La gratitudine serve a poco

Ogni giorno leggo inviti (religiosi e non) alla “gratitudine”: bisogna ringraziare Dio, la mamma, gli amici, chi ci ama… Ringraziare ci rende migliori, ci aiuta a relativizzare, ci fa capire che possiamo sempre essere felici, eccetera. Vero.

Ma questo modo di pensare finisce per ritorcersi contro di noi, perché ci spinge a concentrarci sempre su quello che ci viene dato, dalle persone e dalle situazioni, e non su quello che possiamo e dobbiamo dare noi: il punto non siamo più noi, ma quello che gli altri fanno per noi.

Ed ecco che in ottica sentimentale il vero amore è sempre e solo qualcuno che ci protegge e ci coccola e ci cura (guai, guai a metterci in discussione!) e in ambito lavorativo perseguiamo strenuamente gli impieghi-cuccia, quelli in cui appallottolarci ed essere felici. E ci troviamo radicati nella nostra comfort zone, quella cuccia di benessere che ci rende felici e di cui siamo grati, certo… ma che non ci porta da nessuna parte!

Tutto diventa molto limitativo ed egocentrico, ed i nostri rapporti umani diventano puri esercizi di egoismo: apprezziamo le persone e le situazioni SOLO per quello che ci danno! Continua a leggere La gratitudine serve a poco

Chi non ha una vita avvelena anche te: digli di smettere!

Viviamo in un mondo dove la democrazia è ormai rotolata nella buia valle del qualunquismo e dove tutti devono poter dire-fare-essere tutto, perché altrimenti i loro diritti vengono lesi. E tutti siamo liberi di vivere come vogliamo.

C’è un’unica eccezione a questo sento comandamento: non si dovrebbe lasciare nessuno libero di NON-vivere.

Ora non voglio entrare nei meandri filosofici ed esistenziali di cosa sia o non sia la vita, ma procedo con darne una definizione tanto banale quanto generica, basata esclusivamente sul buon senso: una vita prevede un lavoro, una famiglia, degli affetti, degli amici, degli hobby. Vogliamo essere ancora più generici? Una vita è fatta da TANTE cose diverse, a cui ciascuno decide di dare una diversa importanza.

Una non-vita prevede solo UNA di queste cose.

Una non-vita è una monomania: solo il lavoro, solo il marito, solo la tipa, solo un hobby specifico.

Questo genera degli zombie: creature senza cervello, affamate dei cervelli altrui, che vivono un’esistenza idiota. Hanno un solo neurone, un’unica idea. Vivono per lavorare, per andare in palestra, per allattare il pupo, per correre dietro al coniuge. Si riconoscono perché, al di fuori di questa singola e sola cosa, non hanno nulla da dire, non sembrano avere sentimenti, non sanno come occupare il proprio tempo.

 

Queste persone sono ottuse, egoiste, limitate: non si può lavorare, con chi lavora così; non si può amare, chi ama così.

Queste persone fanno del male anche a te. 

Perché non sono persone: sono zombie che ci vogliono contagiare con la loro stessa malattia!

 

Siamo in guerra, amici. Dobbiamo combattere quotidianamente contro un’invasione di zombie ed essere contagiati dalla loro stessa non-vita è questione di un attimo.

Basta credere, anche solo una volta, anche solo per un secondo, che non ci sia altro: che la vita si riduca a QUELLO, a quel lavoro, a quell’amore, a quella ragazza, a quella specifica piccola vile e banale quotidianità. Basta dimenticare tutto il resto e pensare che tutto si riduca a NOI.

Ed ecco, che diventiamo a nostra volta zombie.

 

Non lasciate che gli zombie vi mangino il cervello: combatteteli a colpi di curiosità, di altruismo, di interesse, di empatia. Ricordatevi di tutte le cose che amate ogni giorno, anche solo per un minuto.

Non dimenticatevi di vivere.

 

 

LinkedIn: il mio incubo personale

Che i social network creino delle dinamiche alienanti e potenzialmente angosciose è cosa risaputa.

