Per una cultura dell’incertezza

L’uomo è animale incerto, per definizione. 

Ogni tipo di sicurezza biologica instaurata in noi dall’evoluzione è stata scardinata dal progresso e ogni giorno dobbiamo misurarci con una realtà talmente complessa da sfuggire da ogni univoca definizione. Addirittura viene da chiedersi se si possa parlare di realtà in quanto tale, come assoluta concretezza. 

E forse proprio per bilanciare questa tendenza naturale dell’essere umano, da sempre siamo in cerca di risposte sicure, certe, incontrovertibili. Di qualcosa che ci sollevi dalle sabbie mobili del dubbio per deporci su un pavimento il più solido possibile. Per secoli questa sicurezza è stata rappresentata dalla religione. Quando non è bastata più, ci si è inventati dell’altro. E quando tutto il resto non è bastato ancora… abbiamo incominciato ad avere paura. E come tutti gli animali spaventati, siamo diventati aggressivi.

Ed eccoci nel presente. 

Nel presente in cui viviamo l’incertezza sembra essere spazzata via. Abbiamo instaurato un vero e proprio culto della sicurezza personale: i vincenti sono quelli sicuri di sé, quelli che sanno cosa vogliono “e non hanno paura di prenderselo”, quelli che hanno le risposte. Se la religione è ora qualcosa di cui i più ridono, gli stessi che sono pronti a riderne l’hanno velocemente e facilmente sostituita con la scienza, che ha ormai la stessa funzione: quella di rivelare la Verità, con la V maiuscola.

Singolarmente quelli che rinnegano la scienza lo fanno con delle sicurezze ancora più incontrovertibili di quelle degli scienziati stesse: stuoli di “mamme pancine” con il forcone in mano ci spiegano che i vaccini sono sbagliati per i loro “cuccioli” perché loro “lo sentono nel nel loro quore (sic) di mamme”, mentre ecco che l’omeopatia viene osannata come unico rimedio ad ogni forma di male, dalla cervicale al cancro.  

Mentre fioriscono i libri di auto-aiuto, ricchi di risposte a ogni dubbio esistenziale e trionfa la manualistica di ogni tipo, ecco affermarsi anche una casta di guru auto-proclamati pronti a offrire tutte le risposte. In Italia, poi, è facilissimo: basta leggere un paio di manuali in inglese e tradurli, ed ecco che subito si è genii dell’ultima intrigante novità di marketing d’oltreoceano.

Il punto non è cosa sia Vero e cosa non lo sia.
Il punto è la sicurezza con cui a tutti i costi ci si attacca al Vero che si è scelto. Il punto è tutto in quella V maiuscola.

Se questo discorso sembra filosofico e qualunquista, beh, per me non lo è. Non sto parlando in termini astratti, anzi: la mia motivazione è assolutamente personale e oserei dire quasi intimista. 
Essendo una persona cronicamente insicura sono sempre più a disagio in un contesto dove si continua a celebrare chi urla più forte degli altri la propria adamantina certezza in un qualcosa. Vivo un disagio innato e quasi sensoriale davanti a questo tipo di atteggiamento: dalle urla continue della politica fino alla musica “ignorante”, dalle certezze lavorative che tanti colleghi mi sbattono ogni giorno in faccia fino ai metodi assunti a decaloghi… questo culto della certezza mi lascia senza fiato. 

Veramente sei sicura che il tuo procace décolleté sia così procace da finire su tutti i tuoi social? Veramente sei certo che quella sia l’unica strategia possibile per promuovere la tua idea? Veramente sei sicurissimo che la metodologia lean sia quella vincente? Veramente pensi che quel partito sia l’unico possibile? Veramente? Veramente, veramente?

Ma questo culto della sicurezza è ormai da tempo fuoriuscito dalla sfera personale. Il generale e sistematico intento di trovare a tutti i costi delle certezze è ormai elevato a sistema sociale. Perché il prezzo da pagare per l’insicurezza è l’emarginazione: non ci si può dimostrare incerti davanti ai colleghi, davanti ai clienti, davanti agli elettori. Guai. Nessuno vuole vedere persone incerte, nessuno vuole frequentarle, assumerle, votarle. Nessuno. Quindi tutti sembrano sicurissimi e meno lo sono, e più si impegnano per sembrare di esserlo ancora di più. 

In fondo è facile: basta informarsi quanto basta per saperne qualcosa, ma non abbastanza per mettere in discussione il poco che si sa. Il nutrimento della sicurezza è la superficialità. Leggi un libro di growth hacking e sei un esperto, leggine due e sei un guru. E ora fermati, perché se vai avanti a leggerci scoprirai che ognuno dice una cosa diversa e smetterai di sentirti sicuro… e tu non vuoi mica correrlo, quel rischio, no che non vuoi!

