione, tecnica. Ed è li che il gioco si fa bello: non nel primo semplicissimo livello di tutorial, quando tutto viene facile e spontaneo, ma dopo, mentre la sfida continua a crescere.

Il secondo livello dei sentimenti è quello che non ci viene istintivo, ma che abbiamo meditato: è più vicino alla realtà, più vero, e contiene tutte le soddisfazioni della consapevolezza.

Crescere vuole dire anche imparare a confrontarci con quel secondo livello, imparare a conquistarci un po’ di verità. Altrimenti possiamo giocare da capo il primo, quello facile e divertente… ma difficilmente ne ricaveremo grosse soddisfazioni.

E proprio come all’interno dei videogiochi, ci capiterà di perdere una partita: incappare in qualche fallimento, prima o poi è assolutamente inevitabile e se pensiamo di affrontare la partita in un’ottica di “buona la prima”, senza perdere neanche un vita… beh, non abbiamo capito come funziona. Prima o poi ci troveremo a sbattere contro un muro, a incappare in un mostro insormontabile, a non trovare una soluzione a qualche enigma… “moriremo” e dovremo ricominciare da capo. Fatica sprecata? No.

Ogni volta che si ricomincia da capo lo si fa in maniera completamente nuova: non è mai un semplice ripetersi di operazioni, perché si aggiunge un nuovo livello di consapevolezza. Che non è istintivo ma che proprio per questo ci regala un sacco di soddisfazioni: perché ora nulla è lasciato al caso e finalmente sappiamo cosa stiamo facendo.

Tra Oscar Wilde e Caro Diario: i blog

I blog di internet sono tutti pericolosamente sospesi tra due estremi, egualmente pericolosi: da un lato il monologo tardo-adolescenziale sopra il proprio personale e squisito sentire, dall’altro il breviario pretenzioso di chi pretende di spiegare qualcosa al prossimo suo.

La massima di Oscar Wilde resta valida: amiamo parlare di noi, perché siamo l’unico argomento di cui sappiamo qualcosa. In fondo, pretendere di spiegare al mondo attraverso un blog qualcosa che non siamo noi è pura e semplice arroganza. La vera sfida è essere remotamente interessanti per il proprio prossimo, perché il delitto capitale di questo millennio è far perdere tempo.

Qui sopra quindi non troverete deliri tardo-adolescenziali ma nemmeno dati oggettivi e certi, fatti incontrovertibili, prassi comportamentali. Questo sarà soltanto il mio privato punto di vista su un mondo, quello della comunicazione digitale, in cui mi trovo ad abitare da una decina di anni. Un mondo in cui vivo a volte mio malgrado, da reclusa fuori da Facebook, un mondo decisamente buffo e che spesso fa molto ridere, anche e soprattutto grazie ai propri meccanismi prevedibili ed umanissimi.

Un mondo di cui faccio assolutamente parte io per prima: tutto quello che criticherò qua sopra, lo criticherò guardandomi allo specchio.

Il punto di partenza della mia riflessione è che non ci sia alcuna differenza tra la comunicazione tradizionale e quella sul web: internet, i social network e i rapporti “virtuali” non hanno cambiato proprio nulla. La tecnologia ha innovato solo i mezzi, ma non i modi e sicuramente non gli animi: il nostro umano modo di sentire prosegue con minime alterazioni da parecchi secoli e non è certo stato l’avvento di internet a cambiare qualcosa.

Parliamo allo stesso modo, scriviamo le stesse parole e poco importa se sia un muro di Pompei, un foglio di papiro, un twit o un ologramma: il senso che vogliamo tirarci fuori dal cuore mentre comunichiamo è sempre lo stesso. Siamo ancora tutti alla ricerca di qualcosa da dire e di qualcuno di veramente interessato ad ascoltarlo, detto alla nostra maniera.

Il web è solo una meravigliosa cassa di risonanza, infinitamente più facile e comoda dello Speaker’s Corner di Hyde Park, ma in realtà siamo ancora tutti qui con il nostro banchetto a distribuire opinioni, aranciata amara, abbracci gratis.

E questo blog è solo il mio privato banchetto, dove veicolo la mia non richiesta opinione sulle cose e le persone intorno a me. Pensieri, parola, ma soprattutto omissioni: perché sono la prima peccatrice che ogni giorno mille volte compie codesti peccati.