La privacy è morta, lunga vita alla responsabilità!

Quindi ora dobbiamo tutti usare Telegram, perché Whatsapp è il MALE, perché è stato comprato da Facebook e Facebook non rispetta la nostra privacy.
Non vorremmo mica che Facebook diventi proprietario delle nostre fotine porche da adescamento on-line, dei nostri pettegolezzi malvagi con la collega, delle nostre faccine sceme mandate al fidanzatino, vero?

La nostra privacy è sacra!
E per preservarla cosa facciamo?
Cambiamo social network e migriamo su Telegram!

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Beyoncé e la morte del marketing

Il marketing è morto. Da creatura vistosa e un po’ truzza quale lui è sempre stato, a dare l’annuncio della sua (neanche poi tanto) triste dipartita arriva Beyoncé.

I fatti sono semplici e sulla bocca di tutti. Beyoncé rilascia un disco nuovo su iTunes, senza dirlo a nessuno “se non ai propri fans” e senza (apparentemente) spendere una lira di marketing. I mezzi di marketing utilizzati per il lancio? Una foto su Instagram con la scritta “Sorpresa!”

Detto disco vende in 24 ore 400.000 copie, quando il di lei disco precedente, lanciato con grande dispendio di risorse ed inventiva ne vendette 300.000 in una settimana.

 

Perché Beyoncé ha fatto una cosa simile?

Perché (cito testuale la press release): “voleva veicolare la sua musica direttamente ai suoi fans, senza alcun filtro intermedio”. http://www.columbiarecords.com/

Perché i social *parte lo stacco musicale sponsorizzato* permettono un contatto innovativo, diretto e senza precedenti con i propri fan, i quali hanno percepito questo disco come un dono, fatto direttamente a loro senza alcun intermediario. Perché la musica è una cosa tra artista e ascoltatore e tutto il resto non c’entra e non ha alcun valore. *fine dello stacco musicale sponsorizzato*.

“Senza i social però tutto questo non sarebbe stato possibile!”

Che figata, i social! La rivoluzione della comunicazione! La rivoluzione del marketing! La rivoluzione del mercato! La rivoluzione delle rivoluzioni!!11!!

Le agenzie non servono più, ora dobbiamo diventare tutti social media manager! La pubblicità è morta, la TV è morta, le riviste sono morte, è morto tutto quello che non è un social!

I social permettono a chiunque di vendere qualsiasi cosa senza spendere un centesimo di pubblicità! I social hanno ucciso il marketing!

 

Magari prima di partire alla carica urlando cose del genere (che ho già letto in un numero imbarazzante di blog) forse sarebbe il caso di fermarsi un attimo ad analizzare alcuni piccoli dettagli della situazione in esame.

Per esempio, che stiamo parlando di Beyoncé.

Quando Beyoncé si taglia i capelli, Chuck Norris si chiude in bagno a piangere; quando Beyoncé ha un’idea, Steve Jobs in paradiso si vergogna delle proprie; quando Beyoncé dà un colpo di natica, la gente muore: cosa se ne fa Beyoncé, del marketing?!?

Forte di milioni di fan in tutto il mondo, di una carriera stellare, di premi vinti e dischi venduti, Beyoncé non ha alcun bisogno di alcun tipo di marketing.

A Beyoncé per vendere un disco serve una cosa sola: un disco da vendere.

Quindi, perché Beyoncé ha deciso di fare un lancio del genere, rinunciando ad ogni orpello? Va bene, si voleva il contatto diretto coi fan che la amano, certo, certo, come no. Seriamente… perchè?

Lo ha fatto perché poteva. Altrimenti detto: non aveva alcun bisogno del marketing. 

 

Ora, disgrazia vuole che non tutti siano Beyoncé e non tutti i prodotti siano fichissimi come il nuovissimo disco di una rockstar meravigliosamente popputa (per non parlar del resto).

Mettiamo il caso che io abbia un business di salvaslip e posti una mia bella fotina su Instagram con scritto “Sorpresa! Mi sono arrivate proprio oggi, ma con Asciugone sono asciutta e pulita!”. L’idea è geniale, lo so, ma nonostante questo c’è il rischio che le mie vendite non siano proprio altrettanto stellari e massificate quanto quelle di Beyoncé. In altre parole: non basta un account Instagram a fare di me la Beyoncé dei salvaslip.

Capisco bene che i social siano bellissimi: permettono a tutti di sognare. Danno anche ai prodotti un bel sogno: quello che per avere successo sul mercato non serva più spendere un centesimo in marketing.