Ed è questa la ragione per cui le persone e le idee insicure spesso vengono emarginate: sono pesanti, sono noiose, sono insistenti… fanno troppe domande, e sempre quelle sbagliate. Sono scomode e angolose. Costringono a perdere tempo facendo cose noiose, tipo documentarsi e leggere libri. Tengono svegli la notte. Per carità, no, questi sono rischi che non possiamo correre. In una società dove il tempo e la velocità sono tutto, la sicurezza della superficialità è l’unico modo per procedere. Le incertezze sono troppo costose.

E le sicurezze, invece? Veramente non costano nulla? Veramente sono la soluzioni migliore? Veramente veramente? Qual è il vero prezzo che si paga, per tutta questa comoda sicurezza?

Beh, basta leggere i giornali per scoprirlo. Il prezzo è li per essere visto, e lo paghiamo tutti. Una società, per essere sicura di sé, deve essere semplice, mono-dimensionale. Per essere mono-dimensionale, deve essere non-inclusiva. Per essere non-inclusiva deve eliminare ogni forma di pluralità.

Il prezzo è questo: un virulento appiattimento, basato sull’aggressiva eliminazione di ogni forma di originalità, di ogni voce fuori dal coro, di ogni opinione complessa. La politica diventa uno slogan, la scienza un numero, la religione un mantra, la cultura un aforisma. 

Il problema della Verità, con la V maiuscola, è che è poco compatibile con la Complessità, con la C maiuscola. Per convivere in modo sereno e proficuo, bisogna lasciar perdere le maiuscolo e no, non è questione di relativismo. La verità non è relativa: è solo complessa. Troppo complessa per essere chiusa in un barattolo. Così complessa che io della Verità non voglio neanche iniziare a discutere: perché il punto non è quale sia e se esista e dove si trovi e come procurarsela. Io questo non lo so. 

Una cosa sola so, sulla verità: che non bisogna mai smettere di cercarla. Perché nel momento stesso in cui le appiccichiamo una maiuscola e la chiudiamo nella bottiglia della Certezza, ecco che subito muore, perché inevitabilmente ne abbiamo lasciato fuori un pezzo… un pezzo che magari sembrava superfluo, ma in realtà è essenziale. 
La Verità in barattolo, con la sua V maiuscola e il suo scudo di Certezza, diventa un’arma: usata per falciare gli insicuri, prima, e tutti gli altri, poi. Usata per creare un mondo in cui per tanti è sempre più scomodo e complicato abitare. 

Ma non è nemmeno solo questo, il prezzo. Perché non è solo un prezzo sociale, quello che paghiamo, ma anche uno intimamente personale. Apparentemente è più comodo, essere sicuri. Apparentemente è più facile, essere certi. Apparentemente è più veloce, evitare la complessità. Apparentemente.

Ma la verità è che noi non siamo così, non siamo tutto questo. Perché lo ripeto, di nuovo, fino allo sfinimento: l’uomo è animale incerto. Non sono solo io, o pochi sfortunati incapaci di adattarsi, ad essere così: lo siamo tutti. Siamo tutti insicuri, frammentari, dubbiosi. Il prezzo che paghiamo per fingere una certezza che non abbiamo mai è quello di un perenne senso di inadeguatezza, di un’eterna sensazione di frode. Il prezzo che paghiamo, per la nostra certezza, è quello di una sorda, occulta infelicità.

Possiamo fingere in mille modi, sorridere in tutte le pose sui social, nasconderci dietro a profili instagram fatti di cenette e aperitivi, fare la voce grossa alle riunioni e sfoderare comportamenti da veri maschi alfa… possiamo fare un po’ quel che vogliamo, convincere tutti gli altri e anche noi stessi. La realtà resta sempre quella: l’uomo è animale incerto.

E allora proviamoci, a trovare delle alternative a tutto questo. Perché non è obbligatorio sia così. Non è questa l’unica scelta. Non è la sola opzione che abbiamo. Siamo ancora liberi. Possiamo ancora scegliere un modello più umano, nel senso etimologico del termine. 

Scegliamo di costruire una cultura dell’incertezza.

Una cultura dove le domande, vengono prima delle risposte. 
Dove i fallimenti sono preferibili a certe vittorie fatte sulla pelle altrui. 
Dove la quantificazione diventa un mezzo e non un fine. 
Dove i dubbi sono salutati come amici, perché ci portano a indagare ancora.
Dove le opinioni altrui non sono sempre “idee del cazzo”, ma punti di vista di qualcuno che forse ha ragione di essere arrabbiato.
Dove la curiosità viene prima della coerenza.
Dove il proprio comodo è costantemente scardinato dalla voglia di capire, ancora e ancora.  
Dove c’è spazio per tutti e dove tutti sono chiamati a scegliere che spazio occupare. 

Una cultura dove la complessità è un valore e la verità non è una lucciola chiusa in un barattolo.

(Lo hanno scritto meglio di me, qui.)

Photo by Michael Held on Unsplash