Per un’etica dello scrivere

Come puoi considerarti un professionista, se non pensi mai all’etica del tuo lavoro?

Precisiamo: la domanda non ha alcun risvolto morale, sto guardando le cose in modo un po’ diverso… Forse il quesito retorico del giorno sarebbe più chiaro se lo formulassi così:

Come puoi considerarti un professionista, se il tuo punto di vista sul tuo lavoro è talmente superficiale da non farti neanche prendere in considerazione il senso di quello che fai?

E giusto per non parlare sempre di cose astratte (ché le cose astratte non interessano a nessuno), parliamo dello “scrivere”, inteso come attività professionale (e quindi condotta a fini di lucro da personale che si considera qualificato a farlo). Parlo di voi, giornalisti, copywriter, scrittori, blogger, fantomatiche twitstar che vivono scrivendo twit (ammesso che ne esistano), professori, accademici, opinionisti. Parlo di voi che vi considerate “professionisti della scrittura”.

Cosa pensate sia l’etica dello scrivere?

Seguo tutti i principali quotidiani italiani on-line e li trovo invasi da articoli che nella migliore delle ipotesi sono inutili, nella peggiore non veritieri e nella pessima addirittura offensivi. Seguo anche un sacco di blog nel mondo della comunicazione e dei social network e li è anche peggio: sono intasati di notizie inutili, di manipolazioni, di banalità. Per non parlare della satira, dello squallore con cui ogni cosa diventa oggetto di derisione, della faciloneria con cui si inneggia al sarcasmo più banale e trito (si, battutisti e blogger satirici, adesso sto parlando con voi).

In un mondo dove gli articoli sono pagati un tanto al click, dove le informazioni sono diventate funzionali al gusto del pubblico (quando dovrebbe essere il contrario), dove lo scrivere si basa sempre e solo sul gradimento, dove la scrittura è un bene di consumo costantemente sottopagato… ha senso parlare di “etica”? Se devo scrivere per portare a casa una pagnotta, come posso sottrarmi a tutto questo? Che senso ha metterlo in discussione?

“Non essere ingenua: bisogna andare incontro ai gusti del consumatore!”, ecco cosa mi direte. Ed il consumatore sulla homepage del Corriere non vuole la faccia noiosa di un qualche ministro, vuole il culo dell’ultima fiamma del calciatore di turno. Vuole l’articoletto pruriginoso che ottiene subito un sacco di click. Ed ecco che ogni notizia diventa questo, ecco che la politica è ridotta a culone inchiavabili e ministri delle finanze sexy, ecco che l’attualità e la cronaca sono banalizzate al frignisteo di una pagina Facebook.

Ma secondo voi è scrivere questo? Ed è scrivere etico?

Volete almeno rendervi conto di cosa state facendo? Volete almeno salvarvi con un barlume di consapevolezza? O preferite fingere di non capire e considerarvi professionisti, in quanto ricevete dei soldi per fare MALE il vostro lavoro?

Volete almeno considerare i quintali di finissima MERDA che le vostre (pagate) iniziative definite “content marketing”, “informazione” e “blogging” riversano online?

La quantità di contenuti online cresce ogni giorno, si moltiplica a dismisura… in maniera inversamente proporzionale alla qualità. Forse basterebbe interrogarsi una volta di meno sul SEO, sui click, sul volume delle visite, dei retwit e dei like e una volta di più sul senso di quel che si sta facendo. Forse basterebbe scrivere una riga in meno, meglio. Forse basterebbe scrivere un articolo in meno, dopo aver almeno verificato le fonti dirette (come sembra fare, ad esempio, Il Post), basterebbe aprire blog in meno e leggere un libro in più, smettere di urlare e iniziare ad ascoltare un’opinione diversa dalla nostra.

Sicuramente avrete qualche click in meno, ma è molto possibile siano dei click di qualità un po’ superiore. Peccato solo che, nel magico mondo del web, la qualità non possa essere quantificata in maniera altrettanto facile.

Ma forse scrivere in maniera etica vuole dire solo questo: rifiutarsi di scrivere un tanto al chilo. O al click.

(E se vi va di scrivere qualcosa in meno e leggere un libro in più potreste partire da questo.)