Monologo del Poeta

Poeta: individuo sufficientemente egoista e idiota da ignorare i problemi reali, in quanto banali e gretti, per poi inventarne di nuovi, più adatti alla stesura di sonetti.

Che palle la banale squallida fragile felicità. Che palle mia moglie, la mia bella casa, i miei libri e i miei orpelli, che palle averci la salute, che palle il bel tempo e la primavera, che palle. Che triti concetti da squallido borghesotto seduto sul sofà, che noia.

E che palle anche le trite infelicità collettive e quotidiane, i problemi veri, che palle i bambini in Africa che muoiono di fame, che palle i genitori anziani da curare, che palle la disoccupazione, che palle che non arrivo a fine mese, che palle tutti questi problemi così borghesi, così comuni. Continua a leggere Monologo del Poeta

Sono fatto così. Oggi.

L’auto-consapevolezza: mito irraggiungibile per un’intera generazione cresciuta con la culla dallo psicanalista, traguardo di orde di insicuri cronici eternamente insoddisfatti di sé stessi. Un precario equilibrio, una moneta con due facce.

Da un lato la semplice finzione che tutti noi portiamo avanti ogni giorno, la maschera che indossiamo appena svegli la mattina. E non è questione di insicurezza, di paura o di bisogno di essere accettati, ma semplicemente di comodità: fingerci quello che non siamo è più facile. 

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LinkedIn: il mio incubo personale

Che i social network creino delle dinamiche alienanti e potenzialmente angosciose è cosa risaputa.

Ognuno ha il proprio segreto complesso di persecuzione, la propria personalissima “ansia da social network” che si incarna in forme e modi assolutamente unici: può essere la conoscente che carica foto da vera strafiga proprio il giorno in cui ci sentiamo un po’ appesantite e sbattute, il tipo super socievole che ha mille Like su Facebook (inclusi quelli di chi a noi non ci guarda mai nemmeno da lontano), la twitstar apprezzatissima che potrebbe scrivere il proprio nome anche sulla carta del cesso e avere venti retwit.

Ecco, la mia personalissima nemesi social è LinkedIn.

LinkedIn è stato creato con un occhio di riguardo special a tutte le mie più radicate insicurezze: perchè per non sembrare cessa posso evitare di mettere autoscatti su Instagram (e tenere una rubrica di moda satirica altrove), per non sembrare un’emarginata sociale non ho mai avuto Facebook, per sembrare intelligente posso inventarmi qualche scemata da scrivere su Twitter (scrivere non è mai stato un problema, almeno quello)… ma su LinkedIn ci devo stare per forza. E in tutti questi anni, non ho ancora capito cosa cavolo devo scrivere su LinkedIn per sembrare professionale.

In teoria sarebbe tutto semplice: LinkedIn è il social-network dei contatti professionali. Quindi bisognerebbe usarlo come una specie di Curriculum Vitae interattivo: caricare le passate esperienze lavorative e le attuali mansioni e qualifiche, aggiornare mansioni e competenze, postare risorse e informazioni lavorativamente interessanti. Poi entrare in contatto con i proprio collaboratori e colleghi passati e presenti, per creare un network digitale di biglietti da visita e di professionisti sempre a disposizione.

Fin qui nessun problema: ci carico esperienze e mansioni, ci importo un po’ di indirizzi mail, lo aggiorno man mano che le situazioni cambiano, ci metto in grande in alto che di lavoro più o meno scrivo.

Peccato che basti visitare un qualsiasi profilo LinkedIn un po’ avanzato per capire che LinkedIn non funziona così: solo i dilettanti lo usano così!

Cosa intendo per profilo LinkedIn un po’ “avanzato”?

 

Beh, li si riconosce per prima cosa dalla qualifica: il vero professionista di LinkedIn non potrebbe mai adoperare una squallida qualifica standard per il proprio profilo! Non è mai un banale “Direttore vendite”, un trito “Project Manager”, un noioso “Account”: quali tragiche trivialità!  Loro sono “Sales Ninja”, “Project Captain”, “Strategic problem assassin”: perchè in un mondo iper-competitivo ti devi differenziare subito, dalla primissima riga del tuo biglietto da visita, altrimenti cadi nel dimenticatoio.

E non importa se la tua estrosa qualifica rende praticamente impossibile ad un estraneo comprendere che lavoro tu faccia in realtà, perchè a loro gli estranei non interessano: loro viaggiano ormai sul circuito chiuso dei “professionisti di LinkedIn”, che non ha nulla a che vedere con la vita reale. 