Ognuno ha il proprio segreto complesso di persecuzione, la propria personalissima “ansia da social network” che si incarna in forme e modi assolutamente unici: può essere la conoscente che carica foto da vera strafiga proprio il giorno in cui ci sentiamo un po’ appesantite e sbattute, il tipo super socievole che ha mille Like su Facebook (inclusi quelli di chi a noi non ci guarda mai nemmeno da lontano), la twitstar apprezzatissima che potrebbe scrivere il proprio nome anche sulla carta del cesso e avere venti retwit.

Ecco, la mia personalissima nemesi social è LinkedIn.

LinkedIn è stato creato con un occhio di riguardo special a tutte le mie più radicate insicurezze: perchè per non sembrare cessa posso evitare di mettere autoscatti su Instagram (e tenere una rubrica di moda satirica altrove), per non sembrare un’emarginata sociale non ho mai avuto Facebook, per sembrare intelligente posso inventarmi qualche scemata da scrivere su Twitter (scrivere non è mai stato un problema, almeno quello)… ma su LinkedIn ci devo stare per forza. E in tutti questi anni, non ho ancora capito cosa cavolo devo scrivere su LinkedIn per sembrare professionale.

In teoria sarebbe tutto semplice: LinkedIn è il social-network dei contatti professionali. Quindi bisognerebbe usarlo come una specie di Curriculum Vitae interattivo: caricare le passate esperienze lavorative e le attuali mansioni e qualifiche, aggiornare mansioni e competenze, postare risorse e informazioni lavorativamente interessanti. Poi entrare in contatto con i proprio collaboratori e colleghi passati e presenti, per creare un network digitale di biglietti da visita e di professionisti sempre a disposizione.

Fin qui nessun problema: ci carico esperienze e mansioni, ci importo un po’ di indirizzi mail, lo aggiorno man mano che le situazioni cambiano, ci metto in grande in alto che di lavoro più o meno scrivo.

Peccato che basti visitare un qualsiasi profilo LinkedIn un po’ avanzato per capire che LinkedIn non funziona così: solo i dilettanti lo usano così!

Cosa intendo per profilo LinkedIn un po’ “avanzato”?

 

Beh, li si riconosce per prima cosa dalla qualifica: il vero professionista di LinkedIn non potrebbe mai adoperare una squallida qualifica standard per il proprio profilo! Non è mai un banale “Direttore vendite”, un trito “Project Manager”, un noioso “Account”: quali tragiche trivialità!  Loro sono “Sales Ninja”, “Project Captain”, “Strategic problem assassin”: perchè in un mondo iper-competitivo ti devi differenziare subito, dalla primissima riga del tuo biglietto da visita, altrimenti cadi nel dimenticatoio.

E non importa se la tua estrosa qualifica rende praticamente impossibile ad un estraneo comprendere che lavoro tu faccia in realtà, perchè a loro gli estranei non interessano: loro viaggiano ormai sul circuito chiuso dei “professionisti di LinkedIn”, che non ha nulla a che vedere con la vita reale. 

Qualche tempo fa mi sono imbattuta in un profilo dove il lavoratore si qualificava come “Human Watcher”. Impressionata da tanta creatività l’ho mostrato a mia madre che si è stretta ha scosso la testa commentando: “La disoccupazione è davvero alle stelle, poverino, spero trovi un lavoro”. Le ho spiegato che no, il suo lavoro era proprio quello. Lei si è stretta nelle spalle: “Ma dai amore, svegliati! Anche i vecchini che guardano i cantieri c’hanno una pagina su LinkedIn come questa qui!”

 

Poi si va a guardare il numero di contatti con cui sei in collegamento: se ne hai meno di 300 sei uno stagista parvenu. Ma se per chiedere il contatto su LinkedIn bisogna aver lavorato insieme, come si fa ad avere così tanti contatti?! Ma è semplicissimo: basta cambiare la definizione di “lavorato insieme” in “una volta c’ho bevuto un caffè/stretto la mano/scambiato due parole”, et voilà il network è fatto. Eh, già vi sento sollevare perplessità: “Ma come fai a sapere come lavora una persona, dopo averci bevuto un caffè?!”. Ma è ovvio: non si sa. Ma non importa: perchè nel frattempo ho un nuovo contatto di LinkedIn *rumore di sottofondo di festeggiamenti* e questo è tutto quello che conta.