 

Detesto essere foriera di cattive notizie, ma no: non è così. E temo non sarà così per molto tempo ancora.

L’unica cosa rimasta uccisa dai social network, finora, è il nostro tempo: non si hanno notizie di altri feriti. Quanto al marketing… dalla sua villa a Miami Beach manda a dire che lui sta benissimo.

 

Eppure io ci spero, ci spero tanto, ci spero insensatamente che quel bastardo muoia! Possibilmente trascinando con sé tutti i suoi accoliti con i loro simpatici falò portatili creati solo per produrre fumo senza combustione. E un giorno il marketing morirà: ce lo rivelano episodi come questo di Beyoncé… ma non saranno certo i social ad ucciderlo!

 

Il marketing sparirà quando sparirà la ragione per cui è stato creato: vendere cose inutili e/o brutte a chi non ne ha bisogno. 

Perché quando un prodotto è realmente bello, realmente utile, realmente innovativo… il marketing non serve a molto e non è MAI servito. Basta vedere la Apple, che negli ultimi anni ha dato al proprio marketing un budget assolutamente ridicolo in proporzione alle proprie vendite: perché il marketing è nel PRODOTTO.

 

Eppure il clamoroso lancio di Beyoncé è un ennesimo dato significativo.

I brand si stanno muovendo in una direzione nuova: creare un contatto diretto con il proprio audience di fan e di appassionati. Perché il futuro del marketing è questo: creare un prodotto eccellente che emozioni le persone e che le faccia davvero sentire coinvolte, in maniera diretta e personale.

Il marketing è soltanto un filtro fra l’utente ed il prodotto, nato per amplificare il messaggio e per veicolarlo alle masse: quando questo filtro diventerà inutile, si dissolverà. Finalmente i brand scenderanno dal piedistallo e smetteranno di urlare le loro idee e le persone torneranno a viverli e costruirli, a chiamarli con il loro nome e a interpretarli. Finalmente finirà questo rumore assordante e semplicemente si tornerà a parlare con il tono di voce normale che si userebbe con chi ci vuole ascoltare davvero.

E allora finalmente il marketing morirà.

E la colpa non sarà certo dei social: sarà dei prodotti, che di lui non avranno più bisogno.

 

 

Ma perché i social ci piacciono tanto?

Il genere umano adora le storie: ci piace ascoltarle, perchè ci identifichiamo, ma ci piace anche raccontarle. Anzi, forse raccontare storie è il nostro passatempo preferito, dai tempi delle pitture rupestri, dai tempi del nostro primo vagito: raccontare storie ci rende felici e ci viene assolutamente spontaneo.

Le storie sono quello che ci permette di comunicare ed empatizzare con i nostri simili, di porci sulla loro stessa lunghezza d’onda mentale. Sono un meccanismo sicuro per raccogliere persone attorno ad un fuoco ed incantarle con il nostro affabulare.

 

In risposta a questa nostra esigenza tutta umana, i social-network sono diventati subito il luogo ideale per raccontare storie: sono piattaforme in cui ciascuno di noi può portare avanti la propria personalissima forma di storytelling di sé stesso. 

E non solo: sono la piattaforma attualmente di maggior successo per raccontare la storia di noi stessi. Hanno sorpassato lettere e mail, surclassato il buon vecchio diario e sgominato perfino gli amichetti della vita reale.

Ma perché? Perché i social ci piacciono tanto?

 

La prima ragione è quella più ovvia: ci forniscono un pubblico

Avere l’attenzione delle persone è forse la massima e più istintiva forma di gratificazione: ci rende felici. 

Vogliamo, pretendiamo, reclamiamo l’attenzione… e se raccontare una storia è il metodo più efficace per ottenerla, farlo su un social ci permette di avere un altissimo grado di ascolto perchè ci garantisce il massimo del pubblico possibile.

Sapere che qualcuno ci segue su qualche social ci rende felici, ascoltati e compresi… e più persone ci seguono più felice, ascoltati e compresi ci sentiamo. Come se fosse la quantità a fare la differenza.

 

E non è tutto.

I social ci offrono tutti gli strumenti per raccontare una storia stupenda con quello che abbiamo a disposizione tutti i giorni: noi stessi. 

Sui social raccontiamo il romanzo della nostra vita… che spesso ha molto poco a che fare con la realtà. Sui social forniamo il nostro, riveduto e corretto ad uso della platea, per intrigare, innamorare ed attrarre un pubblico: farlo è facile e viene assolutamente spontaneo!