Qualche tempo fa mi sono imbattuta in un profilo dove il lavoratore si qualificava come “Human Watcher”. Impressionata da tanta creatività l’ho mostrato a mia madre che si è stretta ha scosso la testa commentando: “La disoccupazione è davvero alle stelle, poverino, spero trovi un lavoro”. Le ho spiegato che no, il suo lavoro era proprio quello. Lei si è stretta nelle spalle: “Ma dai amore, svegliati! Anche i vecchini che guardano i cantieri c’hanno una pagina su LinkedIn come questa qui!”

 

Poi si va a guardare il numero di contatti con cui sei in collegamento: se ne hai meno di 300 sei uno stagista parvenu. Ma se per chiedere il contatto su LinkedIn bisogna aver lavorato insieme, come si fa ad avere così tanti contatti?! Ma è semplicissimo: basta cambiare la definizione di “lavorato insieme” in “una volta c’ho bevuto un caffè/stretto la mano/scambiato due parole”, et voilà il network è fatto. Eh, già vi sento sollevare perplessità: “Ma come fai a sapere come lavora una persona, dopo averci bevuto un caffè?!”. Ma è ovvio: non si sa. Ma non importa: perchè nel frattempo ho un nuovo contatto di LinkedIn *rumore di sottofondo di festeggiamenti* e questo è tutto quello che conta.

 

Quindi ricapitoliamo: una passa la vita a darsi un alone di professionalità, di serietà, di contegno. Ti compri il tailleur scuro ed uno stock di camicine bianche che spendi più in stiratura che non in alimenti; ti stampi il biglietto da visita minimale dove hai quasi paura a scrivere “copywriter” e infatti decidi di non scrivere nulla; ti fai il sito quasi con vergogna; sistemi uno stringato e sintetico portfolio dove “questo no, questo neppure, questo non posso, quest’altro nemmeno”; dai del Lei a tutti, inclusi i parenti prossimi, “che almeno sembro più seria”.

Poi arrivi su LinkedIn.

E scopri che per avere successo ti dovevi definire “Digital trasmedia storyteller exquisite”, dovevi spammare senza discriminazione il mondo intero con mail “Ehi AMICO, entra a far parte del mio netuorc su LinkedIn!” e soprattutto dovevi reinterpretare in chiave molto ma molto personale tutta la tua esperienza passata.

 

Eh già, perchè io ho scoperto come funziona LinkedIn proprio così: andando a guardare i profili di amici, conoscenti e colleghi. Che a vederli su LinkedIn erano “oh mio dio, ma davvero sono stata così fortunata da lavorare con questo incredibile e strafigo professionista del settore!?”

Quindi vai a trovare l’ex-ex-ex-ex-collega, quella del primissimo stage, nella primissima agenzia, quella insieme con cui si facevano le notte insonni scartavetrando il fondo dell’ultimo dei cessi collettivi, quella accanto alla quale si è pianto per gli insulti ricevuti… e si scopre che la TUA qualifica era “stagista”, la SUA qualifica era “Junior Executive Storytelling Associate Director”.

Poi cerchi l’amico che per ore hai ascoltato lamentarsi del proprio patetico lavoro di infame galoppino, quello che di mestiere raccoglieva la lavanderia sporca e portava la pizza, incassando pure gli insulti del capo perchè “è un po’ fredda, e ci volevo i capperi, non le acciughe”. Credevi fosse un segretario? Errore! È un “First Class Problem Solver & Personal Assistant”.

 

Quindi LinkedIn ci insegna questo:

1. Ogni lavoro diventa bello e figo inserendoci dentro a caso una o più di queste parole: associate, executive, problem solver, digital, storyteller, strategic, creative. Per un ulteriore elenco potete leggere qui.

Ma soprattutto non scordate mai il vero passe-partout della qualifica su LinkedIn: MANAGER. Perché tutti in fondo siamo manager e non importa se di mestiere sei un giardiniere: vuoi mettere quanto fa più figo scrivere “Humus Manager”? Altrimenti quando uno ti chiede che lavoro fai che rispondi? “Io concimo”?

2. Se dall’altra parte della strada passa il super-mega-direttore di Tutto e lo saluti puoi chiedergli il contatto di LinkedIn, certo: anche se lui non ti ha salutato. Perché vuoi mettere che figata averlo fra i contatti?! Ché i contatti su LinkedIn sono come le figurine e averci quelle rare dà un sacco di prestigio!

3. Se non hai curriculum non importa: che razza di GENIO CREATIVO sei se non te lo sai inventare? Se sei una persona limitata che non sa inventarsi nulla, procedi con una sistematica escalation: se eri uno stagista, metti “Junior”; se eri “Junior” metti “Senior”; se eri “Senior” metti “Director”, e via così. Se qualcuno ti chiede come mai non hai mai fatto stage sorridi e dì che tu “sei nato imparato”: funziona sempre.

Ma soprattutto, LinkedIn ci insegna questo: che sui social-networks inventarsi una carriera è molto più facile averne una nella realtà.