 

Quindi ricapitoliamo: una passa la vita a darsi un alone di professionalità, di serietà, di contegno. Ti compri il tailleur scuro ed uno stock di camicine bianche che spendi più in stiratura che non in alimenti; ti stampi il biglietto da visita minimale dove hai quasi paura a scrivere “copywriter” e infatti decidi di non scrivere nulla; ti fai il sito quasi con vergogna; sistemi uno stringato e sintetico portfolio dove “questo no, questo neppure, questo non posso, quest’altro nemmeno”; dai del Lei a tutti, inclusi i parenti prossimi, “che almeno sembro più seria”.

Poi arrivi su LinkedIn.

E scopri che per avere successo ti dovevi definire “Digital trasmedia storyteller exquisite”, dovevi spammare senza discriminazione il mondo intero con mail “Ehi AMICO, entra a far parte del mio netuorc su LinkedIn!” e soprattutto dovevi reinterpretare in chiave molto ma molto personale tutta la tua esperienza passata.

 

Eh già, perchè io ho scoperto come funziona LinkedIn proprio così: andando a guardare i profili di amici, conoscenti e colleghi. Che a vederli su LinkedIn erano “oh mio dio, ma davvero sono stata così fortunata da lavorare con questo incredibile e strafigo professionista del settore!?”

Quindi vai a trovare l’ex-ex-ex-ex-collega, quella del primissimo stage, nella primissima agenzia, quella insieme con cui si facevano le notte insonni scartavetrando il fondo dell’ultimo dei cessi collettivi, quella accanto alla quale si è pianto per gli insulti ricevuti… e si scopre che la TUA qualifica era “stagista”, la SUA qualifica era “Junior Executive Storytelling Associate Director”.

Poi cerchi l’amico che per ore hai ascoltato lamentarsi del proprio patetico lavoro di infame galoppino, quello che di mestiere raccoglieva la lavanderia sporca e portava la pizza, incassando pure gli insulti del capo perchè “è un po’ fredda, e ci volevo i capperi, non le acciughe”. Credevi fosse un segretario? Errore! È un “First Class Problem Solver & Personal Assistant”.

 

Quindi LinkedIn ci insegna questo:

1. Ogni lavoro diventa bello e figo inserendoci dentro a caso una o più di queste parole: associate, executive, problem solver, digital, storyteller, strategic, creative. Per un ulteriore elenco potete leggere qui.

Ma soprattutto non scordate mai il vero passe-partout della qualifica su LinkedIn: MANAGER. Perché tutti in fondo siamo manager e non importa se di mestiere sei un giardiniere: vuoi mettere quanto fa più figo scrivere “Humus Manager”? Altrimenti quando uno ti chiede che lavoro fai che rispondi? “Io concimo”?

2. Se dall’altra parte della strada passa il super-mega-direttore di Tutto e lo saluti puoi chiedergli il contatto di LinkedIn, certo: anche se lui non ti ha salutato. Perché vuoi mettere che figata averlo fra i contatti?! Ché i contatti su LinkedIn sono come le figurine e averci quelle rare dà un sacco di prestigio!

3. Se non hai curriculum non importa: che razza di GENIO CREATIVO sei se non te lo sai inventare? Se sei una persona limitata che non sa inventarsi nulla, procedi con una sistematica escalation: se eri uno stagista, metti “Junior”; se eri “Junior” metti “Senior”; se eri “Senior” metti “Director”, e via così. Se qualcuno ti chiede come mai non hai mai fatto stage sorridi e dì che tu “sei nato imparato”: funziona sempre.

Ma soprattutto, LinkedIn ci insegna questo: che sui social-networks inventarsi una carriera è molto più facile averne una nella realtà.

 

In spregio del Metodo

Sono sempre stata ossessionata dalle ricette, e non parlo di MasterChef.

Ho sempre avuto il desiderio, anzi direi la necessità, di possedere un metodo rigoroso per affrontare in maniera sistematica un po’ tutto, ma soprattutto il lavoro: averlo mi dà sicurezza, mi fa sentire di essere in pieno controllo della situazione. 