Se Instagram ha inventato il filtro della bellezza, Twitter ha inventato l’algoritmo dell’ironia, Facebook la funzione della socievolezza e LinkedIn la qualifica della professionalità. E non è questione di mentire: la storia è tutta nel punto di vista. Chi decide cosa è vero e cosa è falso? Io sono libera di sentirmi una fashion-blogger, e che mi importa se poi nella realtà non lo sono affatto?

I social-network hanno successo perchè fanno apparire tutti molto meglio di quello che sono nella realtà: perché dovremmo mostrarci per quello che siamo, se possiamo mostrarci migliori?

Ed ecco il segreto del successo dei social-newtwork presso tutte le categorie di pubblico: offrono carta bianca e occhi interessati a leggere.

 

Ma perché scrivere? Da dove viene, questa umanissima passione per il raccontare storie?

Non lo facciamo solo per il nostro ineluttabile bisogno di un pubblico, non lo facciamo per coccolare il nostro ego… abbiamo esigenze molto più profonde e molto più sincere. Raccontare serve a processare le informazioni, ad estrarle dalla nostra testa per renderle comprensibili a qualcun altro. Perché se vogliamo capire possiamo farlo solo rielaborando.

Ed i social-network in fondo sono anche questo: un posto dove metabolizzare la realtà, filtrare i punti di vista, confrontare e confrontarci. Un posto dove provare a raggiungere un nuovo livello di comprensione.

 

Perché in fondo anche stare su un social è scrivere, e scrivere è la massima forma di pensiero. 

 

 

LinkedIn: il mio incubo personale

Che i social network creino delle dinamiche alienanti e potenzialmente angosciose è cosa risaputa.

Ognuno ha il proprio segreto complesso di persecuzione, la propria personalissima “ansia da social network” che si incarna in forme e modi assolutamente unici: può essere la conoscente che carica foto da vera strafiga proprio il giorno in cui ci sentiamo un po’ appesantite e sbattute, il tipo super socievole che ha mille Like su Facebook (inclusi quelli di chi a noi non ci guarda mai nemmeno da lontano), la twitstar apprezzatissima che potrebbe scrivere il proprio nome anche sulla carta del cesso e avere venti retwit.

Ecco, la mia personalissima nemesi social è LinkedIn.

LinkedIn è stato creato con un occhio di riguardo special a tutte le mie più radicate insicurezze: perchè per non sembrare cessa posso evitare di mettere autoscatti su Instagram (e tenere una rubrica di moda satirica altrove), per non sembrare un’emarginata sociale non ho mai avuto Facebook, per sembrare intelligente posso inventarmi qualche scemata da scrivere su Twitter (scrivere non è mai stato un problema, almeno quello)… ma su LinkedIn ci devo stare per forza. E in tutti questi anni, non ho ancora capito cosa cavolo devo scrivere su LinkedIn per sembrare professionale.

In teoria sarebbe tutto semplice: LinkedIn è il social-network dei contatti professionali. Quindi bisognerebbe usarlo come una specie di Curriculum Vitae interattivo: caricare le passate esperienze lavorative e le attuali mansioni e qualifiche, aggiornare mansioni e competenze, postare risorse e informazioni lavorativamente interessanti. Poi entrare in contatto con i proprio collaboratori e colleghi passati e presenti, per creare un network digitale di biglietti da visita e di professionisti sempre a disposizione.

Fin qui nessun problema: ci carico esperienze e mansioni, ci importo un po’ di indirizzi mail, lo aggiorno man mano che le situazioni cambiano, ci metto in grande in alto che di lavoro più o meno scrivo.

Peccato che basti visitare un qualsiasi profilo LinkedIn un po’ avanzato per capire che LinkedIn non funziona così: solo i dilettanti lo usano così!

Cosa intendo per profilo LinkedIn un po’ “avanzato”?

 

Beh, li si riconosce per prima cosa dalla qualifica: il vero professionista di LinkedIn non potrebbe mai adoperare una squallida qualifica standard per il proprio profilo! Non è mai un banale “Direttore vendite”, un trito “Project Manager”, un noioso “Account”: quali tragiche trivialità!  Loro sono “Sales Ninja”, “Project Captain”, “Strategic problem assassin”: perchè in un mondo iper-competitivo ti devi differenziare subito, dalla primissima riga del tuo biglietto da visita, altrimenti cadi nel dimenticatoio.

