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Sono fatto così. Oggi.

L’auto-consapevolezza: mito irraggiungibile per un’intera generazione cresciuta con la culla dallo psicanalista, traguardo di orde di insicuri cronici eternamente insoddisfatti di sé stessi. Un precario equilibrio, una moneta con due facce.

Da un lato la semplice finzione che tutti noi portiamo avanti ogni giorno, la maschera che indossiamo appena svegli la mattina. E non è questione di insicurezza, di paura o di bisogno di essere accettati, ma semplicemente di comodità: fingerci quello che non siamo è più facile. 

Fingere sicurezza è più facile che dimostrare fragilità. Fingere preparazione è più facile che ammettere ignoranza. Fingere amore è più facile che stare da soli. Fingere comprensione è più facile che dare ascolto.

E quindi fingiamo, per non fare la fatica di fare le cose realmente.

Dall’altro lato l’altrettanto semplice risposta che danno in tanti, ad ogni commento che percepiscono come critica: “Sono fatto così!”

Ma “così” come? E soprattutto: “così” perché? Cosa vuole dire “sono fatto così”, con quel tono fra l’arrogante e l’avvilito? A me viene solo in mente un cartone animato anni ’80, in cui l’eroe era un globulo rosso e che ad ogni nuova puntata mi convinceva di avere un qualche male incurabile.

Indipendentemente da come si sia fatti, rispondere che si è fatti “così” è un modo ottuso ed arrogante di reagire ad una critica: se sei fatto “così”, e “così” non va bene al tuo contesto, cambia. Se sei fatto “così” e “così” ti rende infelice, cambia. Oppure rimani “così”, ma renditi conto con attenzione di cosa sia quel “così”: così stronzo, così scortese, così incapace, così arrogante. Dai un nome a quel difetto che tanto gelosamente vuoi conservare, almeno per capire di cosa si tratta.

“Sono fatto così” è il lato squallido della medaglia dell’auto-consapevolezza: perché è vero che fingersi qualcosa che non si è è triste e inutile, ma è altrettanto vero che non provare ad essere migliori ci priva di buona parte del senso dello stare al mondo.

E in mezzo a questi eccessi, dove sta la virtù?

In una ricetta magica composta come segue: metà serena accettazione dei propri limiti umani, personali, lavorativi e metà aggressiva voglia di diventare qualcosa di meglio.

Smettere di fingere, smettere di accusarsi, commiserarsi, odiarsi, colpirsi e utilizzare le energie risparmiate per fare del proprio meglio.

“Sono fatto così” allora vuole dire: sono una persona che fa del proprio meglio per non essere più solo così.

E forse oggi “sono fatto così”, ma domani proverò a farmi un po’ meglio.