Avere un metodo è sempre stato il mio punto di forza, quello che mi ha permesso di gestire emergenze lavorative (e non solo), quello che mi ha aiutato a mettere a fuoco criticità e a trovare soluzioni.

 

E non sono la sola a pensarla così. Basta dare un’occhiata ai blog di settore per scoprirli infarciti di articoli e di tutorial, colmi dei suggerimenti più disparati: qualsiasi sia la vostra professione ed il vostro interesse, il web vi spiegherà come affrontarlo al meglio, in maniera rigorosa, strategica e strutturata.

“Le dieci regole per scrivere”, “Il metodo vincente per parlare in pubblico”, “La strategia per l’amplificazione sui social network”: puntualmente divisi per punti e articolati in maniera scolastica, lo scopo di questi articoli è insegnare e fornire un metodo.

L’ossessione per le ricette non è soltanto mia: ricalca in maniera piuttosto fedele il nostro procedimento di apprendimento mentale. 

Quando si affronta qualcosa per la prima volta, si è inevitabilmente spaventati: si procede più o meno a tentoni, cercando di risolvere il problema. Lo si divide in parti più piccole, si cercano risorse e informazioni, si procede a tentativi, si raccoglie feedback.

Poi si butta via tutto e si rifà tutto da capo. Infine si porta a termine il tutto e si contempla il risultato, che ovviamente fa assolutamente schifo.

 

Ci vogliono molti, moltissimi tentativi per mettere a punto la propria metodologia: accumulare esperienza serve proprio a questo.

Portando a termine un processo molte volte, arrivando a familiarizzare con le sue diverse fasi, impariamo poco per volta a farlo nostro: lo interiorizziamo ed elaboriamo una nostra personale strategia, fatta su misura per noi, per le nostre preferenze e le nostre difficoltà.

Tutto questo insieme di ripetizioni, adeguatamente supportato da eventuali aiuti esterni (per esempio quelli forniti da tutorial e blog di settore) ci mette in condizione di elaborare un nostro metodo personale per il lavoro: la nostra ricetta.

 

Ho sempre pensato il “Professionista”, di qualsiasi settore, fosse qualcuno con abbastanza intelligenza ed esperienza da aver interiorizzato il proprio lavoro fino ad avere un metodo rigoroso per affrontare ogni variabile. Ho sempre pensato che possedere questo metodo fosse l’apice, il punto di arrivo della Professionalità: rigore, disciplina, sicurezza.

Poi sono andata avanti e mi sono accorta di una cosa: quel metodo tanto gelosamente ricercato ed affinato lo avevo infilato nel cesso e affrontavo ogni nuovo lavoro in maniera sempre uguale e sempre, inevitabilmente, completamente diversa. Perchè, in fondo, era sempre diverso. Il metodo tanto faticosamente acquisito non mi serviva più.

 

Quindi come funziona? Lottiamo per conquistarci un metodo di lavoro, attraverso studio, tentativi, ripetizioni ed esperienza… e poi quando finalmente lo abbiamo non ci serve più?

Aveva ragione Jim Morrison: “Built an house, set it on fire” era davvero un manifesto, e non solo di poetica?

In fondo l’esperienza non è altro che la sintesi di due fattori: ripetizione e variazione. Dobbiamo ripetere un processo molte volte per interiorizzarne un metodo, ma non avremo una reale esperienza se questa ripetizione non comprendesse un notevole numero di varianti. E la parte interessante di un lavoro, di ogni lavoro, la parte che ci qualifica e ci rende veri professionisti, sono le variazioni.

 

In fondo il metodo serve solo a darci sicurezza: averlo non risolve nulla, non offre alcun valore aggiunto, serve solo a tamponare la situazione a garantire un risultato minimo. Il metodo è un salva-slip utile per arginare i danni, minimizzare gli imprevisti e portare a termine in qualche modo i compiti, ma non garantisce eccellenza e tantomeno originalità… anzi!

 

La professionalità, quella vera, sta nell’avere un metodo da fare a pezzi ogni volta, per andare oltre: per mettere in gioco qualcosa che prima non c’era.

 

E che non possiamo trovare spiegato in nessun tutorial su internet.