E non importa se la tua estrosa qualifica rende praticamente impossibile ad un estraneo comprendere che lavoro tu faccia in realtà, perchè a loro gli estranei non interessano: loro viaggiano ormai sul circuito chiuso dei “professionisti di LinkedIn”, che non ha nulla a che vedere con la vita reale. 

Qualche tempo fa mi sono imbattuta in un profilo dove il lavoratore si qualificava come “Human Watcher”. Impressionata da tanta creatività l’ho mostrato a mia madre che si è stretta ha scosso la testa commentando: “La disoccupazione è davvero alle stelle, poverino, spero trovi un lavoro”. Le ho spiegato che no, il suo lavoro era proprio quello. Lei si è stretta nelle spalle: “Ma dai amore, svegliati! Anche i vecchini che guardano i cantieri c’hanno una pagina su LinkedIn come questa qui!”

 

Poi si va a guardare il numero di contatti con cui sei in collegamento: se ne hai meno di 300 sei uno stagista parvenu. Ma se per chiedere il contatto su LinkedIn bisogna aver lavorato insieme, come si fa ad avere così tanti contatti?! Ma è semplicissimo: basta cambiare la definizione di “lavorato insieme” in “una volta c’ho bevuto un caffè/stretto la mano/scambiato due parole”, et voilà il network è fatto. Eh, già vi sento sollevare perplessità: “Ma come fai a sapere come lavora una persona, dopo averci bevuto un caffè?!”. Ma è ovvio: non si sa. Ma non importa: perchè nel frattempo ho un nuovo contatto di LinkedIn *rumore di sottofondo di festeggiamenti* e questo è tutto quello che conta.

 

Quindi ricapitoliamo: una passa la vita a darsi un alone di professionalità, di serietà, di contegno. Ti compri il tailleur scuro ed uno stock di camicine bianche che spendi più in stiratura che non in alimenti; ti stampi il biglietto da visita minimale dove hai quasi paura a scrivere “copywriter” e infatti decidi di non scrivere nulla; ti fai il sito quasi con vergogna; sistemi uno stringato e sintetico portfolio dove “questo no, questo neppure, questo non posso, quest’altro nemmeno”; dai del Lei a tutti, inclusi i parenti prossimi, “che almeno sembro più seria”.

Poi arrivi su LinkedIn.

E scopri che per avere successo ti dovevi definire “Digital trasmedia storyteller exquisite”, dovevi spammare senza discriminazione il mondo intero con mail “Ehi AMICO, entra a far parte del mio netuorc su LinkedIn!” e soprattutto dovevi reinterpretare in chiave molto ma molto personale tutta la tua esperienza passata.

 

Eh già, perchè io ho scoperto come funziona LinkedIn proprio così: andando a guardare i profili di amici, conoscenti e colleghi. Che a vederli su LinkedIn erano “oh mio dio, ma davvero sono stata così fortunata da lavorare con questo incredibile e strafigo professionista del settore!?”

Quindi vai a trovare l’ex-ex-ex-ex-collega, quella del primissimo stage, nella primissima agenzia, quella insieme con cui si facevano le notte insonni scartavetrando il fondo dell’ultimo dei cessi collettivi, quella accanto alla quale si è pianto per gli insulti ricevuti… e si scopre che la TUA qualifica era “stagista”, la SUA qualifica era “Junior Executive Storytelling Associate Director”.

Poi cerchi l’amico che per ore hai ascoltato lamentarsi del proprio patetico lavoro di infame galoppino, quello che di mestiere raccoglieva la lavanderia sporca e portava la pizza, incassando pure gli insulti del capo perchè “è un po’ fredda, e ci volevo i capperi, non le acciughe”. Credevi fosse un segretario? Errore! È un “First Class Problem Solver & Personal Assistant”.

 

Quindi LinkedIn ci insegna questo:

1. Ogni lavoro diventa bello e figo inserendoci dentro a caso una o più di queste parole: associate, executive, problem solver, digital, storyteller, strategic, creative. Per un ulteriore elenco potete leggere qui.

Ma soprattutto non scordate mai il vero passe-partout della qualifica su LinkedIn: MANAGER. Perché tutti in fondo siamo manager e non importa se di mestiere sei un giardiniere: vuoi mettere quanto fa più figo scrivere “Humus Manager”? Altrimenti quando uno ti chiede che lavoro fai che rispondi? “Io concimo”?

2. Se dall’altra parte della strada passa il super-mega-direttore di Tutto e lo saluti puoi chiedergli il contatto di LinkedIn, certo: anche se lui non ti ha salutato. Perché vuoi mettere che figata averlo fra i contatti?! Ché i contatti su LinkedIn sono come le figurine e averci quelle rare dà un sacco di prestigio!

3. Se non hai curriculum non importa: che razza di GENIO CREATIVO sei se non te lo sai inventare? Se sei una persona limitata che non sa inventarsi nulla, procedi con una sistematica escalation: se eri uno stagista, metti “Junior”; se eri “Junior” metti “Senior”; se eri “Senior” metti “Director”, e via così. Se qualcuno ti chiede come mai non hai mai fatto stage sorridi e dì che tu “sei nato imparato”: funziona sempre.

Ma soprattutto, LinkedIn ci insegna questo: che sui social-networks inventarsi una carriera è molto più facile averne una nella realtà.

 

10 segni inconfutabili per capire quando lasciare i social

Siccome tutti propongono decaloghi sui social di qualche tipo, io rispondo con un esame di coscienza. Pubblico e privato: per interrogarci sul limite sottile fra il “giusto” ed il “troppo” della nostra presenza sui social-network.

 

1. Appena vi succede qualcosa, sia bello o brutto, sia lavorativo o personale, il vostro primo pensiero è trovare un modo efficace ed originale per condividerlo su un qualche social. 

Andate in vacanza per avere luoghi da postare su Instagram. Sperate segretamente di soffrire per avere cose struggenti da scrivere su Twitter. Uscite solo per poter dire che vi state divertendo su Facebook.

2. Quando non vi succede niente e avete un momento di vuoto mentale, di noia, o semplicemente di attesa, le vostre dita corrono su un social-network qualsiasi.

Giusto per controllare. Ritornate in voi quaranta minuti dopo: a quel punto siete in ritardo.

3. Non condividete per il gusto di condividere: la vostra finalità è sempre auto-promuovervi.

Volete altri follower, altri amici, altri like, altri commenti. Studiate tutto quello che comunicate solo in funzione di questo.

4. Condividete per il gusto di condividere: monologate per ore/giorni su temi di vostro unico interesse, senza ricevere risposta o commento alcuno.

Non vi importa: la gioia dei social per voi è quella di poter vomitare le vostre opinioni da qualche parte dove qualcuno potrebbe condividerle.

5. Non avete il minimo rispetto per la privacy (vostra e altrui): spammate pubblicamente il mondo intero con la vostra geo-localizzazione, taggando amici e conoscenti nelle foto più ignominose e citando nomi e cognomi, rigorosamente abbinati a soprannomi di natura imbarazzante.

6. Avete grande rispetto per la privacy: per questo ogni vostra azione è circondata da un nebuloso alone di mistero del tipo “sto qui ma non posso dirvi dov’è il qui!” o “sono con la misteriosa dama in rosso che popola i sogni miei!”.

Siete fermamente convinti che questo sia utile a proteggervi dagli stalker e che a qualcuno freghi qualcosa di tutto ciò.

7. Buona parte dei fatti salienti della vostra giornata si consuma in una chat di qualche tipo, tra litigi, commenti, gossip, faide.

Aggravante: non conoscete/frequentate nella vita reale NESSUNA delle persone coinvolte in questi fatti.

Ulteriore aggravante: non vi importa nulla di non conoscerle/frequentarle, perchè per voi sono più intime della vostra stessa famiglia.

8. Vivete nel terrore delle chat altrui: siete sicuri che tutti facciano come voi e che il mondo sia popolato da enclavi di persone il cui massimo scopo è sparlare alle vostre spalle come voi fate con loro.

Non illudetevi: è così.

9. Dovete leggere, vedere, commentare TUTTO. Seguite i social con la stessa ansia con cui la massaia di Voghera seguirebbe il suo Biutifull in TV.

E guai a rimanere indietro: subentra lo stress del “Oddio mi sono perso una puntata, ora non capirò mai come va a finire!”

10. Ostentate con un’insistenza quasi fastidiosa il massimo disinteresse verso ogni tipo di social: ogni due righe ci infilate uno “sticazzi” per un qualche (altrui) comportamento, ogni due giorni vi lanciate in una crociata verso le (altrui) fissazioni.

Perché i fissati ovviamente sono sempre gli altri, non voi: voi siete diversi, voi siete superiori.

 

Fratelli, facciamo attenzione: siamo tutti peccatori, ed errare è umano… soprattutto sui social.

Ma cerchiamo di non diventare “diabolici”.